LICEO
Vado a prendere il treno che mi porta a casa. Sono fuori orario perché è sabato ed esco prima del solito dall’ufficio. Questa è l’ora delle insegnanti, delle donne che non lavorano, delle villeggianti. Una panchina è occupata da tedeschi monumentali. Ne basterebbero due per invaderla completamente, invece si sono incastrati in tre. Sulla panchina più lontana c’è solo una donna, molto esile, per fortuna. Mi avvicino. Sta fumando. Comincio a chiedermi dove ho messo le sigarette, nella borsa o nella tasca della giacca. Decido per la tasca. Noto con stupore che mi esamina senza parere. Per vendetta, senza parere, la esamino anch’io. Tipica esponente di quartiere medio-alto, capelli lisci e tinti neri (lo so che sono tinti perché è mia coetanea) occhiali da sole scurissimi e impenetrabili. Ho la sgradevole sensazione di un misterioso segreto nascosto dietro gli occhiali, probabilmente non ha occhi o forse li ha fosforescenti, tipici degli extraterrestri Abbigliamento anonimo ma di buona qualità, scuro e sportivo. Mi autoesamino e mi chiedo se supererò la prova. Non so, capelli parzialmente tinti castani su fondo nero e bianco (bianco ancora poco, per fortuna) acconciati ad antiquata treccia lunga che fa molto etnico, scarpe tipo ginnastica su calze velate nere, occhi nudi, pantaloni leggeri da ragazzina, di quelli con tremila tasche sempre vuote, anche se a dire il vero avevo pensato che è un peccato non portarmi dietro almeno un pugnale, con quelle tasche invitanti. Già mi vedo fare finta di allacciarmi le scarpe ed estrarre velocemente il pugnale, se il controllore mi chiede il biglietto. Blusa seria non troppo scollata ma alquanto trasparente, che mi è valsa lo sguardo ostile e sospettoso della moglie di un collega, stamattina nel bar. Le trasparenze e gli spacchi li scopro sempre dopo l’acquisto. Io tenderei a passare inosservata, ma il mio inconscio non è d’accordo. Qualche gioiello più fantasioso che prezioso. Scopro che ho superato l’esame, chissà perché, forse non ha pensato al pugnale. Mi rivolge la parola.
“Stia attenta, su questa panchina c’è una sbarra quasi divelta, proprio dalla sua parte.”
“Ah, grazie.” Mi scosto leggermente.
“L’altra panchina ha quasi tutte le sbarre divelte. E’ difficile riuscire a sedersi.” Penso che i tedeschi si sostengano a vicenda, con l’incastro. Mi domando se l’incastro di persone possa risolvere il problema della scarsità di posti a sedere in quella ed altre stazioni, ma lei mi distrae.
“C’è gente che si diverte a distruggere le panchine” dice.
Mi accorgo con orrore che sto dicendo: “Ai miei tempi non facevamo queste cose. Eravamo molto più tranquilli, magari troppo. Al massimo ricordo suonate di campanelli.” E’ vero? Non lo so. I miei tempi sono così lontani che dovrei prendere, prima di rievocarli, un po’ di ginseng. Però ricordo che qualcuno si faceva di eroina, forse è un brutto segno.
Senza parere, sta pilotando il discorso là dove diventa interessante per lei. Mi accorgo che sta dicendo che il figlio frequenta il Tasso, il più prestigioso liceo di Roma. Cominciamo a parlare di licei. Vuole sapere da che liceo vengo io. Sento che per lei è importante. Altrimenti come fa a sapere se vale la pena di continuare la conversazione? Cado nella trappola. Glielo dico. Tremo, mi domando che uso farà dell’informazione, che io trovo alquanto superflua nonché sorpassata: a dire il vero non ricordo nemmeno le tabelline delle moltiplicazioni e spesso rimpiango quei quaderni che ne riportavano lo schema. Il liceo che dichiaro è altrettanto prestigioso del Tasso, ma è scientifico. Ho condiviso con i miei compagni l’onore di avere un vicepreside che controllava la lunghezza delle gonne e i bottoni (voleva tutti abbottonati fino alla gola, anche i maschi), nonché il piacere di una professoressa di filosofia che per cinque anni ha parlato esclusivamente di Sant’Agostino e dei suoi canarini (di proprietà della professoressa, non di Sant’Agostino), permettendoci di conseguenza di studiare algebra in religioso silenzio, durante la sua ora, mentre lei evocava il santo e i pennuti. La frequentazione di quel particolare liceo mi ha permesso di assistere a svariate battaglie navali e numerose partite di poker. Ricordo un compagno che, chiamato per l’interrogazione, ha lasciato svogliatamente il banco, dicendo ad alta voce: “Io mi sbrigo subito, intanto cominciate a dare le carte.”, sotto lo sguardo timoroso e falsamente impassibile della professoressa, che intanto arrossiva penosamente.
Sul viso della donna scorgo lieta sorpresa e approvazione incondizionata.
A questo punto la viaggiatrice vuole sapere in quale quartiere abitavo, ai tempi. Lo ammetto, è un quartiere elegante, borghese, ma io ci abitavo perché mio padre ci lavorava, né più né meno dei figli dei fornai e salumieri; una mia amica ci abitava perché il padre aveva il banco al mercato e poi alla fine io e la mia famiglia siamo stati anche sfrattati. Non le faccio tutte le mie considerazioni, mi limito a dichiarare il quartiere.
Comincia a sorridere molto, mentre mi parla. Mi accorgo che li conosce tutti, i licei, li nomina, li enumera, li soppesa.
Sento fortemente che vuole diventare mia amica. Eppure, alla nostra età, le amicizie sono ormai definite e solidificate, è difficile modificare le proprie abitudini, anche quelle amicali.
Continua a parlarmi anche quando arriva il mio treno, si alza e mi segue, continuando a parlare. Si frena in tempo, prima di fare il gesto di salire insieme a me su un treno che non è il suo. Mentre salgo ancora parla. Parla ancora di licei e di gente che va al liceo.
Il treno è semivuoto. Mentre mi siedo abusivamente in prima classe, ancora sento la sua voce, il suo ultimo discorso a metà. Penso che lei non mi ha detto nulla sulle scuole che ha fatto. Mi viene un dubbio. Ci sarà andata, lei, al liceo?
IL GIARDINO
Oggi sono entrata nel giardino. Spesso mi capitava di passarci davanti e, senza mai fermarmi, rallentavo il passo per ammirarlo, studiarlo e desiderarlo. Qualche tempo fa ho visto delle persone nel giardino e le ho salutate. Erano dei miei vicini di casa, che, appena conosciuti, mi avevano parlato di una casetta con giardino che possedevano. Oggi, passavo di nuovo e avevo appena scoperto che il negozio a cui ero diretta era chiuso. Ero ancora incerta su una meta di ripiego, forse ad un vicino vivaio, oppure all’unico grande magazzino della cittadina, che però era troppo lontano. Avrei urgentemente bisogno di acquistare terra per piante acidofile, per poter travasare le piante di camelia che possiedo. Mi sono avvicinata all’uomo che stava potando una siepe al di là della recinzione e l’ho salutato, cominciando a lodare il giardino. Mi ha invitato ad entrare. Non mi sono fatta pregare.
Quella che chiamano casetta è praticamente una villa, costruita come una classica casa di campagna, con la scala esterna e parecchie piccole costruzioni vicine con vari scopi legati all’allevamento di animali, al ricovero degli attrezzi e non so cos’altro. Il giardino è molto grande, si sviluppa intorno alla casa dalla pianta irregolare e tra le piccole costruzioni, con un piacevole effetto. E’ un po’ trascurato. Nel corso degli anni sono nate spontaneamente piante figlie di quelle esistenti ed anche piante misteriose. Ci sono molte palme e palmette che nessuno ha mai piantato, ci sono arbusti di ogni genere che si moltiplicano e piante da frutta che nascono dai frutti caduti dagli alberi dell’orto, che in passato era intensamente coltivato. Io che vengo dalla città, ho scoperto con meraviglia la bellezza di un piccolo albero di nespolo, di cui ho anche mangiato i frutti, offertimi dalla signora, ancora un po’ acerbi.. In questo giardino c’è tutto, tutto quello che si può desiderare in un giardino: una pergola, una fontanella in pietra, una vasca per le piante acquatiche, un vecchio tavolo e sedie in ferro, una panchina in pietra, un forno a legna con accanto un riparo per la legna da ardere. La grande quantità di piante che cresce spontanea ne fa un luogo romantico, un luogo magico. Avrei desiderato rimanere più a lungo nel giardino, seduta sulla panchina in pietra, mentre la signora mi raccontava la storia della famiglia, di come lei nel dopoguerra era capitata quasi per caso in questa città, seguendo una sorella che faceva l’insegnante, e anche allora bisognava arrabattarsi ed accettare supplenze ed incarichi annuali in luoghi sperduti, dove si arrivava a dorso di mulo. Stanca di viaggiare a dorso di mulo, la sorella aveva accettato di insegnare in un luogo vicino, che non era un paese, allora era solo una grande fattoria bene organizzata, di proprietà un principe. La casa ed il giardino, a quel tempo, erano fuori del centro abitato, che era molto più piccolo. La sua giovinezza era stata felice in questo luogo, vissuta tra la spiaggia e riunioni di amici in giardini come questo. Mi è sembrato incredibile che stamattina io fossi in città, con i rumori del traffico, le tensioni in ufficio e nel pomeriggio piombassi in questa serenità, tra piante che conducono la loro vita silenziosa e rigogliosa, tra profumi e ronzio di insetti laboriosi.
Fino a qualche anno fa, non avevo mai desiderato un giardino. Possedere un giardino in città significa abitare al piano terra, come in effetti mi è accaduto, con problemi continui causati dai vicini dei piani superiori: chi scuote fuori tovaglie, chi getta mozziconi di sigarette o, lavando i davanzali fa cadere detersivi sui panni stesi ad asciugare. Desideravo casomai una terrazza ed ora la possiedo. Quando cercavo una casa fuori dalla città, ho cominciato a desiderare un giardino, per poi rinunciare. Avevo paura di vivere per lunghi periodi da sola, perché il mio compagno si assentava anche per settimane, in un luogo piuttosto accessibile ad eventuali malintenzionati. Un giardino come questo non l’avevo mai visto, o almeno non avevo mai espresso il mio desiderio di possederlo. Adesso lo esprimo. Desidero possedere la terra, anche solo un fazzoletto, ed il cielo sopra ed il sottosuolo fino al centro della terra (dal centro della terra inizia la proprietà di qualcun altro, probabilmente un cinese o tutti i cinesi) e desidero occuparmi di tutte le piante che nascono nel mio giardino.
ATTITUDINI
L’uomo seduto sulla panchina dimostra una cinquantina d’anni. E’ vestito in modo informale e ha una piccola borsa da viaggio. Stempiato, di aspetto piacevole. Si guarda molto intorno. Osserva i palazzi, si gira verso l’edificio della stazione, guarda anche il cielo, lanciando solo rapidi sguardi. Mi siedo accanto a lui, tolgo dalla borsa un libro e lo apro, cercando invano il punto in cui ero arrivata, mentre il respiro si normalizza, dopo aver salito le scale del sottopassaggio un po’ troppo velocemente. Non uso segnalibri e perdo ogni volta parecchio tempo a cercare la pagina giusta. Quando mi munisco di segnalibro, questo rimane immancabilmente tra l’ultima pagina e la copertina o tra la prima pagina e la copertina. L’uomo non si lascia scoraggiare dal libro aperto.
“Scusi, devo timbrarlo, il biglietto?” chiede.
Alzo gli occhi. “Certo” dico io “Trova le macchinette nel sottopassaggio. Fa in tempo perché il treno è in ritardo”
“Grazie, mi sembrava di ricordare qualcosa del genere, dall’ultima volta che sono venuto in Italia.”
Lo guardo incuriosita. Ha un inconfondibile accento romano.
Lui si alza e si dirige velocemente al sottopassaggio, lasciando la borsa accanto alla panchina. Ritorna dopo pochi minuti e riprende il suo posto.
Parla di nuovo. Io sto per scoprire l’assassino, stacco a fatica gli occhi dal libro e guardo l’uomo.
“E’ assurdo timbrare i biglietti, che saranno comunque annullati dal controllore” dice.
“Infatti, le ferrovie guadagnano molto con le multe ai passeggeri distratti. Io alle ferrovie ho elargito parecchi soldi sotto forma di multe. Non riuscivo proprio a ricordarmelo, di timbrare il biglietto, tra la paura di perdere il treno e le mille cose da tenere sotto controllo, ogni volta che partivo. Adesso per fortuna ho l’abbonamento, almeno per i miei treni quotidiani.”
“Le ferrovie italiane sono un disastro. I treni sono sempre in ritardo. In Inghilterra, invece…” Continua a lungo a parlarmi delle ferrovie inglesi. Capisco che vive abitualmente in Inghilterra. Ormai abbiamo rotto il ghiaccio. So che continueremo a parlare per tutto il viaggio.
Mi dice la città in cui vive, in Inghilterra. Ha i genitori in Italia e pensa di tornare, anche se sarà difficile riabituarsi. E’ originario di Roma e sta cercando una casa in città.
“Che lavoro fa?” chiedo.
“Seguo la mia attitudine” risponde “Ognuno dovrebbe seguire la propria attitudine, il proprio talento, la propria missione. Troppa gente fa lavori qualsiasi, scelti per caso o perché sono capitati.”
“Io sono una di quelli.” dico
“Ognuno dovrebbe scoprire il più presto possibile la propria attitudine e cercare di farne un lavoro. L’attitudine può essere anche una cosa molto semplice, la cucina, ad esempio, od occuparsi dei bambini o riparare rubinetti. Ognuno di noi ha una cosa che gli riesce particolarmente bene e gli piace fare. Non bisogna trascurarla, è un delitto. Seguire la propria attitudine è un trucco per essere felici, magari non l’unico, certo.” Sono affascinata da questa cosa che dice.
“Il mio problema è che di attitudini ne ho troppe.”
“Ce ne deve essere una che prevale. La lasci emergere e la segua. Ne faccia un lavoro o, almeno, ci provi. Vedrà come questo arricchirà la sua vita.”
Arriva il treno. Saliamo. C’è sempre un momento di imbarazzo in questi casi, quando si è iniziato a parlare, ma non si vuole necessariamente imporre all’altro la propria presenza e la propria conversazione per tutto il viaggio. Io vado avanti, trascuro i primi posti e vado a sedermi in fondo, pensando che lui, se ne ha voglia, mi seguirà. Lo vedo, con rammarico, seduto all’inizio dello scompartimento. Prendo una veloce decisione. Voglio continuare a parlare di attitudini. Lo raggiungo e mi siedo davanti a lui.
“Sono rimasto qui perché c’è meno aria.” Dice, abbozzando un sorriso.
“Anche a me danno fastidio le correnti d’aria, soprattutto in questa stagione, con tutti i finestrini aperti.” Mento spudoratamente.
Continuiamo a parlare e lui mi illustra qualche esempio di attitudini, fra le persone che conosce. Alla fine glielo chiedo. Mi ero ripromessa di farlo assolutamente, prima di scendere dal treno.
“E la sua attitudine qual’è?”
“E’ la sicurezza. Sono un esperto in sicurezza.” Lo dice a voce bassa, per contenere la sfumatura di orgoglio.
“Cioè?”
“Tutti i tipi di sicurezza, dalla sicurezza personale alla sicurezza degli stati. Insegno sicurezza all’università.” Lo guardo, ammutolita.
“In questi giorni sono in Italia per tenere delle lezioni presso una scuola di polizia”
Penso fugacemente alla mia casa, priva di impianti d’allarme, anche perché un ladro troverebbe ben poco che lo interessi, a meno che non si accontenti di una notevole scorta di croccantini, sabbia per gatti e farina per panificazione, parecchie piante di scarso pregio e pochi mobili del Tucano, famoso per essere il negozio di mobili più economico della galassia. Penso se sia il caso di chiedergli, comunque, di venire a dare un’occhiata a casa mia, così, tanto per essere sicuri. Nel dubbio, mi astengo, tanto mi sta dando la sua e-mail. Potrò sempre farlo in seguito.
Il treno entra nella stazione della mia città. Ci salutiamo cordialmente. Scendendo mi accorgo che lui non mi ha chiesto qual è la mia, di attitudine, quella che prevale. Purtroppo ho l’attitudine di innamorarmi. Difficile farne un lavoro.TORTONA
Siamo arrivati con grande anticipo all’appuntamento con Marco Candida, così abbiamo bivaccato per un paio d’ore in un bar già noto a cletus. Pur sapendo egli che io sono rigidamente vegetariana e quindi impossibilitata a nutrirmi della maggior parte dei dolci, che contengono quasi sempre uova e latte, probabilmente ritenendo che io non potessi che confermarmi e rafforzarmi nella mia determinazione, ha ordinato un notevole numero di pasticcini, invitandomi ripetutamente a nutrirmene. I dolci, ogni volta che distoglievo lo sguardo, tendevano impercettibilmente a spostarsi verso di me, emanando profumi peccaminosi. Il caro cletus non ha alcuna colpa del misfatto che ora confesso: ne ho mangiati due, venendo meno al voto che avevo rispettato rigorosamente per anni. L’ultimo pasticcino, che lui esclusivamente per educato altruismo non si decideva a consumare, mi ha tentato inutilmente per tutto il tempo (e della mia astensione vado fiera), finché non è stato voluttuosamente assaporato dal caro cletus, un attimo prima che ci alzassimo ed allontanassimo dal bar.
C’è stato qualche problema con gli alloggi. Marco si era occupato egregiamente della nostra sistemazione, che in caso di necessità potevano essere un giaciglio sul marciapiede antistante una casa di riposo, dove sicuramente saremmo stati protetti dall’enorme statua dorata raffigurante madonna reggente bambino. La statua è leggermente inclinata, e sembrava indecisa se lasciar andare solo il bambino o precipitare insieme a lui su tutto ciò che poteva trovarsi sotto (noi, ad esempio). Il caso di necessità si sarebbe presentato immancabilmente se il piccolo gruppo di temporanei inquilini della casa di riposo fosse rientrato dopo le nove e mezzo di sera. La minaccia d’invasione di casa Candida ha costretto l’organizzatore a prodursi in tutta la sua eloquenza con il direttore, fino a strappare il permesso di rientrare quando ci aggradasse, purché tutti insieme. La casa di riposo si è rivelata molto riposante, a parte grida notturne e inquietanti cigolii di sedie a rotelle. Molte evanescenti figure di anziane suore e anziane borghesi sono venute a visitarmi durante le lunghe notti tortonesi, ma forse stavo solo sognando. Comunque la loro premurosa presenza non ha comportato alcuna maggiorazione del prezzo dell’alloggio, in verità molto modico.
Le lezioni erano tenute nella stessa casa di riposo, vivacizzate da un continuo suono di argentine campane, che inducevano l’insegnante ad aprire e chiudere in continuazione le finestre, con la speranza che a noi corsisti fosse possibile almeno leggere le parole dalle sue labbra. In questo ambiente gioioso e pieno di vita, abbiamo avuto degli allegri diversivi: i lettighieri di ambulanze che passavano dalla nostra aula per portare via malati, anziani singoli o in gruppo che ci guardavano dalle finestre. Gigantografie di Don Orione e di Paolo VI santificavano il nostro gruppo.
Il lavoro sui testi è stato per me molto produttivo: ha nutrito ed accresciuto la mia ragionevole speranza di riuscire in giorni non lontani a produrre qualche racconto accettabile. Rendendomi conto di quanti contenuti nascosti ci siano in un bel testo, che sembra scritto con la stessa facilità e velocità con cui viene letto, ho capito che la letteratura è accessibile a chiunque dedichi tempo energia ed intelligenza di gran lunga superiori alle mie dotazioni, a scrivere e riscrivere in continuazione le stesse battute di dialogo, lo stesso rigo. Questo è stato molto confortante ed incoraggiante. Mi ha fatto ricordare ed apprezzare tutti gli altri interessi della mia vita: dalla preparazione del pane con le mie operose mani, partendo dalla pasta madre, anch’essa da me preparata, al giardinaggio, al mosaico, tutte attività che aspettano da anni che io dedichi loro più spazio di quanto non faccia, presa come sono dalla mia salutare e ragionevole passione per la scrittura. Con sollievo, al ritorno, ho rinvenuto in casa un manufatto eseguito con la tecnica del macramè quasi finito, la cui funzione ho dimenticato (cintura? applicazione su abito? portavaso?), che invano da anni richiede l’ultimo tocco e delle talee sopravvissute alla mancanza d’acqua di questi giorni, che mi accingo a trapiantare.
Forse confortati dalla stessa rivelazione, i corsisti si sono astenuti dal rivaleggiare o litigare, come talvolta accade. Serenamente e di buon accordo ci si spostava sempre in massa, ci si aspettava a vicenda se qualcuno si attardava, causa shopping. L’indigeno Marco Candida ci ha permesso di conoscere altri tortonesi ed ha spuntato prezzi di favore nei ristoranti.
Kimota e Buffa Persona si sono distinti per il loro comportamento aristocratico e snob quando, seduti al bar di piazza Duomo insieme agli altri, esibivano alla cameriera che accorreva premurosa, il loro beveraggio personale confezionato artigianalmente in bottiglietta da acqua minerale preventivamente svuotata dalla dannosa acqua e successivamente riempita da salutare bomba alcolica (pare che nella loro terra d’origine venga chiamato spritz). I due narravano la storia del loro viaggio in treno, allietato dal suddetto medicamento, che aveva loro permesso di arrivare indenni ed in buona salute al corso.
L’insegnante Giulio Mozzi come sempre si prodigava e non si sottraeva alle domande, durante pasti, passeggiate e finanche nell’alloggio, come riferito dal fortunato mortale che ha avuto il privilegio di dividerlo con lui ed ha potuto con agio braccare il Mozzi per tutte le stanze e per tutte le notti.
Marco Candida ogni tanto mi guardava con occhi strani, occhi che stavano eseguendo operazioni non consentite agli umani: fotografie, radiografie, risonanze magnetiche, ecografie e ancora qualcosa di più per cui non è ancora stato coniato il nome, in quanto la tecnologia rudimentale di cui disponiamo non riesce a mettersi alla pari con i suoi straordinari poteri. Mentre gli occhi mutanti di Marco emettevano raggi e bagliori, io capivo che lui stava scrivendo e tremavo. Mi è sembrato di intravedere una tastiera di computer in fondo al suo sguardo, seminascosta dai lampi luminosi.
Mi ha impressionato la bambina, quattordicenne che dimostrava ancora meno anni, perfettamente a suo agio in mezzo a tanti adulti, alcuni dei quali avevano l’età dei suoi nonni. Decisa e determinata, ha preso appunti in continuazione, ha fatto domande appropriate e più intelligenti di quelle di qualche adulto, ha riscritto, come tutti, un dialogo di De Silva, e mi ha fatto molto pensare. Dov’ero io alla sua età? Come immaginavo il mio futuro? Progettavo qualcosa? Probabilmente perdevo tutto il mio tempo ad invaghirmi di irraggiungibili divi e cantanti ed a piangere su romanzi rosa. E lei, quanti libri riuscirà a scrivere prima di compiere vent’anni?





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