AMERICA
“Me ne vado. In America” Una sera disse. Spiegò che forse era per sempre. Aveva agganci, poteva fare buoni affari. Non parlava di lei, sembrava scontato che lei restasse. Alessandra lo guardava, attonita, incredula. Non era possibile, forse non aveva capito bene.
Erano a casa di lui davanti al camino acceso. Lui era stato per tutta la sera molto allegro, molto affettuoso. L’aveva abbracciata una quantità di volte, l’aveva tenuta stretta senza parlare, strofinando il suo viso su quello di Alessandra, appoggiandole la fronte alla sua, esplorando il suo viso con le labbra. Avevano riso, accorgendosi che qualcosa stava bruciando sui fornelli.
D’un tratto comprese il significato delle parole di lui.
Girò la testa, aveva vergogna di mostrare il suo viso, la sua espressione addolorata, disperata. Lui la spiava, attento. Lei, con uno scatto si alzò, corse alla porta e uscì nel giardino. Fu investita dal freddo pungente ma prese a correre, arrivò al cancello e poi nella strada. Le scarpe, le scarpe erano quelle bellissime, con il tacco alto, le migliori che aveva, la ostacolavano, ma lei camminava furiosamente, inciampando, rischiando di cadere. Camminava il più in fretta possibile, un po’ curva. Il freddo, non se ne curava, non lo sentiva più. Le gambe le mancavano, aveva la testa vuota, sapeva soltanto che doveva camminare, andare lontano, camminare e cercare di piangere, per alleviare il dolore.
Non aveva fatto molta strada quando Leo la raggiunse. Il tempo di prendere il cappotto e l’aveva inseguita. Quando lui la toccò, trasalì ed emise un grido fioco. Capì che era lui quando fu raggiunta dalla sua voce allarmata, dura. “Ma dove vai, sei impazzita? Non sono scherzi da fare… Se vuoi andare a casa, ti accompagno” Lei non rispose e si lasciò ricondurre. Le lacrime erano finalmente arrivate, le scorrevano silenziose sulle guance lasciando solchi di rimmel. Gli occhi le pizzicavano un po’. Leo l’aveva avvolta nel suo cappotto e le teneva un braccio sulle spalle, come faceva sempre quando camminavano insieme.
Arrivati nella luce, al caldo, chiusa la porta, Leo cercò di farla calmare, di fermare le lacrime. Prese la sua voce più tenera, prese un kleenex, le accarezzava il viso, la testa, la fronte.
“Che cosa volevi fare? Su, smetti di piangere, non fare così… brava, calmati” L’aveva fatta sdraiare, erano di nuovo davanti al camino. Lei non pensava niente, ma le lacrime continuavano a sgorgare, aumentavano al suono della sua voce ora così dolce, al tocco delle sue mani.
Lui l’abbracciò, sdraiandosi vicino a lei. Rimasero immobili, gli occhi chiusi, i visi vicini, anche quello di lui bagnato del pianto di Alessandra. Lei si addormentò, piangendo senza ricordare perché.
Un rumore fuori, in giardino, la svegliò. Aprì gli occhi, in un istante ricordò tutto. Immediatamente si sentì bene, sentì l’energia del corpo. Non aveva più voglia di piangere. Sentiva solo una rabbia fredda.
Se ne andava. In America. Senza di lei. Le parole “furia omicida” le attraversarono la mente.
Leo non c’era. Ora sentiva lo scroscio della doccia al piano di sopra. Evidentemente si era svegliato un po’ prima di lei. Le dispiaceva di aver pianto, che lui l’avesse vista piangere. Dall’età di sei anni non piangeva più in pubblico, ma questa era già la seconda volta in pochi mesi. Anche la prima volta c’era Leo.
Alzandosi, cercò di pensare rapidamente. Aveva forse una mezz’ora di tempo, se conosceva le abitudini di lui. Corse in bagno, quello sotto le scale, velocemente si lavò il viso, si ravviò i capelli con le mani. Non c’era bisogno di vestirsi, era già vestita dalla sera prima. Poi ventisei minuti. In cucina si versò del caffè freddo avanzato. Anche nei momenti più drammatici non riusciva a rinunciare al caffè. Pensò al momento in cui avevano bevuto il caffè la sera precedente, quando ancora non era avvenuto…lui non aveva detto... Afferrò il coltello più grosso, sapeva dov’era. Ora poteva mettersi al lavoro. In pochi minuti sventrò il divano e tutti i quadri, con particolare cura quello che lui preferiva, lacerò il tappeto e, non resistendo alla tentazione, tornata in cucina, si diresse all’attigua dispensa e accoltellò anche il pacco della farina, poi quello dello zucchero, del caffè e altri che in seguito non riuscì a ricordare, tutti custoditi in ordine meticoloso. Sapeva che Leo amava questa casa, che ogni mobile, ogni oggetto era prezioso, non tanto per il valore, ma perché era un frammento e una testimonianza della sua vita.
Si fermò solo un attimo a contemplare la sua opera. Aveva distrutto tutto quello che era possibile distruggere in silenzio. Poi, mentre Leo si muoveva vestendosi al piano di sopra, con calma se ne andò, senza far rumore. Percorse il viottolo e arrivò alla strada. Fece l’autostop ed ebbe un passaggio prima che fossero passati dieci minuti. Non si sentiva troppo soddisfatta. Volentieri avrebbe sfasciato vasi, stoviglie e soprammobili, volentieri l’avrebbe picchiato a sangue, anche se lui avrebbe avuto la meglio, sarebbe riuscito facilmente ad immobilizzarla, se voleva fare il gentiluomo, o a massacrarla se non ne aveva voglia. Era un uomo grosso come un armadio e la sua forza la conosceva bene, la stessa che le toglieva il fiato e la faceva ridere deliziata. Non aveva paura della sua reazione, aveva avuto anzi un desiderio fortissimo di arrivare a questo, all’estremo limite. Ma non aveva potuto. Non aveva potuto rivederlo, neanche una sola volta, neanche per cancellare a forza di schiaffi quel sorriso tenero, per colpirlo con tutta la sua rabbia, con tutta la sua anima, neanche per vedere il suo sgomento alla distruzione che lei aveva portato. Non voleva vederlo mai più, proprio come lui voleva. Oggi, solo, nella sua casa devastata, poteva godersi la sua vittoria.
Prima ancora di scendere le scale, Leonardo sentì che era successo qualcosa, In cima alle scale ne fu sicuro, anche se ancora non poteva vedere il soggiorno sottostante. Scese, a piedi nudi. Indossava un paio di slip e una camicia, lasciata sbottonata. Poco prima, aveva messo su un disco e la voce di Mick Jagger si diffondeva nell’aria dorata del mattino. La sera precedente non aveva pensato di chiudere le persiane.
A metà della scala il suo sguardo si posò sul divano sventrato e ormai sapeva cosa lo aspettava. Senza alcuna sorpresa continuò a scendere, osservando la devastazione, prendendone atto.
Rimase immobile ai piedi della scala, guardandosi intorno. Per qualche minuto si aggirò lentamente per le stanze. Mick Jagger continuava a cantare. Andò in cucina, vide tutto. Piccoli cumuli di farina, zucchero, caffè ancora si ingrossavano sul pavimento, alimentati dai ruscelletti che provenivano dai pacchi sventrati. Pensò che se avesse cambiato le sue abitudini, se fosse sceso a svegliare Alessandra prima di fare la doccia, questo non sarebbe successo. Le avrebbe detto che non parlava sul serio, che la sera prima era entrato in un trip, parlava di un suo sogno, realizzabile, certo, ma non immediatamente. In fondo gli affari andavano bene anche in Italia, nonostante qui tutto gli sembrasse piccolo, meschino e gli andasse stretto. E poi le pastoie burocratiche lo opprimevano.
Vide qualcosa che aveva trascurato: la tazza con il caffè che lei aveva appena bevuto. E la riconobbe. Sapeva che lei non poteva vivere senza caffè. Cadde in ginocchio mentre veniva preso da un riso irrefrenabile. Alessandra, lei aveva capito, aveva creduto... Alessandra, dov’era ora? Corse al piano di sopra e in fretta si infilò qualche indumento. Dalla mensola all’ingresso prese le chiavi della macchina. In pochi minuti fu in giardino, cominciò a chiamarla urlando. Non la vide. Corse alla macchina. Saltò dentro e si fermò, con le mani sul volante imponendosi la calma. Da che parte poteva essere andata, cercò di pensare cosa avrebbe fatto lei. Mise in moto.
Un’ora dopo tornò a casa. Aveva percorso tutta la zona. Non l’aveva vista. Ormai doveva essere arrivata a casa, aver preso il primo treno o un passaggio in macchina. No, troppo presto, il treno era ogni mezz’ora. Aspettare ancora una ventina di minuti. Si aggirò nervosamente, guardando in continuazione l’orologio. Guardava gli strappi, i quadri sventrati, li aveva sotto gli occhi ma non li vedeva più. Compose il numero. Non rispose lei, ma la madre. La faccenda si faceva penosa, era sempre faticoso parlare con quella signora.
“Buongiorno, sono Leonardo, vorrei parlare con Alessandra”
“Mi dispiace, Leonardo, non vuole venire al telefono” La voce era neutrale, da ambasciatrice senza colpa.
“Signora, le dica per favore che non sono arrabbiato per nulla. Le dica che non parto, non vado da nessuna parte, Signora, io rimango a Roma. Glielo dica.”
“Va bene, caro, stai tranquillo, glielo dirò”
“Le dica che volevo rifare l’arredamento, che ero stufo di tutti quei quadri. Mi raccomando, glielo dica”
“Non capisco che cosa significhi, ma glielo dirò”
“Le dica che aspetto la sua telefonata al più presto, anche fra cinque minuti, se vuole. Glielo dica, per favore. Non sono arrabbiato”
“Benedetti ragazzi, ma che avete combinato?”
“Niente di importante signora, un piccolo malinteso.”





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