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Piccola pubblicità

di Pamela (14/10/2008 - 23:45)

Un mio racconto, “Due anime o una sola”, è in corso di pubblicazione, con frazionamento e periodicità, vale a dire a puntate, su un bellissimo blog: http://milanoromatrani.wordpress.com/. Ogni puntata uscirà di martedì. La pubblicazione cesserà  con la fine del racconto. Ringrazio enpi per l’ospitalità.

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Elvira

di Pamela (14/10/2008 - 23:13)

Ho aspettato ore. Avevo una domanda da fare, ma non osavo. Troppa gente, non potevo farla davanti a troppe persone. La questione è delicata. Aspettavo il momento giusto. Volevo sapere dagli altri, io non mi fido di me stessa, sempre troppo apprensiva. Di questi tempi, poi, non c’è da fidarsi di nessuno, toccare un argomento così scottante potrebbe essere pericoloso, la gente potrebbe trarre conclusioni sbagliate o, quel che è peggio, giuste.

Ecco il momento propizio, ecco i quattro gatti con cui consultarsi, se non consideriamo Elvira, sempre l’ultima a sapere le cose, sempre disinformata, sempre tranquilla. Anche oggi è l’unica che sorride.

Facendo finta di niente, con voce indifferente, con tono casuale, lascio cadere la domanda, mentre fumo e bevo e accavallo le gambe e inclino la testa a destra (a sinistra per chi mi guarda).

“Voi che ci fate con i soldi che avete in banca?” Mi attraversano la mente immagini di numeri con davanti il segno meno, titoli catastrofici di giornali a proposito di titoli, ma anche azioni, facce distrutte di giovani uomini in camicia bianca che parlano al telefono, foto  di gente come chiunque, come me, ad esempio, in fila davanti ad una banca.

Silenzio. Il silenzio si prolunga, tutti si guardano, mi guardano, poi distolgono lo sguardo, si distraggono, fumano, bevono, accavallano le gambe, inclinano la testa a destra (a sinistra per chi guarda, anche per me, certo)

Dal silenzio sorge la voce di Elvira. Mentre parla ricordo vagamente che corre voce, si, sul suo conto in banca ci dovrebbe essere un milione di euro. Si, il suo conto è proprio nella mia stessa banca, quella più a rischio di fallimento.  Elvira parla con voce acuta, ma pontificante, da maestrina.

“Io sto tranquilla. Sono andata a chiedere in banca proprio oggi e mi hanno detto che non c’è niente da temere.”

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Pecore e capre

di Pamela (22/08/2008 - 14:48)

capra primo piano        agnellino
Chi sono?

Al contrario di quanto si crede comunemente, le pecore sono animali intelligenti, ma il modo in cui sono trattate dall'uomo le pone in uno stato di terrore continuo che impedisce loro di mostrarsi per quel che davvero sono.

Gli agnelli sono tra gli animali più vivaci e giocherelloni che esistano. Si rincorrono, saltano, fanno capriole. Hanno un gesto specifico per invitare gli altri agnelli a giocare: saltano in alto scalciando con le zampe posteriori.

Le pecore sono in grado di riconoscere almeno cinquanta altre pecore diverse, e ricordare facce e avvenimenti per anni, come dimostrano le ricerche del dott. Keith Kendrick, del Babraham Institute di Cambridge, in Inghilterra.

Mentre capretti e agnelli sono molto simili, e amano correre e giocare, pecore e capre adulte hanno un carattere decisamente diverso: le capre sono più indipendenti, mentre le pecore sono più portate a seguire un capo, una "pecora guida".

Il prof. John Webster, della facoltà di medicina veterinaria dell'Università di Bristol racconta che le capre sono dignitose e non sono impaurite dagli umani, e si divertono a prenderli a cornate per scherzo.

Il professore racconta che hanno il senso dell'umorismo, come cani e gatti, cosa che invece manca a mucche e pecore. Mentre le mucche sono diffidenti nel contatto con esseri umani che non conoscono, le capre ci cercano e, per qualche misteriosa ragione, non percepiscono gli esseri umani come una minaccia. [Masson]

Storie e aneddoti

« Mary Hurt, che vive in una tenuta con vari animali, racconta di una mucca di nome Whisper (Sussurro) che era nata cieca e per questo era stata abbandonata da un allevatore. Rammo, un montone di due anni che si era sempre comportato da maschiaccio, la prese in simpatia, e prese a proteggerla. Brucava tutto il giorno accanto a lei e la guidava per i pascoli, accertandosi che non inciampasse nei paletti o nelle staccionate. Quando la mucca ebbe un vitello, Rammo si comportò come un padre con il giovane animale, anzi, fu più paterno con lui che con i propri figli, un gruppo di agnelli esuberanti. Whisper visse quattro anni e poi morì per un'infezione virale. Rammo ne pianse la morte a lungo, rimanendo accanto al suo corpo e continuando a chiamarla. [Masson] »

Come già detto, le pecore tendono a seguire una "guida", ma non si tratta mai del maschio più forte, ma piuttosto della femmina più "saggia". L'etologo J.P. Scott racconta di una situazione di cui era stato testimone diretto in cui la guida di un gregge andò a una femmina anziana e non certo robusta, che raggiunse quella posizione grazie alle cure e al nutrimento offerto alla prole, senza mai alcun episodio di violenza verso i cuccioli.

Federica, una signora che ha deciso di vivere in campagna con la sua famiglia, circondata da tanti animali "da fattoria", racconta che la sua capretta "è tremenda, spadroneggia nel recinto".

« Non dà cornate forti, ma spesso minaccia gli altri animali, soprattutto quando le porto dell'erba fresca. Ha già capito che in questa casa gli umani sono gli schiavi: quando decide di uscire dal recinto o ha voglia di erbetta (purtroppo nel recinto non cresce più niente), incomincia a belare, senza tregua, fino al nostro sfinimento, che la porta a raggiungere il suo scopo! E' un animale molto dolce, non vuole stare sola, se c'è qualcuno in giardino preferisce brucare di fianco a quella persona. Le capre sono una novità per me e trovo che ci sia sempre qualcosa da imparare. Ho visto che le piace giocare, corre a volte in giardino, saltando (e purtroppo, cercando di dare cornate agli animali che incrocia) e sgroppando, sembra un cavallino!" »

Valter invece, dalla provincia di Torino, ci racconta della sua pecora da poco adottata:

« Pensavo che una pecora se ne stesse buona buona a brucare l'erba e si facesse i fatti suoi... ma non è così. Mi cerca, mi segue ovunque, non mi molla un attimo. Se provo ad allontanarmi in silenzio, mentre lei è tutta intenta a scegliersi le erbette migliori, mi corre dietro al galoppo e inchioda a due spanne da me come a dire: "... e dove credi di andare, eh?". Quando arrivo a casa alla sera e mi vede da lontano, mi corre incontro tutta contenta facendo i saltini sulle quattro zampe: vuole le sue carezzine, e se c'è, una mela o una carota. Entrare in casa è sempre un piccolo strazio, perché di stare fuori da sola non le va proprio, cerca di intrufolarsi in tutti i modi (anche dallo sportellino dei gatti!). Poi si rassegna, e ti guarda sconsolata dalla finestra. No, non è un "animale da reddito": è solo un cagnone un po' più peloso... e vegetariano. »

Cosa c'è di più dolce e tenero di un agnellino o un capretto che giocano? Eppure, questi animali non vengono certo rispettati e lasciati liberi, ma vengono sottoposti a crudeli pratiche negli allevamenti e vengono sempre e comunque uccisi nei macelli, da cuccioli o da adulti. Nei prossimi paragrafi spiegheremo come vivono e come muoiono queste creature. Ma ricorda che...

La differenza sei TU!

Se vuoi salvare questi animali il modo migliore è... smettere di mangiarli!

Non mangiare loro e i loro prodotti (latte e latticini di capra, per esempio), ottenuti comunque attraverso la loro sofferenza e la loro morte, ti permette di salvare innumerevoli vite innocenti e anche... migliora notevolmente la tua salute!

Pecore e capre sono tutto sommato più fortunate rispetto agli altri animali allevati per la carne e altri "prodotti", perché non sono confinate in gabbie, stalle di cemento, o capannoni, ma hanno ancora la possibilità di andare al pascolo. Ma la loro vita è comunque costellata di momenti di dolore e paura, al momento della tosatura, e di violenza e sofferenza al momento della morte.

Poche settimane dopo la nascita, alle pecore viene tagliata la coda senza anestesia, mentre per gli agnelli si procede alla castrazione. La tosatura viene praticata senza nessuna cura per gli animali, spesso con mezzi meccanici che provocano dolore e ferite; molte pecore soffrono il freddo e si ammalano perché esposte alle intemperie dopo le tosature eseguite in inverno. Quando le pecore iniziano a produrre meno lana sono mandate al macello e sostituite con animali più giovani e redditizi.

Il 50% della lana "merino" usata nel mondo viene dall'Australia. Lì, gli agnelli sono sottoposti a una procedura chiamata mulesing, che consiste nello strappare dal loro posteriore grossi pezzi di pelle e carne, senza anestesia, in modo da creare delle zone senza lana che "proteggano" gli animali dalle infestazioni delle larve di mosche.

Inoltre, dappertutto e non solo in Australia, la tosatura viene praticata in modo cruento.

Le pecore vengono afferrate, tenute strette tra le gambe di una persona, private del vello, spinte giù da uno scivolo e, in generale, trattate in modo piuttosto brutale. [Masson]

Il prof. John Webster, forse la voce più autorevole al mondo sulla fisiologia del dolore degli animali, afferma che: "Il dolore cronico causa mutamenti nell'elaborazione dei segnali dolorosi all'interno del sistema nervoso centrale che amplificano la sensazione proveniente dal punto lesionato. Lungi dall'adattamento, con il tempo la sensazione peggiora." [Masson]

Racconta Masson che un allevatore della Nuova Zelanda gli ha spiegato che le sue pecore vengono tosate due volte l'anno: una in primavera, l'altra appena prima dell'inverno. "Ma non soffriranno il freddo? Non si sentiranno a disagio?", ha domandato Masson. [...] L'allevatore rispondeva sempre: "Non importa". Non scherzava. "Sono solo pecore", continuava a dire. Raccontando poi come mozzava loro la coda e le castrava, senza anestesia, alla domanda di Masson "Non fa male?" la risposta fu "Certo che fa male.". "Non le importa?". "No". [Masson]

Succede a volte che un agnello più intelligente degli altri impari ad aprire il chiavistello del recinto. Gli allevatori temono che l'agnello più sveglio lo insegni agli altri, e, per evitarlo, semplicemente, ammazzano l'agnello sparandogli. Così raccontano vari allevatori australiani.

... e come muoiono nella realtà

Quando le pecore non sono più buone per la produzione di lana e le capre non sono più abbastanza produttive per produrre latte, e devono essere sostituite con animali più giovani, che fine fanno questi animali?

Quel che succede è che gli animali vengono macellati, e la loro carne venduta, e non potrebbe essere altrimenti, perché non è economicamente e praticamente sostenibile il mantenimento di animali improduttivi. In particolare, molte pecore australiane vengono "spedite" via nave nel Medio Oriente, su navi affollatissime.

Più di 4 milioni di pecore sono state esportate in questo modo nel 2005 verso il Medio Oriente e più di un milione verso l'Arabia Saudita. Altre destinazioni sono il Kuwait, la Giordania, il Bahrain, Oman, gli Emirati Arabi Uniti e il Qatar. Decine di migliaia di pecore muoiono sulle navi prima di raggiungere la destinazione, ma tanto sono merce di poco valore, non è un problema. Quando arrivano a destinazione, gli animali sono trattati con una incuria, crudeltà e violenza inimmaginabili.

Ma anche nei "più civili" macelli europei e australiani, la fine che fanno è sempre e comunque cruenta. Vengono preventivamente storditi, quando va bene, e poi viene tagliata loro la gola.

Particolarmente straziante è l'uccisione dei cuccioli, agnelli e capretti. Ogni anno a Pasqua vengono uccisi in Italia 900 mila tra agnelli, capre e pecore. Animali che arrivano quasi tutti dai paesi dell'est, con lunghi "viaggi della morte", stipati in camion in condizioni insostenibili (molti arrivano al macello più morti che vivi) e mai sottoposti a controlli.

Lo stesso allevatore di cui sopra intervistato da Masson, quello che rispondeva a suon di "Non importa", aveva degli agnellini che allattava con il biberon, e la spiegazione fu:

« "Oh, questi non li uccido. Mia moglie non me lo permette. Ora ne abbiamo una trentina, e girano intorno a casa come cagnolini. Il fatto curioso è che sembra preferiscano stare con altri agnelli allevati da noi, piuttosto che con quelli del gregge. E' come se sentissero di avere qualcosa in comune. Non capisco proprio." [Masson] »

 

Salvali...

Dipende solo da te.

Tratto dal sito: http://www.incontraglianimali.org/

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EVENTO DA NON PERDERE

di Pamela (23/01/2008 - 22:19)

Segnalo la presentazione dei libri: “I capitoli della commedia” di Martino Baldi ed: Atelier e “Libro dei Vivi” di Stefano Massari Book ed.. alla John Cabot University di Roma il 4 febbraio.


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RISVEGLIO

di Pamela (25/11/2007 - 19:18)

Mi sveglio nel cuore della notte. Mi sembra che ci sia qualcosa di diverso. Mi domando se sono ancora viva. Forse credo di essere viva ma non è del tutto vero, forse ancora non mi sono accorta di un nuovo stato. Mi rimprovero e mi accuso. Ecco, se sono morta è colpa mia. Un paio di giorni fa ho fatto il pane e lo yogurt. Ieri li ho mangiati. Qualcosa non andava e una piccola parte di me lo sapeva.

Era parecchio che non facevo il pane. L’ultima pasta madre era ammuffita perché avevo lasciato passare troppo tempo e così, dopo anni, avevo ricominciato da zero. La farina, quel pacco, da quanto era aperto? Da quanto rimaneva inutilizzato? Un paio di settimane, non di più. Negli ultimi giorni avevo usato l’altra, la farina normale, ma la manitoba era rimasta sullo scaffale della libreria promossa dispensa. Perché non l’avevo guardata, soppesata, analizzata, annusata, assaggiata? E che fine avevano fatto le tonnellate di farina contaminata di cui avevo letto e di cui non avevo saputo più niente, in parte già distribuite ai produttori? Inutile astenersi dal mangiare biscotti vegan confezionati e pasta già fatta, se poi non si guarda con sguardo indagatore e attento la propria farina, presa nel solito supermercato. Il negozio bio è troppo lontano per caricarsi di scorte di farina. Non sarebbe meglio allora, farsi accompagnare da qualcuno, tipo mio fratello o qualche amico benefattore e approvvigionarsi di farina ogm-free coltivata con metodi sani, anzi passare al chicco di grano, così la farina non si ossida e la salute ci guadagna? Che fine hanno fatto i miei proponimenti di autoregalarmi un mulino per cereali, per premio natalizio o di compleanno (oltre naturalmente a svariati cosmetici cruelty-free, la cui ricerca mi impegnerebbe per settimane di astute e tendenziose domande ad erboriste sfornite), dato anche che la mia alimentazione garantisce un enorme risparmio rispetto ad ogni onnivoro di nostra conoscenza, tipo colleghe varie? Perché mi ostino a tenere la farina nel pacco originale, tanto ha vita breve, invece di trasferirla in appositi vasi di vetro con tappo ermetico? 

Una volta  fatta la pasta madre, appurato che aveva un odore non convincente, non quel buon odore leggermente acido, ma neanche cattivo, a dir la verità, perché insistere a farne pane? Perché non buttarla via, tanto era poca? Perché non ricordare l’insegnamento di mia madre “nel dubbio, buttare via” ?

Capitolo zucchero. In verità lo zucchero di canna l’ho assaggiato preventivamente, non ricordando da quanto tempo immemorabile giacesse inutilizzato sullo scaffale, nel suo pacco originale aperto. Lo zucchero non lo uso quasi mai, essendo praticamente “veleno” e droga da assuefazione garantita. Mi domando se lo zucchero abbia una scadenza, mi riprometto di controllare il pacco munita di lente di ingrandimento, ma prima ad occhio nudo, non si sa mai, la mia vista fosse migliorata, a causa di integratori vari e succo di mirtillo quotidiano, nonché esecuzione di facili esercizi trafugati su internet e contenuti in un libro che non ho comprato, anche perché non potrei leggerlo, con questa vista difettosa.

Il capitolo dolente è lo yogurt. Dopo aver trascurato per troppo tempo il mio yogurt rinnovabile e quasi eterno, a base di molti fermenti, ho dovuto privarmi della matrice e ricominciare da capo, con nuovi fermenti parenti stretti di quelli usati la prima volta. Però con il latte di soia che ho in casa, il tentativo sembrava fallito. Passato il tempo canonico, il latte non si era addensato. Allora ho riscaldato nuovamente il forno, ho rimesso dentro l’aspirante yogurt e sono andate a lavorare. Un dubbio mi ha sfiorato: “Non sarà troppo il tempo che sto facendo passare al latte, fuori dal frigo, anzi nel tepore? Al ritorno lo yogurt c’era, nonostante il latte di soia che ho usato non fosse proprio l’ideale, a mio giudizio, contenendo anche succo di mela e agar-agar. Non era meglio, allora, usare il latte del supermercato, non ogm-free, però senza additivi estranei? Non sarebbe meglio farselo da sole, il latte di soia? Trovare il tempo, e si che ce ne vuole parecchio, per fare il latte?

 

 

 

Mi guardo intorno, è proprio la mia stanza, pareti azzurre, il mio letto con le lenzuola preferite,  fiorate in varie tonalità di azzurro, coperta fiorata in varie tonalità di azzurro più chiaro, qualche indumento in giro, libri di vario genere ammucchiati disordinatamente sullo stretto cassone che fa da testata, rubrica con numeri di telefono sulla cassettiera similcomodino, cellulare abbandonato sul letto, foto di amici e parenti a confortare il mio sonno, luci basse ma una più forte per la lettura. Possibile che si abbia una replica così esatta in un’altra dimensione, che non ci sia niente di diverso, che non mi senta affatto diversa, lo stesso corpo, le stesse sensazioni di tessuto che scivola sulla pelle, pigiama, lenzuola, stessa gatta con un miagolio traducibile “visto che sei sveglia, che ne diresti di farmi un po’ di coccole e aprire una scatoletta di quelle buone?” No, la presenza della gatta mi convince, la gatta non ha mangiato yogurt e pane, lei ha il suo cibo preconfezionato. Se c’è la gatta, se mi riconosce e mi tratta come al solito, come una padrona di casa esigente tratta la governante, la dimensione deve essere quella giusta, cioè quella normale, a cui sono abituata fin dalla nascita. Se la gatta si è accorta che sono sveglia, allora sono viva. In effetti il pane non era buono come al solito, ma neanche cattivo, forse la pasta madre era immatura. Lo yogurt aveva un sapore strano, sicuramente dovuto al succo di mela. Annoto: cambiare marca di latte di soia e rifare la pasta madre. Risvolto tragico: anche stamattina bisogna andare al lavoro.

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IL CANE

di Pamela (30/09/2007 - 00:26)

Lei ha più anni di quanti ne ammetterebbe volentieri. Indossa una gonna zingaresca ma dal colore sobrio, una blusa fiorata risalente al suo primo viaggio in Turchia e alla prima fregatura turistica: made in india ma carinissima, una borsa in tessuto troppo grande e troppo carica, scarpe comode di tela (importantissime in questo post)

Il cane è un bel cane. E’ un meticcio dagli occhi dolcissimi, di taglia media, che assomiglia a certi cani di una razza che lei conosce, ma non ne ricorda il nome. Il cane ha un collare a cui è legato un cordino che è ripiegato e infilato nel collare. Si aggira, passa e ripassa, sembra incerto, spaventato.

Lei si guarda intorno, cerca il padrone del cane, ma nessuno tra la folla sembra esserlo.

Il ragazzo è alto e ben piazzato. Ha degli occhi azzurri straordinariamente belli. Sta fermo, in piedi, forse aspetta qualcuno.

Lei indica il cane al ragazzo, chiede se sappia a chi appartiene. Il ragazzo aveva notato il cane ma credeva fosse di un mendicante.

Lei e il ragazzo vanno insieme dal mendicante, ma lui cade dalle nuvole, anche un po’ seccato. Il cane non è suo.

Il ragazzo è arrivato in anticipo al lavoro. Chiama il cane e si fa seguire in un luogo appartato, fuori dal flusso continuo di passanti. Lei e il ragazzo notano che il cane si allarma quando fanno certi gesti, si muovono in certe direzioni,  per poi tranquillizzarsi se gli parlano o tornano indietro.

Il ragazzo dice che è meglio aspettare la sua collega Elvira che dovrebbe arrivare presto. La collega ha molti animali, si occupa di cani e gatti abbandonati o in difficoltà.

Il cane si accuccia in un angolo e si mette a dormire.

Il ragazzo parla di sé: è uno studente lavoratore, fa fatica a fare gli esami, a laurearsi forse ci metterà dieci anni, ma non importa, l’importante è arrivare alla meta. Ogni tanto si allontana per vedere se Elvira è arrivata.

Mentre il ragazzo è lontano, la donna parla al cane, con la stessa voce che usa per i gatti, più dolce di quella che riserva anche agli umani più amati. Gli dice che è un bellissimo cane, che lei gli vuole bene e che gli troverà una bella casa.

Elvira è coetanea della donna. Ha i capelli biondi raccolti in una coda. Gli occhi sono chiarissimi e sereni. Si arrabbia perché la donna dice che non può prendere il cane, non ha un’automobile e inoltre ha anche il cellulare scarico. Chiede come pensa di aiutare quel povero cane, con tutte queste mancanze.

Le due donne provano a telefonare dai cellulari di tutti loro a persone ed enti che potrebbero aiutare il cane. Gli enti non rispondono, essendo pomeriggio inoltrato e le persone si defilano.

Elvira osserva che il cane si fa avvicinare solo dalla donna. Solo lei può accarezzarlo. Segretamente la donna si inorgoglisce, scoppia di orgoglio. Elvira ingiunge alla donna di disattorcigliare il cordino che è legato al collare del cane. Il cordino si trova sotto il muso del cane. La donna ha paura. Non ha dimestichezza con i cani, una volta è stata morsa. Si fa coraggio e, a varie riprese, con cautela, riesce a girare il collare fino a raggiungere il cordino. Elvira fa notare che quando la donna lo accarezza, il cane alza una zampa, vuol dire che l’accetta.

Il ragazzo non può seguirle, deve andare a lavorare. Elvira e la donna si allontanano con il cane, cercando di capire dove vuole andare, presumendo che sia la direzione della casa da cui proviene. La donna lo tiene al guinzaglio. Il cane tira e ogni tanto si gira a guardarla, forse a controllare che sia proprio lei a tenere il guinzaglio.

A passo troppo svelto per la donna, fanno parecchia strada. Il cane le conduce tra palazzi signorili, nel quartiere sconosciuto alla donna. Ogni tanto si fermano e chiedono ai passanti, ad un benzinaio, in un negozio di alimenti per animali, se conoscono quel cane. Già che ci sono, chiedono anche se qualcuno lo può tenere per un giorno o due.

Le signore hanno tutte una certa età e gli occhi ridenti. Sono prima due, poi tre, poi quattro. Man mano che la spedizione avanza, Elvira e la donna le incontrano e le arruolano. Sono amiche, forse si sono conosciute a causa dei loro cani. Indossano pantaloni, scarpe da ginnastica e magliette stampate in varie fantasie e colori allegri, gioielli finti e veri a profusione, sono molto truccate.

Sono tutte proprietarie di cani ex randagi, forse presi tra quelli di cui Elvira si occupa.

Elvira e la donna incontrano le prime due signore. Elvira le chiama per nome e le bacia. Nessuna delle signore può tenere il cane, però si dichiarano disponibili alla ricerca del padrone. Meta: giardinetti e veterinario. Elvira si allontana e va al lavoro, dovrà recuperare il ritardo. Ai giardinetti chiedono a tutti i presenti nel giardino se conoscono quel cane. Il cane ha una spiccata tendenza ad inoltrarsi tra siepi impenetrabili alla donna. Nessuno lo conosce. Il veterinario dice che quel cane gli sembra di averlo già visto, ma non essendo di un cliente abituale, non può dire di più. Anche lui osserva che il cane è curato, dice anche che è molto giovane. Non può vedere se ha microchip, perché non ha il lettore. Per questo bisogna andare alla Asl, ma ormai è tardi, casomai domani mattina. Tutte le signore sono sicure che il cane conosca quel veterinario, perché si è impaurito e non è stato facile farlo entrare nello studio.

Mezzo quartiere è allertato alla ricerca del padrone. La donna comincia ad essere stanca, ha camminato troppo, ha mal di schiena. Solo ogni tanto, mentre le signore parlavano con il veterinario o con qualche amante dei cani, è riuscita a sedersi.

La donna si chiede se non potrebbe tenerlo lei, il cane, per qualche giorno. Ma no, la gatta è fifona e lei il giorno seguente deve lavorare, non può neanche telefonare e implorare un giorno di ferie, nel suo ufficio c’è solo lei. Impossibile assentarsi, se non per ricovero a seguito di grave patologia, forse mortale. Impossibile prendere il cane, se non può osservare l’evoluzione della reciproca conoscenza fra esemplari di specie ostili. Se i due nemici non vanno d’accordo, potrebbe separarli, ma questo significherebbe condannare ad umiliante e gravoso esilio uno dei due, chiuso in una camera, mentre all’altro rimarrebbe tutto l’appartamento nonché terrazza. La gatta è anziana e asmatica, potrebbe morire della presenza terrorizzante di un nemico storico.

Continuano a procedere in fila indiana, la donna ultima della fila, il cane in testa. Ormai il cordino che funge da guinzaglio è stato rilevato da un’esperta, dopo che il cane si è messo a girare intorno alla donna e lei ha rischiato di cadere.

E’ chiaro che il cane conosce il quartiere, le conduce chissà dove, forse in direzione di casa sua, forse di una cagnetta attraente.

Altri interminabili giri per la zona, altri incontri, vuoi con cani, vuoi con umani proprietari di cani presenti o assenti.

Si torna da Elvira, che ha fatto capire, vista l’impossibilità dichiarata dalle altre, che forse potrebbe lei occuparsi del cane, finché il padrone non salta fuori.

L’uomo potrebbe avere sessant’anni, ha gli occhi inizialmente sospettosi, poi felici e grati. E’ vestito di nero, ha un cappello di paglia tipo borsalino ridotto nelle falde, un sacchetto di farmacia in mano.

Prima che la carovana, cane in testa e donna arrancante in coda, arrivi sullo stradone, l’uomo tende la mano per prendere il cordino. Dice “Questo cane è mio”.

Telefona immediatamente a casa per farsi portare il guinzaglio. Dice che il cancello era aperto e il cane forse è fuggito. Chiede se il cordino l’ha messo qualcuna del gruppetto sul collare. Al diniego delle signore, afferma che il cane gli è stato rubato. Pensava che fosse scappato, ma ora che vede il cordino, capisce che qualcuno l’ha preso. La donna chiede chi mai può rubare un cane non di razza, anche se giovane e prestante. Elemosina, vivisezione, alimentazione? Tutti rabbrividiscono.

Dopo un’ultima carezza al cane, dopo aver raccolto cinque sorrisi e un ultimo sguardo dolcissimo del cane, la donna se ne va. Per una volta, si sente utile.

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L'AMICA

di Pamela (28/07/2007 - 13:56)

Non che fossi innamorata di lui. Andrea era un giovane uomo affascinante, con cui il rapporto era più complice ed amichevole, che amoroso. Lo ascoltavo parlare, raccontare della sua vita e mi domandavo quando avesse trovato il tempo, nei suoi pochi anni, di accumulare esperienze, viaggi e conoscenze. “Quando abitavo negli  squat di Londra” diceva, “Quando sono stato a lavorare a New York”, “Quando ho incontrato Sai Baba in India”.

Lo vedevo spesso, nel gruppo che frequentavo e ogni volta andavamo via insieme, lui si fermava a casa mia per la notte e scivolavamo da chiacchiere e risate, scivolavamo in fondo ai desideri.

 

 

 

C’era Luisa. Passavamo degli interi pomeriggi a chiacchierare, a casa mia o sua. Viveva in un mondo in cui tutto doveva essere essenziale e raffinato, gli abiti stravaganti,  i libri fuori commercio, scovati in mercatini, gli oggetti antichi, i cibi esotici. Non avevo mai avuto amiche, prima di lei: se escludiamo la compagna di banco alle elementari, non avevo mai incontrato esseri di sesso femminile che destassero in me un particolare interesse. Con Luisa stavo bene, non mi annoiavo, anzi mi sembrava che il nostro stare insieme creasse una forza, che riportavamo nel resto della nostra vita. Accendevamo candele, prendevamo tè, studiavamo insieme cambiamenti di vita, scenari futuri, oggetti non ancora inventati. Lei mi spingeva ad uscire, la sera, a girare per locali con il gruppo di amici, ad evadere dal mio perenne isolamento.

 

 

 

Eravamo su un autobus, di ritorno da una delle nostre escursioni in città, alla ricerca di qualche oggetto o materiale che ci era indispensabile per vivere, ma era, naturalmente, molto difficile a trovarsi. Eravamo due che non si accontentano di  quello che va bene a tutti. Avevamo chiacchierato di persone che frequentavamo, di vestiti, di vacanze, di mille cose, per un lungo percorso. Eravamo arrivate alla sua fermata, io avrei proseguito fino al mio quartiere. Era già accanto alla porta, che si stava aprendo, quando si girò verso di me e chiese: “E con Andrea, come va?”

“Non so, lui è strano…” ebbi il tempo di dire, ma già la porta si stava richiudendo dietro di lei. Non l’avrei più sentita per settimane.

Da quella sera smise di cercarmi, così la chiamai io. Era fredda, gelida, non voleva vedermi. Mi interrogai lungamente su eventuali mie colpe nei suoi  confronti, ma non ne vedevo.

 

 

 

“Devo dirti una cosa bellissima.” La voce di Luisa era un concentrato di gioia e trionfo. “Sto con Andrea. Siamo molto innamorati.” Cercai il mio tono più neutro. “Tanti auguri.” Dissi  e misi giù il ricevitore. Mi tenni lontana da lei, da quel momento in poi. Qualcuno mi disse, in seguito, che la sua storia con Andrea durò solo qualche settimana.

 

 

 

Luisa la vidi, anni dopo, in un’altra città. Eravamo con gruppi diversi di persone. Io e lei ci guardammo a lungo, sedute a tavoli diversi di un bar all’aperto,  senza un sorriso, un cenno di saluto, finché qualcuno dei miei amici attirò la mia attenzione, chiedendomi qualcosa. Cominciai a parlare e mi dimenticai di lei.

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MALFATTORI

di Pamela (25/06/2007 - 23:50)

Sono piccolo. Avrei ancora bisogno di qualcuno che mi protegga. Avevo la mamma, ma non so dov’è lei, ora. L’ultima volta che l’ho vista aveva una grande orribile ferita e perdeva sangue, si lamentava debolmente. L’uomo l’ha presa, senza che lei riuscisse ad opporsi, non ci ha neanche provato, e l’ha portata via. Non l’ho più vista. Lei, che avrebbe dovuto proteggermi, non poteva proteggere neanche se stessa.

Ora sono con quest’uomo e il mio mondo è fatto di dolore e di attesa del dolore. Lui mi lascia del cibo, ma sto talmente male che non riesco a mangiare. So che dovrei, se voglio crescere e continuare a vivere, ma non ce la faccio. Il dolore è più forte di tutto. Mi muovo a fatica, ogni movimento mi provoca fitte terribili.. La maggior parte del tempo me ne sto rintanato in un angolo di questo luogo. Prima che gli uomini ci prendessero, a me, mia madre e i miei fratelli, sapevo correre veloce e giocavo tutto il tempo. Ora, se penso a loro, ai miei fratelli più piccoli, rivedo i loro corpi straziati, sanguinanti, risento i loro gemiti sempre più flebili. Anche loro, non li ho più visti, l’uomo li ha portati via. Adesso ci sono altri come me, qui. Cerchiamo di nasconderci e di sottrarci quando arriva l’uomo, ma non abbiamo nascondigli validi. Lui ci prende facilmente. Ogni volta non sappiamo chi prenderà, per usare i suoi oggetti acuminati. Tremiamo di paura e ci guardiamo, ma alcuni non guardano più niente, tengono gli occhi chiusi, forse non possono più aprirli, però ancora si lamentano e respirano e tremano. Ecco, adesso lui mi sta prendendo. Il terrore si impossessa di me e per un attimo diventa più forte del dolore. Non voglio, aiutatemi, qualcuno mi aiuti, sono piccolo e non mi so difendere. Prima che lui affondi uno strumento nel mio corpo, emetto un ultimo, disperato squittio.

 

 

 

E’ tutto finito. La donna mi da il cibo. Lei mi ha curato le ferite, piano piano il dolore si è attenuato, tanto da consentirmi di mangiare. Non credo che tornerò come prima, prima dell’uomo, quando correvo felice e giocavo. Mi muovo a fatica, le zampe mi fanno male, molte parti del corpo sono dolenti. Siamo in tanti qui, ma la mamma e i miei fratelli non ci sono, molti di noi mancano. Adesso siamo tutti tranquilli, non tremiamo e non gemiamo più. Siamo al sicuro con lei. Sentiamo la sua voce, una voce calma e dolce. Spesso ci accarezza leggermente nelle parti in cui non abbiamo ferite. Alcuni di noi hanno ancora gli occhi chiusi, forse non li riapriranno più, però mangiano e bevono acqua e non tremano.

 

 

 

Azione criminale contro un laboratorio. Malfattori si sono introdotti nell’edificio di un centro di ricerca e hanno sottratto animali da esperimento: topolini, conigli, gatti e cani. La polizia indaga.

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VIBRISSELIBRI COMPIE UN ANNO

di Pamela (21/06/2007 - 01:36)

Per poter scrivere auguri degni di Vibrisselibri per il suo primo compleanno bisognerebbe saper scrivere la gratitudine e la meraviglia, saper riferire i molti accadimenti sorprendenti e piacevoli.

Un anno fa Vibrisselibri era solo un post di Vibrissebollettino, un’idea e una proposta di Giulio Mozzi.. L’idea è cresciuta, è stata condivisa da un’ottantina di persone, che lavorano con entusiasmo al progetto. Adesso Vibrisselibri è un sito, su cui sono pubblicati cinque libri.

Vibrisselibri è soprattutto persone, persone che amano la letteratura e desiderano scoprire e veder pubblicati libri belli. Il lavoro è volontario e gratuito, strappato in qualche modo alla routine quotidiana di tutti noi, ognuno secondo le proprie possibilità

Gli uomini e le donne di Vibrisselibri sono sparsi in tutta Italia e non si conoscono tutti, si tengono in contatto e lavorano per e-mail, con discussioni feroci ma anche manifestazioni di amicizia, nonché cazzeggio puro, che qualcuno cerca invano di arginare.

In questo primo compleanno, ringrazio Giulio Mozzi per avermi offerto questa opportunità, e ringrazio a tutti quelli che partecipano al progetto e lo fanno crescere.

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NON PER TUTTI

di Pamela (17/05/2007 - 08:47)

Ho di nuovo il pc in avaria, la testa in confusione, urgenze che premono, emergenze che urgono, gente che si affolla e vuole qualcosa da me, non ho ben capito cosa. Nonostante questo, segnalo una segnalazione. Causa fretta, ansia e altre non meglio precisate stati, copio, anzi rubo, anzi cerco di linkare il blog di Mauro Mirci http://www.paroledisicilia.it/notizie/avvenimenti/vibrisselibri...-e-video.html  Se il link non mi riesce, lo trovate nella colonnina dei link di questo blog. Andate nella homepage, scorrete in giù, finché non trovate la parola Vibrisselibri. Ci sono dei filmati. Io non so di cosa sto scrivendo, perché ho messo fuori uso ciò che occorre per guardare i filmati. Mi informano che si tratta di materia scottante, interessante, non per tutti. Se siete tutti, non guardateli, potrebbe nuocere alla vostra salute.

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VIBRISSELIBRI

di Pamela (18/03/2007 - 21:52)

Seconda accoppiata di uscite per vibrisselibri, il progetto editoriale “anfibio” nato nel giugno scorso da un’idea di Giulio Mozzi.  Dopo la pubblicazione del saggio di Demetrio Paolin “Una tragedia negata” e del romanzo di Andrea Comotti “L’organigramma”, due sguardi da due diversi punti vista sugli anni di piombo, ecco “Nenio” di Eugenio De Medio, e “Tana per la bambina coi capelli a ombrellone”, di Monica Viola. Entrambi rientrano nella collana di narrativa Sans papier.
Anche in questo caso la scelta editoriale è stata quella di affrontare un tema – quello dell’infanzia violata e degli abusi familiari - utilizzando la doppia visione. Argomenti crudi e delicati, sensibili e nello stesso tempo coriacei, quali la difficile età dell’adolescenza e le sue violazioni, la necessità di essere amati e l’amore che diventa molesto, il passaggio alla maturità e l’umana necessità di ricostruirsi, perché la vita deve andare avanti. Storie di eroi della sopravvivenza, costretti a reinventarsi per ritrovarsi.
Il tema unico e la duplice declinazione permette una riflessione approfondita su contenuti in qualche modo “fuori norma”, così come “fuori norma” è la collocazione di vibrisselibri, in un’area intermedia tra l’editoria “industriale” e gli editori medio-piccoli, utilizzando il web per dare voce a testi di valore, pur nella ferma convizione che i “veri” libri sono quelli cartacei.

I due testi sono scaricabili gratuitamente dal sito www.vibrisselibri.net

 

 

 

Cos'è Vibrisselibri  

 

 

 

 

 

 

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COMUNICAZIONE

di Pamela (19/01/2007 - 19:19)

Gammarth, Tunisia, parecchi anni fa. La spiaggia dell’albergo ha ombrelloni in paglia molto distanti tra loro. C’è pochissima gente e tutti prendono il sole in silenzio. I tedeschi sono in maggioranza. Un gruppo di adolescenti inglesi, è l’unica fonte di suono. Sono sordomuti, ma articolano parole, mentre i loro gesti sfidano il vento. Sono tutti buttati su asciugamani disposti ordinatamente, in fila, davanti ai primi ombrelloni. Le onde lambiscono i loro piedi. E’ un po’ che li osservo e li trovo simpatici.

Arriva un altro gruppo, con la pelle più scura. Sono anch’essi adolescenti, con costumi da bagno castigati. Altri gesti si intrecciano nell’aria, altre parole, parole arabe, vengono pronunciate, altri asciugamani vengono distesi, ordinatamente, in fila. Alcuni ragazzi stanno distesi, altri seduti, altri ancora in piedi.

Arriva il bagnino, gridando. Impegna una discussione animata con i ragazzi arabi. Scatto in piedi e mi avvicino. I ragazzi inglesi mi chiedono aiuto, in inglese. Il bagnino vuole cacciare i loro amici: non sono ammessi arabi, nella spiaggia dell’albergo e nell’albergo tutto, a meno che non abbiano una tessera  di non so che club, in terra tunisina, quindi araba. Gli dico che i ragazzi stanno con me, sono miei ospiti. Veramente sarebbero ospiti dei ragazzi inglesi, ma forse un adulto, anche se donna, ha più influenza. Non si convince e inscena un altro tentativo per farli sloggiare. Allora lo minaccio. Dico che parlerò al direttore dell’albergo di questo increscioso episodio, anzi bisogna chiamarlo subito, il direttore. Se ne va borbottando. Capisco che ha un margine decisionale, altrimenti l’avrebbe chiamato lui, il direttore.

Durante la discussione e anche prima, osservando i ragazzi, avevo notato che gli arabi parlavano solo arabo e gli inglesi solo inglese. Adesso, appianate le cose, posso godermi lo spettacolo. Dei giovani che, se non avessero un particolare handicap, non avrebbero mai potuto comunicare, parlano, discutono, ognuno nella sua lingua ma comprendendosi perfettamente, ridono insieme, fanno i soliti scherzi che fanno gli adolescenti sulla spiaggia, vanno a farei il bagno in massa, tra spruzzi giganteschi. Questi ragazzi fanno un gran casino. Forse aveva ragione il bagnino.

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CAPODANNO

di Pamela (02/01/2007 - 01:11)

Si annoverano due tipi di Capodanno: in coppia e da single.

Per quello in coppia non ci sono problemi. Se i due elementi della coppia sono innamorati, bastano un cuore e una capanna di minimo sessanta metri quadri, una modica quantità di stoviglie Ikea, un albero di Natale bonsai sul televisore, una pentola in cui bollono lenticchie ma senza cotechino, per carità e per il resto il menu può essere semplicissimo: alcuni chili di tradizionali verdure fritte, precedentemente preparate con amore dalla partner femminile nella di lei casa, un dolce vegetariano come ad esempio il pangiallo, assemblaggio di cioccolato e frutta secca mista, povero e dietetico, ma soprattutto la preventiva sopportazione e perdono, per un tempo variabile dai due ai sei mesi, di ogni provocazione e affronto arrecato dal partner maschile, che segretamente rinuncia malvolentieri ad un Capodanno caraibico da single. 

 

Più problematici e necessitanti di particolari cure i Capodanni da single. E’ sufficiente cominciare a programmarli sei mesi prima, non un giorno di più. Sarà il caso di coltivare amicizie festaiole e brillanti, quelle che ti danno appuntamento alle due di notte davanti alla discoteca di grido o altro locale alla moda il martedì, proprio nel periodo in cui si è in superlavoro e conseguente leggera crisi depressiva, con sintomi di astenia e sonnolenza. Per recuperare il sonno perso prima di recarsi direttamente in ufficio, ancora vestita da discoteca, con abiti lustrinati e sexy, bisognerà aspettare la domenica successiva, ma vale la pena di fare un piccolo sacrificio. Le occhiaie che nessun copriocchiaie riuscirà a coprire, i leggeri mancamenti al cospetto di dirigenti, i colpi di sonno in metropolitana, la calligrafia incerta e tremolante, saranno un piccolo prezzo da pagare per ottenere un anno intero di successi e buona fortuna. Se non si è disposte a sacrificare il sonno, neanche per una buona causa, si ricorrerà per la notte di Capodanno, agli organizzatori non di professione, per carità, ma per hobby e spirito filantropico, i cui numeri non sono mai stati cancellati dalla nostra rubrica, perché non si sa mai, nella vita. Essi sapranno proporre feste e cene in luoghi insoliti, da raggiungere con cento chilometri di autostrada, venti di caicco e pochissimi a dorso di mulo, dove incontreremo moltissime persone interessanti, tra cui l’odiata collega di ufficio a cui abbiamo giurato di fargliela pagare, prima o poi, anzi no, la miglior vendetta è ignorarla, cancellarla con una grossa ics, attraversarla con lo sguardo quando la si incrocia in ufficio, come se fosse un trascurabile e modesto arredo. Ci imbatteremo anche nel ragioniere del piano di sotto, che fa il cascamorto in modo particolarmente viscido, nonché nel nostro nemico storico fin dai tempi del liceo, il cui nome avevamo giurato mai più pronunciare e la cui effige ci eravamo imposte di dimenticare. L’ambiente sarà originale ed estroso, anche se un po’ horror: ragnatele non si sa se coltivate o spontanee, tavoli zoppicanti, infissi e porte cigolanti, luci quasi inesistenti, ululati lontani. La cena sarà fredda ed insipida. L’organizzatore filantropo avrà anticipatamente riscosso le quote per la serata, non senza una certa insistenza e le avrà consegnate al gestore del locale, con cui si intratterrà a confabulare, scambiando banconote e bustine misteriose.

Alternativamente, potremo rivolgerci alle nostre migliori amiche. Si potrà, almeno un mese prima della fine dell’anno, iniziare a chiedere, dopo preventivo riavvicinamento e richiesta di frequentazione più assidua: “Che fai a Capodanno?” Si vaglieranno insieme le varie proposte, valutandole in base alla possibilità di incontrare principi azzurri, si cercherà di conoscere la lista degli invitati alle varie feste. Dopo vari incontri e telefonate, si farà il punto della situazione, elaborando una strategia.

“Alla festa di Marco ci sono piloti dell’Alitalia, ma bisogna fare un salto anche da Mira, dopo la mezzanotte, perché i suoi amici sono musicisti. A cena possiamo andare da Maurizio, dove troviamo istruttori isef e canoisti.”

“E le donne?”

“Chettefrega delle donne, concentriamoci sull’essenziale.”

Con le amiche, si passerà la serata e la notte di Capodanno in auto, recandosi freneticamente da un punto della città e dintorni ad un altro, diametralmente opposto, per poi tornare indietro, disegnando un tragitto a zigzag sospetto, rilevabile da qualsiasi satellite. Si arriverà ad ogni festa troppo presto o troppo tardi. Saremo le prime ad entrare in una casa ancora deserta, con gli abitanti in vestaglia Se non si sarà provveduto a cenare, magari nella propria residenza ufficiale, ci si nutrirà di avanzi e briciole, tartine ignorate dai più e canditi del panettone scartati da qualcuno. Lo spumante, nello stomaco semivuoto, farà uno strano effetto a chi è quasi astemia. Da questa catena di eventi, scatenata da appuntamenti molteplici presi precedentemente, scaturiscono vari fenomeni:

1)      stappamento di bottiglia di spumante in macchina, dalle parti della Cassia bis, ove la mezzanotte ci sorprenderà in compagnia di sole donne, che consulteranno invano lo stradario per trovare una strada che è citata, ma non compresa nella cartina

2)      racconti di prodezze da noi agite, tipo danza afro su tavolo insieme a tizio finlandese, nonché accapigliamento, privazione parrucca fluente e lotta tipo giapponese con contessa apparecchiatissima, la cui mise abbiamo dileggiato, che nella nostra memoria non hanno lasciato alcuna traccia. A riprova ci viene mostrata un parrucca mai vista prima, che è rimasta priva dell’apposita indossatrice

3)      telefonate misteriose, nei giorni seguenti, da parte di uomini  sconosciuti rievocanti nostre promesse e grande feeling, che noi non ricordiamo affatto

4)      telefonate di uomini che preferiamo ignorare e se scopriamo chi gli ha fornito il nostro numero di telefono, anzi è meglio se non lo scopriamo perché siamo pacifiste. Ci rifiutiamo di credere che siamo state proprio noi a fornirlo, in preda ai fumi dello spumante, come essi asseriscono

5) risveglio in casa e città sconosciute su tappeto greco, circondate da persone sconosciute dormienti anch’esse su tappeti di varia origine  geografica. La constatazione di essere, come gli altri, completamente vestita da sera tranquillizza sul fatto che nulla di ineducato sia potuto accadere nelle ore precedenti Breve ricognizione in cucina rivela completa assenza di polvere scura, nostra droga abituale ma ampia presenza di tè e tisane assortite: l’anno comincia male.

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NATALE

di Pamela (26/12/2006 - 21:54)

 

Oggi sono triste, molto triste. Non è perché sto da sola. Non è la prima volta che rimango da sola in un giorno in cui tutti si riuniscono. Approfitto di queste giornate silenziose e quiete, in cui il tempo sembra dilatarsi, per meditare, fare bilanci, progetti, liste di ogni tipo e tutte quelle piccole cose piacevoli e non essenziali che mi riprometto sempre di fare, ma il tempo non si trova. Di solito, in questi santostefani, pasquette, ferragosti, esco con nuove energie, voglia di fare cose, scoperte straordinarie su di me e sul mondo. Stavolta non è così.

Da qualche tempo, visito sempre più assiduamente siti vegan, trascurando tutto il resto, anche il mio blog e altri tentativi di scrittura. Anche oggi sono andata a vederne alcuni. Forse sarebbe stato meglio non farlo proprio oggi, il giorno di Natale, il giorno della grande celebrazione.

Quest’anno in particolare, sento questa festa, che dovrebbe essere gioiosa, una festa di rinascita, un positivo contagio anche per chi non crede alle motivazioni religiose, come un’occasione di terrore, dolore infinito e morte per tutti gli animali, i cui cadaveri finiscono sulle tavole imbandite. Ci finiscono tutti i giorni, lo so, ma nei giorni di gran festa c’è una moltiplicazione dell’orrore.

Se mi metto in contatto con le sofferenze degli animali, sofferenze inflitte dall’uomo, cado in una voragine senza fondo. Il terrore nei loro occhi nei macelli, mentre ascoltano le grida dei loro simili giustiziati, il terrore alla vista del coltello, il sangue, il dolore. Miliardi di animali vengono fatti nascere e allevati solo per essere sterminati in massa, dopo una breve vita, passata in prigioni in cui sono sottoposti a maltrattamenti e a vere e proprie torture.

Oggi non mi conforta essere fuori da tutto questo. Non mi conforta sapere che in molti anni da vegetariana e diversi da vegan, ho indirettamente salvato un gran numero di animali, impedito che fossero fatti nascere e morire per le mie gustose ricette e per il mio raffinato palato. Non mi conforta sapere che siamo in tanti, la maggior parte giovane e giovanissimi, che si astengono dal consumo di cadaveri di animali e anche di proteine animali, implicanti, comunque, sfruttamento e sofferenze, nascoste al consumatore finale. Le informazioni bisogna andarsele a cercare, nei libri e siti vegan o nei trafiletti dei giornali.

Oggi mi sento impotente, incapace, complice, colpevole. 

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VIBRISSELIBRI A MILANO

di Pamela (11/12/2006 - 20:58)

Martedì 12 dicembre 2006, alle ore 18, a Milano presso la Libreria Feltrinelli di Via Manzoni, si svolgerà la presentazione dei primi libri pubblicati da vibrisselibri: L’organigramma di Andrea Comotti e Una tragedia negata di Demetrio Paolin. Parteciperanno, oltre agli autori: Giulio Mozzi, ideatore di vibrisselibri; Gaja Cenciarelli e Margherita Trotta della redazione di vibrisselibri.

 

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IL SACRO DIARIO

di Pamela (28/08/2006 - 22:48)

Ella ebbe il diario. Le fu donato da un’entità clarenciana venuta dalla grande rete. Nelle notti e nei giorni, per lungo tempo, ella si intrattenne con uomini e donne di molte tribù, alcuni anche clarenciani. Poi fu il grande buio.  Prima del buio, nel grande crepuscolo, le fu negato l’accesso al luogo sacro del diario. Ella non si adeguava ai cambiamenti necessari, trascurava di elargire la giusta mercede di Norton, non aggiornava le Finestre, ma soggiornava beatamente, ignara della catastrofe imminente, tra libagioni e lieti conversari, sfornando papiri impalpabili. E venne cletus, ed egli immise gli scritti nella rete, nel luogo deputato.

L’esercito troiano di cavalli infetti, approfittò delle deboli difese. Si aprirono finestre a sorpresa, meretrici ignude copularono con satiri malvagi nel suo luogo sacro e in ogni luogo della sua rete, giochi d’azzardo si svolsero sotto i suoi occhi. Ella ebbe paura di consultare l’esploratore e si rivolse allo sciamano, non prima di aver infilato un pen drive in porta non acconcia, provocando il buio totale, condito di piccoli squittii e lamenti, come se la macchina della rete fosse piena di animaletti sofferenti.

“Nun po’ sbajà” le aveva predetto il venditore “Se a porta non è a sua, non entra:”

 Così avvenne che ella si rivolse allo sciamano. Egli si pronunciò e disse:

“Signo’, ha fatto ‘na bella cazzata. I documenti so’ sarvi, ma ‘a maghina ‘a buttamo.”

Il primo verdetto fu successivamente migliorato. Con un piccolo esborso di sesterzi, la macchina magica tornò nuova, ma la sventurata si accorse, a sciamano congedato,  che l’accesso al sacro diario era negato. Coadiuvata dal servizio clienti  ma anche da entità occulte e da preghiere adeguate, riuscì a far rivivere il dono clarenciano e le voci dei convitati.

Molte lune erano tramontate sulla macchina silente e le tribù amiche non avevano più memoria dei suoi papiri. Gli ultimi messaggi non avevano avuto risposta e la notte avvolse di nuovo il sacro luogo.

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CHI E' RICHI?

di Pamela (30/04/2006 - 08:21)

Rumori di sottofondo molto forti, sembrerebbe un locale pubblico, tipo bar.

“Pronto buonasera sono Richi, parlo con Pamela?”

“Si sono io.”

“La Pamela di Sharm el Sheik? “ poi, rivolgendosi a qualcun altro: “Mi sa che ho sbagliato numero”

“No, non sono  mai stata a Sharm el Sheik”

"Allora ho proprio sbagliato, mi scusi”

 

Ipotesi 1) Trattasi di scherzo di buontempone sfaccendato

 

Ipotesi 2) Qualcuno che conosco, conosce anche un’altra Pamela che è stata a Sharm el  Sheik e i nostri numeri sono vicini sulla sua agenda. Però non conosco nessun Richi e non ho riconosciuto la voce, con accento settentrionale, diciamo milanese, Se dico Richi, mi viene in mente ricky gianco, ric e gian, mio cugino  Enrico ma non è milanese e nessuno l’ha mai chiamato Richi.

 

Ipotesi 3) un uomo del nord, folgorato a Sharm el Sheik da una laziale di nome Pamela, ha fatto una ricerca nell’elenco abbonati telecom su internet indicando solo il nome di battesimo. Si può fare? Non lo so, adesso verifico. No, non si può fare, il cognome è obbligatorio. L’ipotesi 3 cade.

 

Ipotesi 4) I servizi segreti, forse il KGB, hanno tentato una mossa disperata per sapere se 1)stavo ancora dormendo o 2)ero già andata a fare la spesa e, già che c’ero avevo ritirato i sedici piatti guadagnati con i punti del supermercato oppure 3)ero andata a Nemi, in visita a mia zia Agata  che recentemente si è fratturata un femore. In effetti la visita alla zia è stata in ballottaggio, esclusa solo a causa di influenza contagiatami da vicino di panchina alla stazione di San Pietro. Ora che ci penso, anche il vicino  di panchina poteva essere un emissario del KGB, che si era sacrificato ed esposto al morbo per poterlo trasmettere a me, onde evitare che andassi in visita dalla zia. A questo punto entrano in campo i medicinali. Naturalmente, prima di fare la spesa, sono passata in farmacia. Essi già sapevano che ho buone scorte di medicinali erboristici, ma forse non sanno che ho finito l’echinacea. Comunque non l’ho  comprata, ho deciso spartanamente di farne a meno, anche perché ho acquistato efferalgan e aspirina. Rame oro e argento gluconato no, dovrei averne ancora da qualche parte. Se contavano sull’acquisto dei suddetti minerali, sono rimasti fregati, non ingerirò le loro sostanze ipnotiche, nascoste nell’innocente gluconato, che mi indurrebbero a rivelare i miei segreti più intimi, tipo qual è la migliore macchina per tirare la sfoglia o la ricetta segreta dei carciofi alla giudia, quelli che hanno indotto Giuda al tradimento, altro che trenta denari. D’altra parte, anche i  miei piatti di lenticchie non scherzano. Appena smetto di scrivere sul blog, mi metto a perquisire la cucina alla ricerca non di cimici, troppo facile, ma di telecamere nascoste. Non vorrei che i miei tortelli di ceci e le mie fettuccine cadessero in mani nemiche.

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UNA LIBRERIA

di Pamela (22/02/2006 - 00:49)

 

 

 

Una gondola, a Venezia, percorreva un canale. Era carica di persone, tutte mascherate. La sua scollatura era vertiginosa, ma lei era tranquilla, perché il seno che mostrava era veramente magnifico. La gondola andava, i giovani erano silenziosi, si preparavano al divertimento che avrebbero assaporato alla festa. Erano diretti ad una casa patrizia, illuminata da lampadari di cristallo, con mobili bianchi e dorati, dove altri amici li aspettavano.

Si svegliò e si ritrovò nel suo solito letto, con la sua castigata camicia da notte da diecimilalire al mercato, carina però. Sospirò perché il seno era sempre lo stesso, non era diventato più grande, come nel sogno o come quando prendeva la pillola. Si domandò perché non avesse mai avuto il desiderio di andare a Venezia. Ne aveva avuto molte volte l’occasione, ma aveva sempre trovato delle scuse logiche e decisive per non farlo.

 

 “Eri una nobildonna veneziana. Quella vita non è stata felice” Milena parlava, come sempre, a voce altissima. I camerieri e i clienti al banco si girarono a guardarle.Era mezz’ora che la medium divorava pasticcini, nel bar dalle luci basse, dietro  piazza Colonna. Il loro tè, all’uscita dell’ufficio durava un minimo di due ore. Ogni tanto Paola otteneva qualche informazione, qualche consiglio, frammisti a resoconti della vita di Milena, pettegolezzi sulle persone sconosciute  dell’ufficio di lei, invettive contro i suoi dirigenti e i soliti discorsi di donne su moda, pettinature, negozi carinissimi.

C’erano ancora parecchi pasticcini davanti a Milena. Paola pensava al tempo che passava e a tutte le cose che non sarebbe riuscita a fare nella giornata. Ma era troppo importante avere queste informazioni, anche se per dieci minuti di vite passate doveva trascorrere alcune ore con Milena. Non che la sua compagnia non le piacesse, sembrava una brava donna con un sacco di problemi, ma erano mesi, ormai, che non faceva altro che vedere Milena.

 

“ Lui mi sta dicendo che eri una tessitrice turca, anzi curda, in una regione che ora corrisponde al Kurdistan. Eri la figlia del padrone di una piccola fabbrica di tappeti e ...”

“Una tessitrice!” Gridò Paola. Dalla macchina accanto un anziano la guardò con curiosità. Erano ferme ad un semaforo e i finestrini erano aperti. Paola rivolse all’uomo un’occhiata sdegnosa e continuò a parlare animata, ignorandolo.

“E’ incredibile. Io sono pazza per il telaio. Nella mia vita ne ho costruiti con le mie mani tre. Alla fine ho comprato una macchina per la maglieria, con cui si fanno cose più sbrigative, ma non ho mai tempo di lavorarci.. E poi la Turchia, ci sono stata, ci vivrei, è un paese che adoro e per cui ho nostalgia. Non mi sono mai avventurata nel Kurdistan, perché quando ho avuto la possibilità di viaggiare, cominciavano i problemi per i curdi e ho avuto paura, altrimenti la Turchia dell’est è uno dei primi viaggi che farei. E’ incredibile questa cosa che mi dici, mi stai spiegando il perché delle mie stranezze, di manie incomprensibili. Nel Duemila è anacronistico lavorare a telaio, richiede un tempo infinito. Insomma, con tutto quello che si trova in commercio, bisogna essere pazze o non avere proprio niente da fare per passare il tempo così, soprattutto noi che di tempo non ne abbiamo, con il lavoro che facciamo. Questo spiega tutto” Aveva parlato a raffica, entusiasta, mentre Milena ogni tanto le lanciava uno sguardo, sorridendo benigna.

“Faresti bene a trovare il tempo. E’ utile entrare in contatto con la nostra vera natura. Anch’io spesso faccio delle cose che non hanno più senso nel nostro mondo, ma sento che sono importanti per la mia serenità.”

“Per la mia serenità sarebbe importante ritrovare Marco.”

“Non ci pensare più, forse è in un altro continente, comunque è assente, non pensa a te. Sarebbe più semplice trovarne un altro, di uomo.”

“Puoi spiegarmi, può il tuo spirito guida spiegarmi perché Marco si comporta così con me, perché mi sfugge, pur amandomi? L’amore, non lo può nascondere.”

“Pesano le influenze delle vite precedenti passate insieme. Mia cara, non c’è niente da fare contro il karma, se non subirlo.”

“Tu sai come fare, come si fa a ricordare?”

“Non si può, ma non ti preoccupare, ti diremo tutto noi, io e il mio spirito guida”

Paola sapeva che stava mentendo. Aveva abbastanza conoscenza, letture e interesse per queste cose per sapere che mentiva. Non insistette, comunque. Questa faccenda della tessitrice, lei non l’aveva mai espressa, non aveva osato pensarla, ma ora si rendeva conto che la sapeva già. Almeno in questo Milena non mentiva.

 

“Posso aiutarla?” Paola, assorta nell’esame dei libri, in posizione scomodissima, quasi inginocchiata, trasalì. Non aveva visto, quando era entrata,  l’uomo anziano, ingobbito, con occhiali molto spessi e i radi capelli bianchi equamente distribuiti e appiccicati sul cranio. Era probabilmente nascosto tra gli scaffali, intento a riordinare i libri. C’erano solo loro due, nel locale.

“Si grazie, sto cercando dei libri sulla reincarnazione. Mi interessano le tecniche di regressione alle vite precedenti, tecniche diverse dall’ipnosi, forse tecniche di visualizzazione.”

“Mi dispiace, ma quei libri non li ho letti, non ancora. Sa, ognuno ha le sue priorità. Però posso consigliarle dei libri per la protezione contro le aggressioni esterne, contro il solito malocchio, ma anche antidoti per vere e proprie fatture. Quello è il migliore”

Stava indicando un piccolo libro al centro della vetrina su strada. “Immagino che lei segua un insegnamento, in questo caso certe cose le saprà già, sotto qualche forma, ma le assicuro che la protezione non è mai troppa e questi metodi sono semplici ed efficaci.” L’uomo parlava lentamente, a voce molto bassa.

“E lei, segue un insegnamento, lei?”

“Naturalmente, ma mi consenta di non parlarne, almeno per il momento.”

“Va bene, prendo il libro sulla protezione, però vorrei trovare anche qualche testo con le informazioni che mi interessano ”

“Mi sembra di capire che lei abbia gravi problemi da risolvere, al più presto. Faccia così, tiri giù tutto lo scaffale, metta i libri su questo banco, li guardi, li sfogli, si metta comoda” fece apparire una poltroncina “stia qui tutto il tempo che vuole,  faccia come se io non ci fossi, anzi io scompaio là dietro, dove ho dei libri, appena arrivati,da sistemare.

 

 

La piccola libreria nel centro della città era specializzata in testi esoterici. Aveva praticamente tutto. Alcuni erano vecchissimi, edizioni dell’inizio del secolo, quelli a cui, prima di leggerli, bisogna tagliare le pagine, che giacevano in attesa del lettore giusto. Tutto l’ambiente aveva un aspetto polveroso e trascurato, sembrava essere lì da millenni. Paola entrava nella libreria o, se non aveva molto tempo, si soffermava ad esaminare le vetrine, tutte le volte che passava da quelle parti. Era una zona della città che le piaceva molto, contro ogni logica, e volentieri ci avrebbe abitato. Nei giardini al centro di piazza Vittorio aveva passato dei pomeriggi bellissimi, seduta sola su una panchina a leggere e guardarsi intorno, anche se a dire il vero c’erano da guardare solo spacciatori e marocchini male in arnese sdraiati sui prati, oltre a qualche raro vecchietto del quartiere, prudentemente uscito senza soldi in tasca. Però l’aria era diversa, diversa dal resto della città. Lei sentiva una qualità, una vibrazione superiore, tanto forte da darle la nostalgia, quando ne era lontana, e il desiderio di ritornarci al più presto. Attribuiva la proprietà dell’aria alla presenza, al centro della piazza, della Porta Magica, una porta spalancata sul mistero. Nessuno era finora riuscito a decifrare l’iscrizione che recava. Lei aveva spesso immaginato di varcarne la soglia, resa purtroppo inaccessibile da una recinzione, e trovarsi in un altro mondo, un mondo parallelo, forse, oppure nel passato o nel futuro. Probabilmente, pensava, era solo un mondo di conoscenza e di saggezza, a cui si accedeva dalla porta.

Non lontano, su via Merulana, c’era la libreria, che lei frequentava da sempre, da quando l’aveva scoperta. La vetrina la attraeva e, ogni volta che passava, anche quando non aveva proprio soldi da spendere in libri, si fermava ad osservarla attentamente. Un tempo erano i testi di astrologia che la interessavano di più, ma dava volentieri un’occhiata anche ad altri libri. Adesso andava piano piano esaurendo lo scaffale dedicato alla reincarnazione: testimonianze, consigli, teorie diverse. Prendeva due o tre libri alla volta, perché non sapeva quando sarebbe potuta tornare. Ne erano rimasti pochi ormai, che non avesse letto. Stava quasi per arrendersi: era stanca di storie dei soliti bambini indiani o turchi che, quando iniziano a parlare, pretendono di vestirsi da uomo, dimostrano gusti decisi e conoscenze impossibili per la loro età, descrivono dettagliatamente un villaggio diverso da quello in cui vivono e dichiarano di avere moglie e figli. Tristissimo leggere degli incontri tra questi bambini e le loro mogli delle vite precedenti. Era stanca anche dei racconti di psichiatri americani che curano con l’ipnosi e fanno regredire il paziente, per sbaglio, oltre l’infanzia, fino a sconfinare in una vita precedente. 

 

Eccolo, finalmente, il libro giusto. Aveva cominciato, senza molte speranze,  a sfogliarne uno che non aveva notato le altre volte. Finalmente vide la descrizione della tecnica. “Ecco come si fa” si disse “adesso potrò farlo quando voglio, non devo aspettare i sogni. E non dovrò più subire le piccole angherie di Milena” Con quell’unico libro in mano, si voltò verso il gestore. Prima di pagare dovette trovare una scusa per non prendere un testo di alta magia che lui voleva a tutti i costi venderle. Quella volta lo deluse e lei sentì che la stava seguendo con gli occhi. Lasciando la libreria, si girò e lo vide scuotere la testa e mormorare: “Un po' di magia le avrebbe fatto bene”

 

 

Uscì dal tunnel ed entrò nella luce. La scena era piena di nebbia.

“I piedi, guarda i tuoi piedi!”

Abbassò lo sguardo e la nebbia si diradò, l’immagine si fece sempre più chiara. Erano piedi graziosi, piedi di ragazza. Aveva dei sandaletti di cuoio con dei minuscoli ciondoli, tanti ciondoli, sembravano d’argento. Anche le gambe erano belle, ma coperte da una lunga gonna, di quel colore che la aveva ossessionata tutta la vita, una certa tonalità di azzurro con piccoli disegni più chiari. La gonna arrivava alle caviglie. Non era una gonna, era un vestito, un vestito simile a quelli che comprava sempre. Capelli lunghi raccolti in una treccia, capelli neri. Orecchini, proprio come quelli nella gioielleria di Capri, che aveva lasciato a malincuore in vetrina, pensando che sicuramente li avrebbe trovati ad un prezzo inferiore, li avrebbe cercati a Roma: dei cerchi, non grandissimi, con tante perline pendenti e tintinnanti colorate. Eccoli, i suoi orecchini. Si interruppe per guardare la ragazza, per guardarla tutta. Era molto bella, i lineamenti regolari, quasi infantili, gli occhi grandi, il collo lungo e sottile. Era strano vedersi da fuori e da dentro, era una sensazione esaltante.

“Guarda la scena, cosa c’è intorno, chi c’è?” 

Terra, arbusti isolati, una costruzione, forse una fortezza, no, un caravanserraglio, dei cavalli montati da uomini. Li vide prima sfocati, poi sempre più chiari.Un cavallo si avvicinava a lei. L’uomo che lo cavalcava le porgeva qualcosa, le stava offrendo una borraccia da cui bere. Aveva sete, infatti. Il sole stava calando. L’uomo la guardò a lungo e lei colse una rassicurazione nello sguardo. Il viso dell’uomo aveva un’espressione grave, severa, ma lo sguardo era sereno, era una promessa. Lei non aveva paura, come avrebbe dovuto. Sapeva di essere prigioniera, ma sapeva anche di avere un grande potere su di lui. Quell’uomo le piaceva, più di chiunque altro avesse mai incontrato. Le sembrava di non aver mai vissuto prima di quel momento, di aver soltanto aspettato di vivere.

“Guarda gli occhi. C’è quest’uomo nella tua vita attuale? Chi è?”

Lo guardò negli occhi e seppe che era Marco, il suo Marco.

 

Paola aprì gli occhi. Tratteneva la sensazione di freschezza e luminosità dell’aria, che aveva avvertito durante la regressione. Andare in quella vita passata era stata un’esperienza bellissima, felicità pura. Pensò a quello che aveva letto nei libri. Le regressioni come terapia, come cura dell’anima. Rivivere una vita passato dove è nato un problema serve ad alleggerire il karma, a sciogliere dei nodi. 

Lo avrebbe chiamato. Ora sapeva dove trovarlo. Prima che lei tentasse le regressioni,  Marco sembrava sparito dalla faccia delle terra. Perfino un certificato anagrafico, che lei aveva richiesto ad un’agenzia, lo dava come inesistente. Naturalmente l’agenzia aveva sbagliato, il certificato era sbagliato. Lui si era semplicemente trasferito a poche decine di chilometri da Roma, dopo essere stato diversi anni all’estero. L’aveva saputo da un conoscente comune incontrato per caso, pochi giorni prima. Ormai erano settimane che tornava in quella vita e aveva visto tutto: il rapimento della tessitrice dal suo villaggio, l’amore che nasce in condizioni strane, tra il rapitore e la prigioniera, viaggi di carovane nel deserto, la rivalità con un’altra donna, l’altra donna che lui aveva amato e che era la madre dei suoi figli. La tessitrice ed il suo uomo erano sempre insieme, finché non erano stati separati durante una battaglia. Lei l’aveva aspettato invano per il resto della sua vita, aveva sperato che fosse sopravvissuto e potesse tornare a prenderla, ma questo non era avvenuto. Paola aveva visto la donna uscire da una casa sulla spiaggia e guardare il mare con gli occhi pieni di lacrime. La sua nave non era mai arrivata, il mare era vuoto.

 

 Sollevò il telefono al primo squillo, come faceva quasi sempre, visto che lo teneva accanto al computer.

“Sono Paola, ti ricordi? Un tempo eravamo fidanzati” Cercava di controllare la voce,  ma la sua emozione traspariva. Dopo un breve silenzio:

“Paola chi? Ne conosco almeno tre, tutte più o meno fidanzate con me, in un modo o nell’altro”

“Quella che preferivi. Possibile che non ricordi la mia voce? Eppure ti piaceva una volta. Ti piaceva anche tutto il resto.” Lei avrebbe voluto avere un tono leggero, ma proprio non le riusciva, con lui. Il risentimento si stava facendo sentire.

“Ehi, con te non si può neanche scherzare! Se non sbaglio, dopo l’ultima volta che ti ho visto sei sparita, non senza  avermi messo la casa a soqquadro.”

“Allora te ne sei accorto. Pensavo che non ci avresti fatto caso. Che avresti incolpato il filippino del disordine.”

“No, ho riconosciuto il tuo stile. Nel disordine sei impareggiabile. Nessun filippino ti tiene testa”

“Che ne diresti se ci vedessimo per rimettere tutto in ordine? Sono in un periodo calmo.”

“Quanti anni sono passati? Scommetto che tu lo sai, tu che ti annoti tutto in quel tuo diario misterioso.”

“Sei, ma non per colpa mia. Non riuscivo più a trovarti.”

“Infatti sono partito e sono tornato da poco, ma non era questo il progetto. L’idea era di rimanere negli States… Sarai cambiata. E se non mi piacessi più?”

“Anche tu potresti non piacermi più. Vediamoci e vediamo cosa succede”

Un attimo di silenzio, di esitazione. Lui stava soppesando la proposta, stava decidendo.

“Casa mia o casa tua?”

“Casa tua”

“Bene, così casomai ti seppellisco in giardino.”

“Mi è sempre piaciuto quel giardino”

“Ma se non l’hai mai visto”

“Mi piacciono tutti i tuoi giardini e comunque l’ho visto”

“Ah, allora hai fatto un sopralluogo”

“Certo, volevo assicurarmi che abitassi in un posto decente. Ne va del mio prestigio”

Paola prendeva coraggio, la voce diventava più sicura. Le sembrava facile e naturale, ora, scherzare, come avevano sempre fatto.

“Allora, vieni subito o devo aspettare?”

“Fra mezz’ora sono lì”

“Mi deludi, mi fai aspettare, pensavo che fossi qui fuori, alla cabina all’angolo”

“Ti concedo mezz’ora di tempo per ricordarti chi sono. Non sei contento? Così non farai gaffe quando mi vedi.”

“Le mie gaffe rimarranno sepolte con te”

“Va bene, ora chiudo e parto”

 

 

“Come hai fatto in così breve tempo a far crescere questo giardino tropicale? Palme, banani e tutti questi fiori”

“Ti confesso un piccolo segreto ma tienilo per te. Ho trovato il giardino già fatto. Io ho messo solo quella recinzione per la privacy e ho fatto altri lavori di poco conto. Comunque effettivamente se non l’avessi trovato, è così che l’avrei realizzato, ora che mi ci fai pensare.”

Prendevano il sole, seminudi, i parei quasi completamente aperti, tanto non c’era nessuno in giro. In effetti lui le aveva offerto dei bikini di cui si trovava per caso in possesso, ma lei aveva rifiutato, segretamente sdegnata. Non voleva litigare subito, quindi era passata sopra all’offesa.

“Ti alzi tu o mi alzo io?” chiese Marco.

“Perché alzarsi, si sta così bene qui” finse di non capire.

“Va bene, mi alzo io” disse lui con aria da martire “Cosa vuoi da bere?”

“Fai tu, ma che sia qualcosa di mitico”

“Una bevanda mitica per una donna mitica” disse lui serio, guardandola dall’alto, esaminandola tutta con lo sguardo.

“Non guardarmi così altrimenti divento mitomane” sorrideva, deliziata dallo sguardo di ammirazione.

.

Sedeva su una panchina, al centro del giardino, nei pressi della Porta Magica. C’era sempre quella luce particolare nell’aria, c’era energia intorno. Era diretta alla sua libreria preferita, quella dove aveva trovato il libro che aveva cambiato la sua vita, ma non aveva resistito al desiderio di fermarsi qualche minuto a ricevere…non sapeva bene cosa, sapeva che in quel luogo accadevano piccoli e grandi miracoli.

Si vedeva entrare nella libreria, salutare l’uomo a cui era grata. Sperava che non ci fosse nessuno con loro, come l’ultima volta. Voleva raccontargli quello che era accaduto, come il libro avesse portato un cambiamento totale nella sua vita: un amore riconquistato, una nuova serenità, un nuovo lavoro. Voleva raccontargli molte cose e raccomandargli di provare anche lui a fare delle regressioni.

L’uomo non era quello giusto. Ce n’erano due, nella libreria, ma erano troppo giovani. Forse sono i figli, pensò. Entrò e fu disturbata dalle voci troppo alte. Mentre osservava dei libri, sentì discorsi banali. Anche i libri non erano più gli stessi, di argomento esoterico ne rimanevano pochissimi. Quella libreria assomigliava a qualsiasi altra, la luce era troppo forte. Non riuscì a trovare libri che la colpissero, quelli dalla copertina grigia, ingialliti, con le pagine da tagliare, erano spariti. Si risolse a chiedere notizie dell’anziano signore.

“La libreria ha cambiato gestione.” Le disse l’uomo dietro il banco.” Il precedente proprietario l’ha ceduta per problemi di salute. Sa, alla sua età…Stiamo smaltendo i vecchi libri e ordinandone di nuovi. Faremo una libreria modernissima, dove può trovare tutte le ultime novità, tutto quello che desidera.”

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LETTERA ANONIMA E SEGRETA

di Pamela (02/02/2006 - 03:29)

Caro cletus (massì, mi sei ancora caro),

Ti avevo già detto che non amo essere coinvolta in questi giochini per blogger navigati, io sono di un’altra pasta, un po’ scotta e collosa, forse, una pasta non puntuale e ligia al dovere, una pasta anarchica. Non voglio fare quello che fanno gli altri. Non voglio parlare delle mie cinque strane abitudini, per svariate ragioni: le mie strane abitudini sono molte di più di cinque e non voglio che eventuali corteggiatori in agguato (si, sono pure di una pasta antiquata) si facciano idee sbagliate o esattissime sul mio stile di vita.

Uomo avvertito mezzo salvato. Nessuno deve sapere che, cascasse il mondo, almeno una volta alla settimana io rimesto in una grossa ciotola un’orribile mistura di farina acqua e lievito naturale, madre di tutte le mie pagnotte, che si può senza tema di cadere in fallo, far risalire al pleistocene. La pasta madre va a male a tutte le massaie, per trascuratezza, dimenticanza, distrazione. Esse devono ricominciare tutto da capo, impastando nuova farina e nuova acqua e attendere un tempo variabile ma sempre lunghissimo (cioè superiore a qualche ora) perché il miracolo lievitoso si manifesti. A me non va a male, la mia pasta madre è sempre la stessa da tempo immemorabile. Quando il pane viene simile a quello commestibile, normalmente in vendita in boutique chiamate forni o anche panetterie, festeggio l’evento informando il parentado tutto e a volte inviando a mezzo corriere sottili, evanescenti fette miracolose (ho un forno piccolo). Sono solita anche organizzare festini trasgressivi e rave party a base di pane guarnito con raffinato olio d’oliva, ma non spargere la voce perché, come dicevo, il forno è piccolo.

Non vorrei mai che si venisse a sapere che, da quando faccio di professione la pendolare e per hobby mi diletto in un lavoro impiegatizio, sempre che riesca in tempo utile a raggiungere la mia postazione, sono solita svegliarmi alcune ore prima del sorgere del sole, per fare tutto con calma. Così impiego le ultime ore della notte a coccolare la mia ormai unica gatta, a viziarla con caramelle per gatti ed altre prelibatezze. Rimane molto tempo e allora mi siedo al PC, scrivo qualche sogno a beneficio del mio consumatore onirico, che me ne chiede sempre e non gli bastano mai. Oltre ai miei sogni vuole anche dei soldi. Quando esco dal suo studio mi sento sollevata e alleggerita: i miei sogni ei miei soldi sono in buone mani. Poi, se non sono troppo addormentata, provo a fare utili rituali magico-esorcistici per scacciare gli spiriti maligni e purificare la casa e la mia aura: brucio incenso al sandalo, faccio meditazione, brevi escursioni nelle mie vite precedenti, non per sterile curiosità, ma esclusivamente per migliorare i miei rapporti con i capi, con cui sono stata molto cattiva in precedenza, anche se nessuno di noi se lo ricorda più, trattandosi di mie mancanze di secoli fa. Questi viaggi nel tempo e nello spazio mi portano confortanti spiegazioni a tutto l’inspiegabile della mia vita e hanno il risvolto di essere molto economici, meglio dei last minute: al massimo mi viene fame e mi costano una ciotola di corn flakes e latte di soia. Faccio ancora in tempo a vestirmi di corsa e precipitarmi alla stazione, dove il mio treno aspetta che sia arrivata per potermi chiudere la porta in faccia.

Preferisco tacere che i miei libri più consumati e vissuti non siano capolavori immortali. Alcuni capolavori in mio possesso sono vistosamente nuovi e mai aperti, altri leggiucchiati qua e là, altri letti e rimossi in quanto finiscono male e mi intristiscono. I miei libri più frequentati sono manuali del tipo: “Come scrivere un best-seller senza sforzo in tre giorni nei ritagli di tempo mentre ti dedichi anche ad indispensabili faccende domestiche e parli al telefono ad esempio con cletus” “Sistemi economici  e rapidi per vincere somme favolose al lotto ma anche al casinò investendo cifre irrisorie, permettendoti il lusso di licenziarti tanto la pensione non ti serve più” “Come investire i miliardi appena vinti al gioco se sei una sprovveduta ex-impiegata che non è abituata ad essere ricca” “I segreti dei grandi collezionisti per chi possiede francobolli insignificanti e monete che non hanno nulla di speciale ma toglie dal portafoglio perché pesano” “Antiche e rozze ricette di bellezza dell’età della pietra con ingredienti quasi impossibili da trovare e risultati non garantiti anzi improbabili” “Come aumentare la tua intelligenza, la tua creatività, la tua fortuna con piccoli innocui mantra da ripetere ad alta voce per ventisette ore al giorno senza far caso a lazzi  e risate di chi ti circonda e ad eventuali licenziamenti in tronco, ripudio da parte di partner e interdizione di parentame”

Non farei cenno delle mie sane abitudini di navigare per siti apocalittici in cui apprendo che ufo cattivi si alleano con divinità malevole, colluse con la mafia siculo-americana, allo scopo di impoverire l’occidente a favore di una sconosciuta comunità residente su un’isola del mar dei Sargassi, composta di esseri intelligentissimi dalle sembianze di mezzo topo e mezzo medusa, che hanno intenzione di impadronirsi delle nostre menti. Tremo di paura mentre apprendo terribili verità, celate dai media e dai governi tutti e mi accingo ad affrontare una giornata lavorativa media con animo più leggero: il peggio deve ancora venire e allora nessuna vipera starnazzante può preoccuparmi.

Non potrei, a nessun costo, parlarti dei miei rapporti, reali o virtuali, con uomini, tantomeno di quelli con uomini non ancora reali ma non del tutto virtuali, della mia dissennata abitudine di chattare con sconosciuti fascinosi e soprattutto tenebrosi, belli non si sa, che scopro con orrore avere le sembianze del ragioniere del piano di sotto, indegno, a mio meditato parere, di un primo sguardo, figuriamoci di un secondo.

Poiché tengo in somma misura alla mia privacy, ti prego quindi, caro cletus, di astenerti, nel futuro, dal coinvolgermi in siffatti giochi blogghistici.

Con inalterata e inalterabile stima

Un’amica

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TURCHIA

di Pamela (22/01/2006 - 09:42)

Istambul, notte. Sono sola. Il bar dell'albergo è chiuso e ho urgente bisogno della mia dose di caffè serale, non ho ancora imparato a portarmi in valigia bustine di nescafé e zollette di zucchero per ovviare ad inevitabili impossibilità, almeno in certi paesi, almeno viaggiando al risparmio. Nel bar chiedo un'espresso. Arriva un altro italiano, uno di quelli del mio gruppo, che poco prima hanno rifiutato di accompagnarmi. Si è accorto che non ha acqua minerale. Prende anche lui un caffè, mentre chiacchieriamo. Non ricordo più chi voleva pagare i caffè, forse lui, che doveva comunque pagare l'acqua minerale. Il barista dice: "No, voi siete italiani, offro tutto io."

 
Sulla strada per la Cappadocia, tra immense distese deserte, con scarsa vegetazione, una versione semplificata e rudimentale di autogrill. Scendiamo dal pullman in massa e ci precipitiamo al bar. Dentro, tra gli altri avventori c'è un uomo in abiti da lavoro macchiati di vernice. Penso che deve essere un imbianchino. Mi domando quanto guadagni un imbianchino in Turchia. Dopo aver fatto colazione con milk and coffe e dolci locali al miele, ci avviamo alla cassa. Il cassiere dice: "Non dovete pagare. Ha pagato lui per tutti voi italiani." Ci giriamo come un sol uomo, sorpresi. E' l'imbianchino, che ci guarda con un grande sorriso e ripete: "Italia".

 

Una settimana dopo, una decina di noi siede ad un bar di Antalya, un bar che nei seguenti viaggi ho cercato di ritrovare, senza essere mai sicura che fosse proprio quello. Un ragazzo giovane prende ordini da un tizio corpulento, che deve essere il padrone. Prendiamo alcolici, gelati, dolci, senza badare a spese. Stiamo per ripartire e possiamo dar fondo alle riserve. Il ragazzo va a portare il conto ad un tavolo vicino, occupato da altri turisti, di altra nazionalità. Passando vicino a noi dice: "Questo tavolo non paga. Offro io. Voi italiani."

 

Siamo sulla strada, da qualche parte lungo la costa sud, decisi a fare l'autostop. Passa invece un taxi collettivo, una via di mezzo tra l'autobus e il taxi, pieno di turchi della zona, per la maggior parte operai e contadini. C'è una donna anziana, tra gli altri, vestita poveramente ma dignitosamente, che cerca di dirci qualcosa, indicando il cesto che porta con sé, pieno di frutta. Proviamo varie lingue europee, ma naturalmente non capisce. Pensiamo che voglia venderci dei frutti. Alla fine comprendiamo quello che per noi è incomprensibile: vuole regalarci tutta la frutta, completa di cesto. A sorrisi e cenni, le facciamo capire che accettiamo solo un frutto per ognuno di noi. Tutti frughiamo nelle tasche e nelle borse per cercare qualche oggetto da darle in nostro ricordo. A tutti noi viene spontaneo metterci una mano sul cuore nel salutarla.

 

L'ultima notte non siamo andati a dormire, per paura di non svegliarci in tempo: l'aereo era alle cinque di mattina. "Quando partite?" ci ha chiesto il proprietario del bar in cui abbiamo passato parte della notte. "Fra tre ore abbiamo l'aereo" qualcuno ha risposto. Lui ha fatto comparire delle rose per tutte le donne del nostro gruppo "Perché portiate un buon ricordo della Turchia in Italia" ha detto. Dati i tempi stretti e la compattezza del gruppo, decisamente non aveva secondi fini.

Mi sono domandata, partendo, io che non sono particolarmente affezionata alla mia nazionalità, chi mi avesse preceduta dal mio paese in questa terra, per lasciare questo sentiero tracciato di simpatia e affetto.

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