IN VIAGGIO CON CLETUS
“cletus, posso venire con te?”
“Vieni. Però sappi che ti faccio uno squillo appena arrivato sotto casa tua, dopodiché aspetto cinque minuti e me ne vado.”
“Ti prego, non farlo, non te ne andare. Io comunque sono puntuale.”
“L’altra volta mi hai fatto aspettare mezz’ora.”
“Ma che dici? Non è vero. Solo il tempo di scendere in ascensore.”
Vabbè, ciao.”
Cletus è un tenero, premuroso, pieno di attenzioni. Parto fiduciosa e serena.
“Autostrada o Aurelia?”
“Fai come credi giusto, caro cletus.”
“Che facciamo, un panino o un pranzo?
“Come preferisci, caro cletus.”
La musica in macchina è un po’ troppo forte per i miei gusti e per i miei timpani, almeno in certi momenti, ma non dico niente. Lui la commenta e la spiega ad una povera ignorante primitiva come me. Commenta anche la perizia della maggior parte degli automobilisti che incrociamo, confidandomi quello che pensa di loro e soprattutto della condotta morale delle loro madri.
Se dico che c’è troppa aria, lui apre anche il finestrino. Se dico “Prendiamo un caffè, lui dice: “Più tardi”, se dico: “Fermiamoci.” intendendo che un impellente bisogno fisiologico richiede una sosta, lui dice: “Non c’è motivo, mancano solo tre ore alla meta.”
In Liguria, mentre il mio stomaco si attesta nella scatola cranica, cletus dice: “Questa macchina macina centinaia di chilometri e neanche te ne accorgi.” Lui la chiama Volvo con affetto, anche se un’automobile dovrebbe essere di genere femminile. Ma siccome il nome è svedese e nessuno conosce gli usi e costumi grammaticali degli svedesi (misterioso popolo proveniente dalla lontana Ikea) va bene così. Con frequenza periodica, ogni 9,999 periodico minuti, mi illustra una qualità della vettura, fino allora deplorevolmente ignorata da me, che allieterà il nostro viaggio. Con frequenza altrettanto periodica mi parla di un certo campo di papaveri, noto anche al comune amico toni e io sono costretta a simulare un entusiasmo che non condivido appieno, preferendo io di gran lunga campi di orchidee.
Arriviamo a Tortona, ma prima dobbiamo passare per le forche caudine del campo di papaveri. Lui sollecita una mia qualche reazione emozionale di fronte al “magnifico spettacolo” e alla fine mi produco in gridolini di apprezzamento, anche se la nausea delle curve liguri ancora mi attanaglia. Gridolinare in queste condizioni è faticoso e pericoloso per le tappezzerie. Lui sembra alla fine soddisfatto. Fotografa il famoso campo, togliendo entrambe le mani dal volante e io mi domando se è giusto morire a causa di papaveri, da cui non è ancora stato estratto niente.
E’ bello sapere di avere un amico su cui contare, che sa esattamente cosa devi fare, per il tuo bene. Mi sono accorta del grande pregio di cletus, il suo generoso altruismo e preoccupazione per il mio benessere quando ho finito le sigarette. Nonostante lui sia una ciminiera ambulante, rifornito di svariati pacchetti di camel nonché di tabacco all’antica e relative cartine, a me che gli chiedevo una sigaretta, avendole sbadatamente finite, rispondeva: “Resisti, non fumare, non lo sai che il fumo fa male?” senza neanche distogliere gli occhi della delicata operazione di autoconfezionarsi una sigarettina leggera farcita di Samson.
Ho deciso, dopo questo idilliaco viaggio, di essere pazza di lui. Le sue commoventi attenzioni mi hanno conquistata.





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