MATTEO
Conosco Matteo da tre anni. Adesso ha quasi sei anni e l’anno prossimo andrà alle elementari. Matteo è un bambino pendolare. Spesso prendiamo il treno insieme, tornando da Roma, lui dall’asilo ed io dall’ufficio. E’ un bambino molto bello, biondo e con occhi scuri. Un paio di volte ho consigliato alla mamma di Matteo di farlo sottoporre ai test per il QI, perché, anche se non mi intendo molto di bambini, mi sembra più intelligente dei suoi coetanei. Lui sa tutto dei treni, conosce gli orari al minuto, sa a che binario bisogna andare per le coincidenze, distingue tutti i tipi di treni, lunghi e corti. Un paio d’anni fa ha ricevuto per Natale un trenino. Non gli è piaciuto molto perché era un modello vecchio.
Quando Matteo va al bar della stazione a fare merenda, dice, pensieroso: “Che mi prendo, oggi?” La proprietaria del bar, appena entra Matteo, si scioglie in gridolini, continua a riempirgli il bicchiere di aranciata o succo di frutta e lo lascia giocare dietro il banco.
Quando la mamma sbaglia un’addizione, ad esempio dice: due più due fa cinque, Matteo dice: “Che mamma rimbambita!”
Oggi l’ho incontrato. Aveva due aeroplanini di carta, uno con dei disegni e scritte: il suo nome e facce di maialini. Aveva anche un cane di stoffa, che però gli teneva Caterina, perché lui aveva le mani occupate. Con gli aerei, che aveva fatto ripetutamente cadere a terra nella stazione, vuoi perché erano stati abbattuti in combattimento, vuoi perché avevano sbagliato una picchiata ed erano precipitati miseramente, ha continuato a giocare, una volta seduto nel posto che abbiamo conquistato per lui tramite arrembaggio al treno. Io, la mamma e Caterina, un’altra amica della mamma, siamo rimaste in piedi vicino a lui. Lui protestava perché voleva giocare con me, ma gli ho fatto osservare che già ero stata ripetutamente colpita in combattimento prima che arrivasse il treno e l’ho assicurato che comunque lo avrei guardato mentre giocava. Svariate volte gli aeroplanini sono atterrati o precipitati sulle gambe e le scarpe dei signori seduti vicino a lui, uno studente universitario che faceva finta di leggere e uno di mezz’età con la faccia scocciata, reduce da qualche battaglia aziendale. C’era anche un terzo vicino, che non potevo vedere bene e comunque non avevo notato. L’aeroplanino americano, mandato da Berlusconi, ha ripetutamente colpito quello carico di maialini, che sono tutti caduti in mare. Io ho detto che bisognava trovare un sistema per salvare i poveri maialini, magari dei paracadute, quando il loro aereo veniva colpito.
Il vecchio occupava il quarto posto. Si è girato e mi ha rivolto la parola. Non mi andava di guardarlo. Aveva un aspetto decoroso, ma c’era qualcosa di sbagliato. Mi ha chiesto se volevo sedermi. Lui avrebbe preso il bambino sulle ginocchia, liberando così un posto. Io ho rifiutato. Lui ha insistito. Io ho rifiutato più seccamente. Ho fatto smorfie e lanciato sguardi di avvertimento alla madre di Matteo, mentre il vecchio non mi guardava. Mi sono chiesta perché si rivolgesse a me e non a lei, l’unica che potesse eventualmente autorizzare il bambino a sedersi sulle ginocchia di qualcuno. Mi sono chiesta come si permettesse di fare questa proposta a persone che non conosceva. Ho pensato che io non mi permetterei di chiedere questo, anche se conosco Matteo da tanto tempo e a volte lui si appoggia a me per giocare e usa le mie gambe, quando riusciamo a sederci tutti, come scrittoio e disegnatoio.
Quando la mamma ha ingiunto a Matteo di star zitto, temendo che disturbasse i vicini, con la sua cronaca della battaglia in corso, con il rumore delle esplosioni (un rumore diverso a seconda che a cadere fosse l’aereo dei maialini o quello degli americani mandati da Berlusconi) e con gli splash delle cadute in mare, io l’ho invitato a disegnare qualcosa su un mio quadernino, che porto sempre nella borsa.
Lui ha deciso di disegnare una mucca. La fatta somigliante alla mucca carolina ma con lunghe ciglia. Sotto la mucca ha messo il secchio del latte e ha disegnato anche le mammelle. A questo punto il vecchio ha cominciato a commentare il disegno, soffermandosi sulle mammelle della mucca. Gli ha preso il quaderno di mano e guardava il disegno, nonostante sapesse che il quaderno era mio e nonostante che nella pagina su cui il bambino aveva disegnato ci fossero dei miei appunti. L’uomo ha parlato al bambino delle mammelle della mucca e dei loro capezzoli. Le mani dell’uomo erano tozze e rugose, le unghie troppo grandi, molto convesse, con una forma perfettamente ovale.
Io e la mamma di Matteo ci siamo affrettate a cambiare discorso ed io ho chiesto al bambino di disegnare qualcos’altro. Il quaderno è tornato a lui. Ha disegnato un cane. Al cane ha disegnato anche il sesso. Io ho preso velocemente il quaderno prima che l’uomo potesse afferrarlo e commentarlo. Poi l’ho ridato a Matteo. Adesso il vecchio parlava direttamente al bambino. Gli ha proposto di disegnargli un veliero che lui potesse copiare. Il bambino ha accettato. Io e la madre continuavamo a guardarci costernate. Quando il vecchio ha preso il quaderno, io gliel’ho tolto dalle mani. Ho detto “Questo quaderno è mio, mi serve.” Però ho strappato un foglio, perché ormai Matteo aspettava il suo veliero. L’uomo ha appoggiato il foglio a quadretti su una copia di “Metro” che ha preso al vicino scocciato, chiedendoglielo solo dopo averlo preso. Non sapeva disegnare, o meglio disegnava come un bambino. Ha cominciato a parlare al bambino di barche. Eravamo quasi arrivati. Matteo mi ha chiesto di raccontare all’uomo un suo disegno, che stavo ricordando con la madre: aveva disegnato un uomo con una pistola in mano che spara ad un albero; dall’albero cadono moltissime ciliegie, disegnate fitte una sotto l’altra, che colpiscono sulla testa un gatto, incautamente seduto vicino all’albero. Poiché il giorno in cui era stato fatto il disegno avevo osservato che la traiettoria delle ciliegie era un po’ obliqua, non rispettosa della forza di gravità, Matteo aveva disegnato il vento, che aveva deviato la traiettoria delle ciliegie. Il vento era costituito di tratti orizzontali. Quel disegno io ce l’avevo dietro, in un altro quaderno, ma non volevo certo mostrarlo all’uomo e discuterlo con lui. Il vecchio ha detto che scendeva alla stessa stazione mia e di Caterina. Matteo ha detto: “Così potete chiacchierare.” Intendeva dire che io ed il vecchio dovevamo conoscerci meglio e fraternizzare.
Salutandoli, io ho detto alla mamma di Matteo: “Appena scendo, dico una cosa a Caterina.” Della mamma di Matteo non ho il telefono, né c’era tempo di prenderlo e temo di non avere più neanche l’e-mail, a seguito di virus catastrofico. So che Caterina, a differenza di me, la incontra immancabilmente tutti i giorni, alla stazione. Lei ha risposto: “Ho già capito, non ti preoccupare.”
Non so se riuscirò ancora a scrivere qualcosa su quel quadernino. Forse è
meglio buttarlo via.
Apro questo blog per curare un complesso di inferiorità: oltre ad essere priva di marito, incapace di guidare, non santificata dalla maternità come la maggior parte delle italiane e inguaribilmente disordinata (dovrei mettere sulle mie borse e sulla porta di casa avvertimenti per i ladri deboli di cuore), sono stata finora una semplice commentatrice, blogless e ho usufruito in modo parassitario di blog amici. Da oggi in poi gli amici sapranno dove trovarmi, ho un vero indirizzo nel web. Posto, dunque esisto.





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