IN VIAGGIO CON CLETUS
“cletus, posso venire con te?”
“Vieni. Però sappi che ti faccio uno squillo appena arrivato sotto casa tua, dopodiché aspetto cinque minuti e me ne vado.”
“Ti prego, non farlo, non te ne andare. Io comunque sono puntuale.”
“L’altra volta mi hai fatto aspettare mezz’ora.”
“Ma che dici? Non è vero. Solo il tempo di scendere in ascensore.”
Vabbè, ciao.”
Cletus è un tenero, premuroso, pieno di attenzioni. Parto fiduciosa e serena.
“Autostrada o Aurelia?”
“Fai come credi giusto, caro cletus.”
“Che facciamo, un panino o un pranzo?
“Come preferisci, caro cletus.”
La musica in macchina è un po’ troppo forte per i miei gusti e per i miei timpani, almeno in certi momenti, ma non dico niente. Lui la commenta e la spiega ad una povera ignorante primitiva come me. Commenta anche la perizia della maggior parte degli automobilisti che incrociamo, confidandomi quello che pensa di loro e soprattutto della condotta morale delle loro madri.
Se dico che c’è troppa aria, lui apre anche il finestrino. Se dico “Prendiamo un caffè, lui dice: “Più tardi”, se dico: “Fermiamoci.” intendendo che un impellente bisogno fisiologico richiede una sosta, lui dice: “Non c’è motivo, mancano solo tre ore alla meta.”
In Liguria, mentre il mio stomaco si attesta nella scatola cranica, cletus dice: “Questa macchina macina centinaia di chilometri e neanche te ne accorgi.” Lui la chiama Volvo con affetto, anche se un’automobile dovrebbe essere di genere femminile. Ma siccome il nome è svedese e nessuno conosce gli usi e costumi grammaticali degli svedesi (misterioso popolo proveniente dalla lontana Ikea) va bene così. Con frequenza periodica, ogni 9,999 periodico minuti, mi illustra una qualità della vettura, fino allora deplorevolmente ignorata da me, che allieterà il nostro viaggio. Con frequenza altrettanto periodica mi parla di un certo campo di papaveri, noto anche al comune amico toni e io sono costretta a simulare un entusiasmo che non condivido appieno, preferendo io di gran lunga campi di orchidee.
Arriviamo a Tortona, ma prima dobbiamo passare per le forche caudine del campo di papaveri. Lui sollecita una mia qualche reazione emozionale di fronte al “magnifico spettacolo” e alla fine mi produco in gridolini di apprezzamento, anche se la nausea delle curve liguri ancora mi attanaglia. Gridolinare in queste condizioni è faticoso e pericoloso per le tappezzerie. Lui sembra alla fine soddisfatto. Fotografa il famoso campo, togliendo entrambe le mani dal volante e io mi domando se è giusto morire a causa di papaveri, da cui non è ancora stato estratto niente.
E’ bello sapere di avere un amico su cui contare, che sa esattamente cosa devi fare, per il tuo bene. Mi sono accorta del grande pregio di cletus, il suo generoso altruismo e preoccupazione per il mio benessere quando ho finito le sigarette. Nonostante lui sia una ciminiera ambulante, rifornito di svariati pacchetti di camel nonché di tabacco all’antica e relative cartine, a me che gli chiedevo una sigaretta, avendole sbadatamente finite, rispondeva: “Resisti, non fumare, non lo sai che il fumo fa male?” senza neanche distogliere gli occhi della delicata operazione di autoconfezionarsi una sigarettina leggera farcita di Samson.
Ho deciso, dopo questo idilliaco viaggio, di essere pazza di lui. Le sue commoventi attenzioni mi hanno conquistata.
VESTITI, CHE USCIAMO
Oggi lei si aggirava in casa senza combinare niente. Come al solito, da un po’ di tempo a questa parte. Ogni tanto si prende la testa tra le mani e subito va a versarsi la medicina, quelle che non dà mai a noi e sta nella boccetta piccola col contagocce. Alcune delle medicine le possiamo prendere anche noi, spesso ce le dà, me la boccetta più piccola è solo per lei. Sta sempre male, lei, passa giorni interi nel letto, lamentandosi. A volte gli occhi le lacrimano, come quando noi avevamo preso la malattia agli occhi e allora lei ci faceva gli impacchi. Lei non fa impacchi, ma asciuga le lacrime man mano che sgorgano. I suoi non sono lamenti seri, perché all’ora dei nostri pasti si alza e prepara tutto, come prima di questi comportamenti. Prima veniva quell’altro e noi ci eravamo affezionate, poi non si è visto più e lei ha cominciato a gridare la sera nell’oggetto che squilla. Non gridava tutto il tempo, solo ogni tanto.
Un giorno ha smesso di gridare e di parlare con lui. L’oggetto squilla spesso, ma noi sappiamo che si tratta di altre persone, dal tono di voce che lei adotta. I suoi toni migliori li aveva con lui e li ha ancora con noi. Quando ha smesso di gridare e parlare con lui, si è ammalata alla testa e agli occhi.
Lei esce solo di notte e solo qualche volta, dalla porta a noi interdetta. Ritorna con i piccoli tubi che emanano un fumo dal pessimo odore. Per il resto, vengono vari signori a portare provviste. Lei allora apre la borsa, poi quell’altra più piccola e dà loro dei fogli di carta e qualche oggetto tintinnante rotondo e piatto. Subito toglie dagli involucri qualcosa che va a finire al freddo, dove è custodito anche il nostro cibo della festa, ma le buste ancora rigonfie rimangono un paio di giorni sul pavimento e allora io vado a curiosare e mi diverto.
Oggi ho cominciato a parlarle. Non mi piace parlare, è una fatica. Lo faccio solo con lei, quando mi accorgo che non mi capisce. Io e Paolina ci capiamo al volo diversamente. Avevo visto che è una bella giornata, non piove e non tira troppo vento e così se lei avesse voluto…Io mi annoio ad uscire solo con Paolina, facciamo sempre le stesse cose, lo stesso tragitto e il più delle volte torniamo a casa senza prede. La semplice osservazione di lumache e insetti dopo un po’ stanca. Quando lei esce con noi, invece, possiamo aiutarla a fare lavori interessanti e la nostra erba torna rigogliosa, dopo che lei ci ha messo un po’ d’acqua. Oggi ho parlato a lungo. Alla fine lei ha capito. Ha indossato la giacca, quella che fruscia, e un paio di scarpe, perché gli zoccoli che porta in casa sono troppo leggeri e l’acqua ci passa attraverso. Allora siamo uscite tutte insieme, dalla porta che ci è concessa. Il sole era tiepido e si stava benissimo. Lei è andata intorno a tutti i vasi e ha sradicato le erbe non autorizzate, ma prima ha messo l’acqua, perché altrimenti le erbe non vengono via. Stavo per suggerirglielo, di mettere prima l’acqua, ma lei ci ha pensato da sola. Noi ci siamo divertite e qualche erba l’abbiamo assaggiata. Le erbe che ci piacciono di più ce le ha lasciate, oltre a quelle nel nostro vaso. Ha spruzzato una medicina anche sulle piante. Strano che qui stiamo tutti male, lei, noi e le piante. Dobbiamo tutti prendere medicine. Noi ci siamo scatenate in corse e corsette, andavamo vicino a lei e poi scappavamo, appena iniziava lo spruzzo. Noi prendiamo le medicine insieme all’acqua e al cibo e lei crede che non ce ne accorgiamo, quando le mette di nascosto; le piante invece la prendono per spruzzo. Lei non ci sgridava, così abbiamo capito che la medicina non ci faceva male. Dopo varie galoppate intorno a lei, per precederla e seguirla e indovinare il suo tragitto, ci siamo stancate, ma abbiamo continuato, da sedute, a seguire i suoi movimenti. Ha messo alcune piante in altri vasi, aggiungendo un po’ di terra, ha tolto i fiori appassiti e le foglie gialle ed ha parlato con le piante con lo stesso tono che usa solo con noi. Io e Paolina abbiamo deciso di dormire un po’ al sole, ma prima ci siamo leccate a vicenda, perché eravamo contente di questa giornata emozionante. Lei è rientrata in casa con una grossa busta piena di erbe sradicate, foglie e fiori morti. Poi, nel dormiveglia, l’abbiamo sentita agitarsi, abbiamo sentito lo sgradevole rumore dell’attrezzo che striscia sui pavimenti seguito da un filo che si contorce, la cui vista ci induce a fuggire. Quando siamo rientrate lei stava ancora agitandosi e aveva riempito altre buste di roba, carta e oggetti, tra cui anche qualcosa che ci serviva per giocare, dei pezzetti di plastica rotondi, ad esempio, che ci piaceva far schizzare sul pavimento. I nostri giocattoli e le nostre palline no, non li aveva buttati. Siamo andate a controllare e i topini con le rotelle e la canna con il filo all’estremità, che regge una pallina guarnita da una piuma, c’erano ancora. Mentre lei si agitava e toglieva roba in giro, emetteva suoni forti e armonici, uguali a quelli dell’emanatore di suoni armonici, che era in funzione. Quando dormicchiamo, ci piace ascoltare i suoi suoni, non troppo forti, però, e ancora meglio se prodotti in un’altra stanza, per non disturbare il nostro acuto udito felino. Quando li emette, vuol dire che va tutto bene e quindi forse è guarita.
AMERICA
“Me ne vado. In America” Una sera disse. Spiegò che forse era per sempre. Aveva agganci, poteva fare buoni affari. Non parlava di lei, sembrava scontato che lei restasse. Alessandra lo guardava, attonita, incredula. Non era possibile, forse non aveva capito bene.
Erano a casa di lui davanti al camino acceso. Lui era stato per tutta la sera molto allegro, molto affettuoso. L’aveva abbracciata una quantità di volte, l’aveva tenuta stretta senza parlare, strofinando il suo viso su quello di Alessandra, appoggiandole la fronte alla sua, esplorando il suo viso con le labbra. Avevano riso, accorgendosi che qualcosa stava bruciando sui fornelli.
D’un tratto comprese il significato delle parole di lui.
Girò la testa, aveva vergogna di mostrare il suo viso, la sua espressione addolorata, disperata. Lui la spiava, attento. Lei, con uno scatto si alzò, corse alla porta e uscì nel giardino. Fu investita dal freddo pungente ma prese a correre, arrivò al cancello e poi nella strada. Le scarpe, le scarpe erano quelle bellissime, con il tacco alto, le migliori che aveva, la ostacolavano, ma lei camminava furiosamente, inciampando, rischiando di cadere. Camminava il più in fretta possibile, un po’ curva. Il freddo, non se ne curava, non lo sentiva più. Le gambe le mancavano, aveva la testa vuota, sapeva soltanto che doveva camminare, andare lontano, camminare e cercare di piangere, per alleviare il dolore.
Non aveva fatto molta strada quando Leo la raggiunse. Il tempo di prendere il cappotto e l’aveva inseguita. Quando lui la toccò, trasalì ed emise un grido fioco. Capì che era lui quando fu raggiunta dalla sua voce allarmata, dura. “Ma dove vai, sei impazzita? Non sono scherzi da fare… Se vuoi andare a casa, ti accompagno” Lei non rispose e si lasciò ricondurre. Le lacrime erano finalmente arrivate, le scorrevano silenziose sulle guance lasciando solchi di rimmel. Gli occhi le pizzicavano un po’. Leo l’aveva avvolta nel suo cappotto e le teneva un braccio sulle spalle, come faceva sempre quando camminavano insieme.
Arrivati nella luce, al caldo, chiusa la porta, Leo cercò di farla calmare, di fermare le lacrime. Prese la sua voce più tenera, prese un kleenex, le accarezzava il viso, la testa, la fronte.
“Che cosa volevi fare? Su, smetti di piangere, non fare così… brava, calmati” L’aveva fatta sdraiare, erano di nuovo davanti al camino. Lei non pensava niente, ma le lacrime continuavano a sgorgare, aumentavano al suono della sua voce ora così dolce, al tocco delle sue mani.
Lui l’abbracciò, sdraiandosi vicino a lei. Rimasero immobili, gli occhi chiusi, i visi vicini, anche quello di lui bagnato del pianto di Alessandra. Lei si addormentò, piangendo senza ricordare perché.
Un rumore fuori, in giardino, la svegliò. Aprì gli occhi, in un istante ricordò tutto. Immediatamente si sentì bene, sentì l’energia del corpo. Non aveva più voglia di piangere. Sentiva solo una rabbia fredda.
Se ne andava. In America. Senza di lei. Le parole “furia omicida” le attraversarono la mente.
Leo non c’era. Ora sentiva lo scroscio della doccia al piano di sopra. Evidentemente si era svegliato un po’ prima di lei. Le dispiaceva di aver pianto, che lui l’avesse vista piangere. Dall’età di sei anni non piangeva più in pubblico, ma questa era già la seconda volta in pochi mesi. Anche la prima volta c’era Leo.
Alzandosi, cercò di pensare rapidamente. Aveva forse una mezz’ora di tempo, se conosceva le abitudini di lui. Corse in bagno, quello sotto le scale, velocemente si lavò il viso, si ravviò i capelli con le mani. Non c’era bisogno di vestirsi, era già vestita dalla sera prima. Poi ventisei minuti. In cucina si versò del caffè freddo avanzato. Anche nei momenti più drammatici non riusciva a rinunciare al caffè. Pensò al momento in cui avevano bevuto il caffè la sera precedente, quando ancora non era avvenuto…lui non aveva detto... Afferrò il coltello più grosso, sapeva dov’era. Ora poteva mettersi al lavoro. In pochi minuti sventrò il divano e tutti i quadri, con particolare cura quello che lui preferiva, lacerò il tappeto e, non resistendo alla tentazione, tornata in cucina, si diresse all’attigua dispensa e accoltellò anche il pacco della farina, poi quello dello zucchero, del caffè e altri che in seguito non riuscì a ricordare, tutti custoditi in ordine meticoloso. Sapeva che Leo amava questa casa, che ogni mobile, ogni oggetto era prezioso, non tanto per il valore, ma perché era un frammento e una testimonianza della sua vita.
Si fermò solo un attimo a contemplare la sua opera. Aveva distrutto tutto quello che era possibile distruggere in silenzio. Poi, mentre Leo si muoveva vestendosi al piano di sopra, con calma se ne andò, senza far rumore. Percorse il viottolo e arrivò alla strada. Fece l’autostop ed ebbe un passaggio prima che fossero passati dieci minuti. Non si sentiva troppo soddisfatta. Volentieri avrebbe sfasciato vasi, stoviglie e soprammobili, volentieri l’avrebbe picchiato a sangue, anche se lui avrebbe avuto la meglio, sarebbe riuscito facilmente ad immobilizzarla, se voleva fare il gentiluomo, o a massacrarla se non ne aveva voglia. Era un uomo grosso come un armadio e la sua forza la conosceva bene, la stessa che le toglieva il fiato e la faceva ridere deliziata. Non aveva paura della sua reazione, aveva avuto anzi un desiderio fortissimo di arrivare a questo, all’estremo limite. Ma non aveva potuto. Non aveva potuto rivederlo, neanche una sola volta, neanche per cancellare a forza di schiaffi quel sorriso tenero, per colpirlo con tutta la sua rabbia, con tutta la sua anima, neanche per vedere il suo sgomento alla distruzione che lei aveva portato. Non voleva vederlo mai più, proprio come lui voleva. Oggi, solo, nella sua casa devastata, poteva godersi la sua vittoria.
Prima ancora di scendere le scale, Leonardo sentì che era successo qualcosa, In cima alle scale ne fu sicuro, anche se ancora non poteva vedere il soggiorno sottostante. Scese, a piedi nudi. Indossava un paio di slip e una camicia, lasciata sbottonata. Poco prima, aveva messo su un disco e la voce di Mick Jagger si diffondeva nell’aria dorata del mattino. La sera precedente non aveva pensato di chiudere le persiane.
A metà della scala il suo sguardo si posò sul divano sventrato e ormai sapeva cosa lo aspettava. Senza alcuna sorpresa continuò a scendere, osservando la devastazione, prendendone atto.
Rimase immobile ai piedi della scala, guardandosi intorno. Per qualche minuto si aggirò lentamente per le stanze. Mick Jagger continuava a cantare. Andò in cucina, vide tutto. Piccoli cumuli di farina, zucchero, caffè ancora si ingrossavano sul pavimento, alimentati dai ruscelletti che provenivano dai pacchi sventrati. Pensò che se avesse cambiato le sue abitudini, se fosse sceso a svegliare Alessandra prima di fare la doccia, questo non sarebbe successo. Le avrebbe detto che non parlava sul serio, che la sera prima era entrato in un trip, parlava di un suo sogno, realizzabile, certo, ma non immediatamente. In fondo gli affari andavano bene anche in Italia, nonostante qui tutto gli sembrasse piccolo, meschino e gli andasse stretto. E poi le pastoie burocratiche lo opprimevano.
Vide qualcosa che aveva trascurato: la tazza con il caffè che lei aveva appena bevuto. E la riconobbe. Sapeva che lei non poteva vivere senza caffè. Cadde in ginocchio mentre veniva preso da un riso irrefrenabile. Alessandra, lei aveva capito, aveva creduto... Alessandra, dov’era ora? Corse al piano di sopra e in fretta si infilò qualche indumento. Dalla mensola all’ingresso prese le chiavi della macchina. In pochi minuti fu in giardino, cominciò a chiamarla urlando. Non la vide. Corse alla macchina. Saltò dentro e si fermò, con le mani sul volante imponendosi la calma. Da che parte poteva essere andata, cercò di pensare cosa avrebbe fatto lei. Mise in moto.
Un’ora dopo tornò a casa. Aveva percorso tutta la zona. Non l’aveva vista. Ormai doveva essere arrivata a casa, aver preso il primo treno o un passaggio in macchina. No, troppo presto, il treno era ogni mezz’ora. Aspettare ancora una ventina di minuti. Si aggirò nervosamente, guardando in continuazione l’orologio. Guardava gli strappi, i quadri sventrati, li aveva sotto gli occhi ma non li vedeva più. Compose il numero. Non rispose lei, ma la madre. La faccenda si faceva penosa, era sempre faticoso parlare con quella signora.
“Buongiorno, sono Leonardo, vorrei parlare con Alessandra”
“Mi dispiace, Leonardo, non vuole venire al telefono” La voce era neutrale, da ambasciatrice senza colpa.
“Signora, le dica per favore che non sono arrabbiato per nulla. Le dica che non parto, non vado da nessuna parte, Signora, io rimango a Roma. Glielo dica.”
“Va bene, caro, stai tranquillo, glielo dirò”
“Le dica che volevo rifare l’arredamento, che ero stufo di tutti quei quadri. Mi raccomando, glielo dica”
“Non capisco che cosa significhi, ma glielo dirò”
“Le dica che aspetto la sua telefonata al più presto, anche fra cinque minuti, se vuole. Glielo dica, per favore. Non sono arrabbiato”
“Benedetti ragazzi, ma che avete combinato?”
“Niente di importante signora, un piccolo malinteso.”
MATTEO SA LEGGERE
Ho incontrato, quasi per caso, Matteo e la sua mamma. Loro stavano prendendo il treno in anticipo sul solito orario, io ne avevo appena perso uno.
La mamma di Matteo è una trentenne che dimostra diciotto anni, con lunghi capelli castani e frangia. I lineamenti sono regolari ed armonici, gli occhi grandi. Indossa sempre pantaloni e magliette aderenti.Vive con suo figlio e un papà in una piccola casa con giardino, né grande, né piccolo. Matteo, quando è bel tempo e non va a scuola, va a giocare in giardino o viene condotto sulla spiaggia.
Quando ci siamo incontrati, lei non mi dava retta. Io le parlavo e lei faceva fatica a seguirmi. Un sorriso tenero ed emozionato la illuminava. Matteo stava leggendo. Da mesi sapeva già scrivere in stampatello, ma quel giorno, per la prima volta, leggeva. Leggeva un libro. Il libro era quadrato, illustrato da disegni di un papà con baffi sottili e capelli lisci con scriminatura centrale. Il papà aveva degli attrezzi appesi alla cintura: il papà, nel libro, aggiustava delle cose, accendeva il fuoco e poi non lo so, Matteo non ha fatto in tempo a leggermelo tutto. Il libro era scritto in caratteri maiuscoli molto grandi.
Matteo compitava le lettere: “aaa ggg iiii uuu sss ttt aaa”, la mamma riassumeva “aggiusta” e lui ripeteva: “aggiusta”. Lui ogni tanto mi diceva “stai zitta”, perché questa fatica meritava una grande attenzione. Noi due, io e la sua mamma, dovevamo solo ascoltare lui che leggeva. Quando Matteo incontrava una “h”, ad esempio nella parola “hanno” lui diceva “Questa non c’entra niente”, intendendo dire che non aveva nessun suono. Quando è arrivato il treno, lui si è preoccupato perché temeva di non ricordarsi a che punto era arrivato con la lettura. Come faccio io solitamente, ha messo il dito indice tra le pagine, per tenere il segno.
Sui treni di pendolari, difficilmente qualcuno si alza per cedere il posto ad un bambino, anche se il percorso è breve, la maggior parte della gente scende dopo venti minuti. A volte io dico ad alta voce: “C’è qualcuno che può far sedere un bambino stanco?” ed allora si alzano in dieci, ragazzi e ragazze. Ieri siamo stati fortunati, non c’è stato bisogno di dire niente, si è alzata la mamma di una bambina più piccola, che è amica di Matteo. Matteo ha detto: “Dov’eravamo rimasti?” Aprendo il libro alla pagina in cui aveva messo il suo dito indice. Matteo ha letto il libro a noi ed alla bambina, che faceva domande sui disegni e lo distraeva dalla lettura.
Quando Matteo si è stancato di leggere e ha chiuso il libro, ha cominciato a parlare con la bambina, seduta dirimpetto a lui. La mamma ha parlato con me, ha parlato del vecchio incontrato l’altro giorno.
“Ho visto subito che non mi piaceva. Matteo è un bambino socievole, affettuoso, parla con tutti, farebbe amicizia con tutti. Io cerco di frenarlo, ma non ci riesco.”
“Devi metterlo in guardia, in qualche modo. E’ troppo fiducioso, secondo me.”
“Cerco di farlo, gli ho detto che le persone che sembrano buone, non sempre sono buone, che quando una persona gli fa tanti sorrisi e regali, non sempre gli vuole bene. Gli ho detto di non fidarsi di chi gli chiede di non raccontare qualcosa alla mamma e al papà. Gli ho chiesto di dirmi sempre tutto. Poi ho cercato di spiegargli che ci sono dei pericoli. Ogni volta lui mi ha guardato e ha detto: “Mamma, ma di cosa mi stai parlando?” Vuol dire che non capisce.”
Non ci eravamo accorta che Matteo, intanto, aveva smesso di chiacchierare con la bambina e ci stava ascoltando, con gli occhi sgranati e un’espressione interrogativa e preoccupata. Lui, che è così bravo, che prima di andare a scuola sa già leggere, che sa tutto di treni e orari, che attira sorrisi e simpatia generale, sa che alcuni adulti possono essere pericolosi, costituire un pericolo sconosciuto, che non riesce a capire. Sarebbe meglio crescere in fretta, essere bambini è troppo difficile.
MATTEO
Conosco Matteo da tre anni. Adesso ha quasi sei anni e l’anno prossimo andrà alle elementari. Matteo è un bambino pendolare. Spesso prendiamo il treno insieme, tornando da Roma, lui dall’asilo ed io dall’ufficio. E’ un bambino molto bello, biondo e con occhi scuri. Un paio di volte ho consigliato alla mamma di Matteo di farlo sottoporre ai test per il QI, perché, anche se non mi intendo molto di bambini, mi sembra più intelligente dei suoi coetanei. Lui sa tutto dei treni, conosce gli orari al minuto, sa a che binario bisogna andare per le coincidenze, distingue tutti i tipi di treni, lunghi e corti. Un paio d’anni fa ha ricevuto per Natale un trenino. Non gli è piaciuto molto perché era un modello vecchio.
Quando Matteo va al bar della stazione a fare merenda, dice, pensieroso: “Che mi prendo, oggi?” La proprietaria del bar, appena entra Matteo, si scioglie in gridolini, continua a riempirgli il bicchiere di aranciata o succo di frutta e lo lascia giocare dietro il banco.
Quando la mamma sbaglia un’addizione, ad esempio dice: due più due fa cinque, Matteo dice: “Che mamma rimbambita!”
Oggi l’ho incontrato. Aveva due aeroplanini di carta, uno con dei disegni e scritte: il suo nome e facce di maialini. Aveva anche un cane di stoffa, che però gli teneva Caterina, perché lui aveva le mani occupate. Con gli aerei, che aveva fatto ripetutamente cadere a terra nella stazione, vuoi perché erano stati abbattuti in combattimento, vuoi perché avevano sbagliato una picchiata ed erano precipitati miseramente, ha continuato a giocare, una volta seduto nel posto che abbiamo conquistato per lui tramite arrembaggio al treno. Io, la mamma e Caterina, un’altra amica della mamma, siamo rimaste in piedi vicino a lui. Lui protestava perché voleva giocare con me, ma gli ho fatto osservare che già ero stata ripetutamente colpita in combattimento prima che arrivasse il treno e l’ho assicurato che comunque lo avrei guardato mentre giocava. Svariate volte gli aeroplanini sono atterrati o precipitati sulle gambe e le scarpe dei signori seduti vicino a lui, uno studente universitario che faceva finta di leggere e uno di mezz’età con la faccia scocciata, reduce da qualche battaglia aziendale. C’era anche un terzo vicino, che non potevo vedere bene e comunque non avevo notato. L’aeroplanino americano, mandato da Berlusconi, ha ripetutamente colpito quello carico di maialini, che sono tutti caduti in mare. Io ho detto che bisognava trovare un sistema per salvare i poveri maialini, magari dei paracadute, quando il loro aereo veniva colpito.
Il vecchio occupava il quarto posto. Si è girato e mi ha rivolto la parola. Non mi andava di guardarlo. Aveva un aspetto decoroso, ma c’era qualcosa di sbagliato. Mi ha chiesto se volevo sedermi. Lui avrebbe preso il bambino sulle ginocchia, liberando così un posto. Io ho rifiutato. Lui ha insistito. Io ho rifiutato più seccamente. Ho fatto smorfie e lanciato sguardi di avvertimento alla madre di Matteo, mentre il vecchio non mi guardava. Mi sono chiesta perché si rivolgesse a me e non a lei, l’unica che potesse eventualmente autorizzare il bambino a sedersi sulle ginocchia di qualcuno. Mi sono chiesta come si permettesse di fare questa proposta a persone che non conosceva. Ho pensato che io non mi permetterei di chiedere questo, anche se conosco Matteo da tanto tempo e a volte lui si appoggia a me per giocare e usa le mie gambe, quando riusciamo a sederci tutti, come scrittoio e disegnatoio.
Quando la mamma ha ingiunto a Matteo di star zitto, temendo che disturbasse i vicini, con la sua cronaca della battaglia in corso, con il rumore delle esplosioni (un rumore diverso a seconda che a cadere fosse l’aereo dei maialini o quello degli americani mandati da Berlusconi) e con gli splash delle cadute in mare, io l’ho invitato a disegnare qualcosa su un mio quadernino, che porto sempre nella borsa.
Lui ha deciso di disegnare una mucca. La fatta somigliante alla mucca carolina ma con lunghe ciglia. Sotto la mucca ha messo il secchio del latte e ha disegnato anche le mammelle. A questo punto il vecchio ha cominciato a commentare il disegno, soffermandosi sulle mammelle della mucca. Gli ha preso il quaderno di mano e guardava il disegno, nonostante sapesse che il quaderno era mio e nonostante che nella pagina su cui il bambino aveva disegnato ci fossero dei miei appunti. L’uomo ha parlato al bambino delle mammelle della mucca e dei loro capezzoli. Le mani dell’uomo erano tozze e rugose, le unghie troppo grandi, molto convesse, con una forma perfettamente ovale.
Io e la mamma di Matteo ci siamo affrettate a cambiare discorso ed io ho chiesto al bambino di disegnare qualcos’altro. Il quaderno è tornato a lui. Ha disegnato un cane. Al cane ha disegnato anche il sesso. Io ho preso velocemente il quaderno prima che l’uomo potesse afferrarlo e commentarlo. Poi l’ho ridato a Matteo. Adesso il vecchio parlava direttamente al bambino. Gli ha proposto di disegnargli un veliero che lui potesse copiare. Il bambino ha accettato. Io e la madre continuavamo a guardarci costernate. Quando il vecchio ha preso il quaderno, io gliel’ho tolto dalle mani. Ho detto “Questo quaderno è mio, mi serve.” Però ho strappato un foglio, perché ormai Matteo aspettava il suo veliero. L’uomo ha appoggiato il foglio a quadretti su una copia di “Metro” che ha preso al vicino scocciato, chiedendoglielo solo dopo averlo preso. Non sapeva disegnare, o meglio disegnava come un bambino. Ha cominciato a parlare al bambino di barche. Eravamo quasi arrivati. Matteo mi ha chiesto di raccontare all’uomo un suo disegno, che stavo ricordando con la madre: aveva disegnato un uomo con una pistola in mano che spara ad un albero; dall’albero cadono moltissime ciliegie, disegnate fitte una sotto l’altra, che colpiscono sulla testa un gatto, incautamente seduto vicino all’albero. Poiché il giorno in cui era stato fatto il disegno avevo osservato che la traiettoria delle ciliegie era un po’ obliqua, non rispettosa della forza di gravità, Matteo aveva disegnato il vento, che aveva deviato la traiettoria delle ciliegie. Il vento era costituito di tratti orizzontali. Quel disegno io ce l’avevo dietro, in un altro quaderno, ma non volevo certo mostrarlo all’uomo e discuterlo con lui. Il vecchio ha detto che scendeva alla stessa stazione mia e di Caterina. Matteo ha detto: “Così potete chiacchierare.” Intendeva dire che io ed il vecchio dovevamo conoscerci meglio e fraternizzare.
Salutandoli, io ho detto alla mamma di Matteo: “Appena scendo, dico una cosa a Caterina.” Della mamma di Matteo non ho il telefono, né c’era tempo di prenderlo e temo di non avere più neanche l’e-mail, a seguito di virus catastrofico. So che Caterina, a differenza di me, la incontra immancabilmente tutti i giorni, alla stazione. Lei ha risposto: “Ho già capito, non ti preoccupare.”
Non so se riuscirò ancora a scrivere qualcosa su quel quadernino. Forse è
meglio buttarlo via.
Apro questo blog per curare un complesso di inferiorità: oltre ad essere priva di marito, incapace di guidare, non santificata dalla maternità come la maggior parte delle italiane e inguaribilmente disordinata (dovrei mettere sulle mie borse e sulla porta di casa avvertimenti per i ladri deboli di cuore), sono stata finora una semplice commentatrice, blogless e ho usufruito in modo parassitario di blog amici. Da oggi in poi gli amici sapranno dove trovarmi, ho un vero indirizzo nel web. Posto, dunque esisto.





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