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QUATTRO RACCONTI di gino tasca

di Pamela (27/08/2004 - 07:35)

“ADMETO”

 

 

Sta piovendo da almeno quattro giorni.

Cos’era? Martedì?

Adesso, quindi, è venerdì.

Ma lui non sa se riuscirà ad arrivare fino a domani.

Lui è Isaac e stamattina ha sentito Jacob che diceva a David che qualcuno era fuggito.

E questo – per chi resta – vuol dire solo una cosa: che potrebbero essere impiccati.

A caso.

E lui lo sa bene cosa vuol dire perché ne è uscito salvo già tre volte da quando è arrivato a  B* con uno dei trasporti del 15 settembre del ’42.

Quelli che scappano – quasi sempre degli ebrei dell’est – vengono immancabilmente ripescati ed impiccati davanti a  tutti gli altri che stanno schierati per l’appello della mattina.

Ma - prima che li riprendano - gli altri, loro che restano, devono subire la decimazione.

Che non avviene, però, come per i soldati, contando dieci uomini e il decimo viene fucilato.

No. Nel campo si va a caso e chi ha ancora fede in dio lo prega di dimenticarsi della sua esistenza mentre chi non crede – come lui e suo cugino Joachim – bestemmia in silenzio quel dio cui non crede perché non capiti – te ne prego, te ne prego! - proprio a lui.

 

La cosa va quasi sempre a questo modo.

Il comandante Wolf, gira tra le file, come stesse passeggiando tra le piante curatissime del suo giardino ad Essen,  e con piccoli colpi del suo frustino sceglie chi deve essere impiccato. Non colpisce mai troppo forte e poi sorride cortese.

E loro non sanno che la cosa è finita se non dopo che lui è tornato verso il centro del cortile con il suo passo elastico e, salutati i suoi sottufficiali,  rientra al commando.

 

La prima volta ne aveva scelti venti: quattro donne e sedici uomini.

La seconda: dieci e tutti uomini.

La terza: ventiquattro ma lui, Isaac, non si ricorda più quanti fossero gli uomini e quante donne.

E, la prima volta, si era cacato addosso dalla paura e non era riuscito a frenare un tremito che lo scuoteva dalla testa rasata ai piedi.

Era solo riuscito – mordendosi la lingua a sangue – a non fare sentire i suoi singhiozzi.

Mentre Joachim lo aveva guardato di sottecchi supplicandolo – solo con gli occhi – di smetterla di tremare perché tutto quello che poteva attrarre l’attenzione di Wolf era pericolosissimo per lui stesso e per tutti quelli che gli stavano attorno.

Ma Isaac puzzava come un cesso e tremava come avesse il delirio.

E gli altri lo odiavano, semplicemente lo odiavano.

Ma, per fortuna, Wolf s’era stancato ancora prima di arrivare alla loro fila e Isaac si era salvato.

 

La seconda volta non gli era più capitato (ci si abitua all’orrore come i bimbi ai propri giochi) ed era rimasto, lì, al suo posto nella fila, assolutamente immobile  e con il capo a terra.

 

Ma oggi, oggi sente che non la sfangherà.

Quando era arrivato a  B* – al primo appello – si era ritrovato in quindicesima fila ma la paziente opera delle camere a gas, delle malattie e della fame gli avevano concesso l’onore di trovarsi, ora, in seconda fila.

  … e Wolf – almeno in questo - è metodico e comincia sempre dalle prime file anche se una volta, poi, era risalito fino all’ultima senza scegliere nessuno. Ma, comunque, è sempre partito da lì.

 

Dall’altra parte del cortile – proprio di fronte a lui – sta Else, sua moglie (ha un nome tedesco perché i suoi non volevano essere trattati da ebrei).

Ma ormai si guardano senza vedersi.

E se in loro c’è ancora un resto di quella cosa che, fuori di lì, chiamavano amore forse lo si capisce soltanto da come riescono a stare l’uno di fronte all’altra, senza dare segno di conoscersi.

L’avessero fatto, i kapò li avrebbero massacrati di bastonate.

 

Stamattina, venerdì, stanno allineati nel cortile dall’alba – tre ore prima – e piove ancora più fitto adesso di prima.

Isaac ha le bende che usa come scarpe, intrise di melma e non può quasi muoversi tanto sono diventate pesanti ed è tutto un dolore perché ieri sera il kapò Grunenwald ha pensato bene di picchiarlo a sangue perché aveva bevuto e non aveva trovato nessuna puttana ebrea nel loro casino (erano tutte in infermeria per una attacco di dissenteria).

 

Alle nove Wolf si fa vedere.

Scende le scale di legno d’abete della casa che gli ha disegnato Kieslowskj che poi è finito alle camere, e si avvia al centro del cortile dove – stamattina – lo aspetta solo il vice capo lager Birth.

Gli fa cenno di parlare e Birth dice che sì, quella notte erano scappati tre piccoli pidocchiosi ebrei.

 

(Sguardo a terra  Isaac, sguardo a terra …)

 

Poi Wolf  comincia la sua passeggiata tra le file e passa nel corridoio tra il gruppo di Isaac e quello alla loro destra e pare non voler scegliere nessuno ma poi, con un gesto pigro, colpisce sulla spalla, col suo frustino, uno che Isaac non conosce affatto.

Poi ne sceglie altri quattro ma sempre più avanti e poi, ancora,  scarta verso le donne.

 

Quello che succede dopo, Isaac non lo può sapere perché non può sollevare gli occhi.

E qui nessuno piange neanche se viene prescelto – si sente solo il rumore dei passi che affondano nella melma: quelli delle SS e quelli dei prescelti.

Non piangono perché per piangere bisogna aver conservato qualcosa che lì non è dato conservare.

 

Ma oggi, sua maestà Wolf, ha in serbo per loro una cosa completamente nuova e si mette a tenere un discorso.

E, per ascoltarlo, devono tirare su la testa. Eccolo lì, in fianco a Birth, su una piccola duna di terra battuta perché lo si possa vedere bene.

E, dietro a Wolf, stanno quelli che sono stati scelti.

Isaac li guarda bene ma senza vederli ma poi il cuore gli esplode perché quella è Else.

Quella è Else, certo.

Mio fottuto dio fottuto … perché mi hai fatto questo?

 

Cosa sta dicendo? Cosa sta dicendo … cosa?

 

“Chi di voi vuole prendere il posto di uno di questi e-b-r-e-i faccia un passo avanti.”

 

Ha sentito bene? Vero?

Si gira verso Joachim come se gli mancasse l’aria ma Joachim che non rischierebbe l’osso del collo per nessuno non lo guarda.

Torna a guardare davanti a sé ma per un lungo tempo senza misura non vede niente, solo buio. Poi gli occhi gli si puliscono e vede che Else è la terza a sinistra di Wolf e gli sta quasi di fronte a trenta metri da lui.

Però non lo guarda. O, meglio, lo guarda di quell’amore che hanno imparato qui dentro. Segreto fino a non essere più niente.

 

C’è un falegname di Lodtz che si fa avanti e indica la donna che vuole sostituire.

E’, forse, sua moglie ma lei non lo guarda neanche in faccia e, piegata in due, corre a rimettersi in fila al suo posto mentre l’uomo la sostituisce.

 

Poi nessun altro.

 

Ora toccherebbe a lui ma sente che un urlo feroce gli sta divorando il cuore.

E sa che non farà niente, non lo farà perché il cuore gli si è rattrappito dentro alla paura e non farà nulla di nulla. Resterà lì fermo a guardare che impiccano Else come fosse un’altra.

E la testa gli crolla un po’ di più sul petto come gli avessero rotto il collo ma poi la deve tirare su in fretta  e ben dritta perché tutti devono, ora, guardare le impiccagioni.

I kapò li controllano e se qualcuno di loro abbassasse lo sguardo si ritroverebbe senza neanche accorgersene anche lui con una corda al collo.

 

Ecco, ora tocca a Else.

E mentre le stringono al collo quella corda pesante lei lo guarda e gli sorride.

 

Isaac allora apprende, qui ed ora, mentre avviene tutto questo, che il suo stesso peccato l’ha redento e, sbadato, lascia crollare la testa sul petto …

 

 

 

“Einsatzgruppen”

 

 

Vicino a Leopoli.

Il bimbo guarda fuori dalla finestra ispessita e resa lattea dai cristalli di neve che, durante la notte, si sono gelati in una fitta e complicata ragnatela.

Le bambine ebree, invece, se ne stanno allineate lungo quell’accumulo di terriccio rossastro che sembra una cicatrice e che va, tutto bislungo, dal bosco di betulle infarinato di neve fresca caduta la notte stessa, fino al muro dell’isba del pope che se ne sta lì, seduto davanti alla porta d’ingresso con la moglie, tutti e due imbacuccati nei loro pellicciotti di coniglio e fumando la pipa.

Ma perché sono completamente nude? Non hanno freddo?

Wladimir ha solo sette anni e non può fare a meno di chiederselo perché lui non lo capisce proprio.

E un po’, anche, si distrae fissando il disegno che fanno i cristalli di neve nell’angolo in alto, a sinistra, sul vetro della finestra – a lui pare proprio Baba Yaga con i suoi cani al seguito e il fuoco nella testa.

Una bimba – ma non è Esther, la figlia del falegname? – cade pesantemente a faccia in giù e sparisce oltre il bordo di quella terra rossiccia appena macchiata di neve ma in modo del tutto casuale.

Eppure non l’ha spinta nessuno, vero?

Ma a lui è parso di sentire come un’eco bombata di un grosso rumore – anzi, di un rumore molto secco. E, pur non avendoci fatto troppo caso, si è ritrovato a chiedersi quando mai aveva sentito un tuono con la neve (sarà stato un sortilegio di Baba Yaga?).

 

Però – pensa – ci deve pur essere un qualche rapporto tra quel signore che passeggia dietro alla fila delle bambine e appoggia loro delicatamente una “cosa” sulla nuca – potrebbe essere una pistola ? – e il fatto che, subito dopo, loro cadano in avanti con quella spossatezza così strana e poi, ancora, si senta quell’eco di un tuono soffocato.

Sì, adesso se lo ricorda proprio bene.

Maman deve avergli detto – ieri o l’altro ieri? – che quei signori sono dei militari tedeschi ed ha pronunciato un complicato vocabolo che suonava, più o meno, aisazgruppe.

A lui la parola era piaciuta e se l’era ripetuta in testa e anche a fior di labbra più volte prima di addormentarsi e, prima di precipitare nel sonno, aveva deciso che dei signori che portavano un nome così elegante e sonoro non potevano che essere dolci e ben educati.

 

Come quel signore là che – di sicuro . ora sta aiutando le bimbe ebree a buttarsi in una qualche piscina che deve starsene oltre il bordo e che lui non può vedere dalla sua finestra ma dove, sicuramente, avrebbero nuotato felici (ma non avevano scelto un ben strano momento per farlo?).

Perciò quel gruppo di cristalli – quello immediatamente sotto “Baba Yaga” – lo avrebbe chiamato “aisazgruppe” perché è dolce come quel signore lì fuori, e come lui, pure, un po’ severo.

 

Ma ora tocca ad un’altra bimba ebrea.

Ed è l’unica che – quando le si avvicina quel signore così distingué (maman parla quasi sempre francese) – accenna ad un lieve movimento del capo, come per guardarlo – guardare proprio lui, Wladimir.

E’ Sara, la figlia più piccola del fornaio.

Non sa se emetta anche un “oh” ma la bocca gli si schiude per la sorpresa. Che dura pochissimo perché quel signore così gentile appoggia la “cosa” alla tempia di Sara e la sua testolina esplode in mille coriandoli.

Wladimir non sa cosa sia successo. Sa solo che il disegno aereo di quella materia viene filtrato dai cristalli di neve sulla finestra e butta le mani verso i vetri per salvare il disegno o Sara o se stesso (ma c’è un “sé stesso” prima di ora?).

Quando le ritrae sono tutte insanguinate e il dorso e le punta delle dita sono tutti tagliuzzati. Ma lui non prova nessun dolore e quando entra maman sente che grida qualcosa senza però capire cosa – ma qualcosa del tipo “Qu-est-ce que tu a fait? ..Eh, dit le moi, comment ... ?

 

La madre lo strappa violentemente via dal davanzale e chiama Irina – la serva – perché le porti dell’alcool e delle fasce e scopi i vetri sparsi tutti intorno sul pavimento di legno scuro.

Tu me veux voir morte? Eh, dit le moi ? Tu le veux ... tu me veux voir morte ? »

Lui la guarda da dietro quel suo nuovo spessore che, da oggi, chiamerà « io » e non le dice niente.

Maman allora capisce tutto e gli sussurra fervida all’orecchio.

Mais oui, mon petit … tu deverra un pianiste. »

 

Curiosamente, proprio in quel momento, la neve riprende a cadere.

 

 

 

FRANK

 

 

La foto è in bianco e nero e un po’ sbiadita ma ancora leggibilissima.

E’ un dittico: a sinistra un uomo in camicia bianca, con dei pantaloni scuri che non si può dire se siano marron o neri o grigio fumo e delle scarpe senza lacci.

La camicia non ha il colletto e la corda gli è già stata messa al collo. Dietro di lui c’è una spoglia parete di mattoni non intonacati con delle finestre a nastro che corrono sotto l’angolo che unisce la parete al tetto - opache di una sporcizia sedimentata da chissà quanto.

Sulla destra si intravede appena una struttura di legno che deve essere l’altra forca.

L’altra valva della foto mostra lo stesso uomo che ciondola dalla corda con il collo spezzato e quella pesantezza che hanno i corpi morti ed appesi.

Un gravame che toglie il respiro ancora e ancora e ancora.

 

Come lo toglie a me – io sono Niklas, suo figlio – adesso.

Ad ogni anniversario della sua impiccagione, la tiro fuori dalla scatola di latta in cui la tengo per il resto dell’anno (dentro al comò di mia madre) e me la porto in camera mia.

Poi mi tiro giù i pantaloni e mi meno il cazzo davanti a quella foto.

Oh padre mio, fottiti.

Fottimi padre e fottiti.

Abbi pietà di noi oh Padre – fottici.

 

Ho pensato a lungo a come lavarmi il cuore da questo mio padre.

Al processo mi sembrava di impazzire – stava lì, sul banco degli imputati, grassoccio, miope, sudato, curvo, bianchissimo, e si guardava in giro, guardava gli altri per vedere come si atteggiavano  e poi si perdeva di nuovo in chissà quali fantasticherie e faceva con le labbra uno strano gesto: le appuntiva come avrebbe fatto un bambino imbronciato.

Aveva fatto gasare qualche milione di ebrei ma gli era rimasta la stessa faccia innocente di quando giocava con me nel giardino di casa nostra.

Proprio la stessa.

 

Fottiti padre.

 

Quando il giudice aveva letto tutta quella lunga serie di condanne a morte l’avevo visto sorridere – sì, sorridere. E sono quasi certo che, dentro di sè, deve aver pensato che lui no, lui non sarebbe mai stato condannato:in fin dei conti cosa aveva fatto di così grave? Lui credeva nel nazismo. Aveva  solo quella terribile  fede. E si può mai condannare qualcuno alla forca perché ha creduto …

Ma poi il giudice aveva detto che lui, proprio lui, Hans Frank, gauleiter della Polonia, sarebbe stato impiccato.

 

Povero padre, povero piccolo padre – ti sei accasciato sulla panca e sei scoppiato a piangere – e non ti fermavi più. Non ti sei fermato neanche quando i due poliziotti americani ti hanno sollevato per le ascelle e ti hanno portato via. Ti sei girato cercandomi con lo sguardo incredulo come ti chiedessi se era proprio a te che stava capitando.

Era a te, padre, che stava capitando.

E, tu lo sai, era anche a me che stava capitando.

Ti odio padre mio, ti odio di un amore che è forte più del dolore e della morte, e che all’amore piscia, eiacula addosso.

Ti odio di quest’odio che sono, tutto, adesso. Ti odio perché non posso fare altro che amarti disperatamente padre mio. Ti odio perché ti amo.

 

E intanto il mio sperma cola vicino ala gamba della sedia.

Ti avevo messo lì, in foto, sul sedile.

Padre, io non sarò mai padre perché padre vuol dire te e me. Padre, il mio sperma mi battezza nella fatuità del male. Padre.

 

Oh padre.

 

 

 

Horst Munster.

 

 

Si chiama Horst Munster ed è figlio di Franz Munster, comandante del lager di M*.

Ha trentatre anni ed è nato il 3 dicembre 1943 e non ricorda quasi nulla di suo padre. Quando la guerra era finita, nel maggio del ’45, aveva, quindi, un anno e mezzo circa, e l’unica cosa che gli viene in mente se pensa a suo padre è la parola  padre, anzi “il” padre. Perché è così che l’ha sempre chiamato Gutrun - sua madre Gutrun. “Il” padre, diceva e un’ombra le passava sul viso sciupato.

Finita la guerra – glielo aveva raccontato lei quando era diventato un po’ più grande – lei aveva cambiato di città ed aveva ripreso il suo nome da signorina: signorina Gutrun Herbert. E da Dusseldorf si era trasferita a Bonn.

Dopo un po’ più nessuno l’aveva guardata con attenzione come se l’avesse conosciuta chissà dove e chissà come. E di certo lei aveva bruciato tutti quei ritagli con le foto delle feste danzanti chez Himmler con lei che si teneva stretta stretta al braccio del suo Franz.

Solo una volta aveva rischiato di essere riconosciuta ed era con Horst, in Holderlinplatz. Una vecchia signora l’aveva guardata e si era messa a piangere, così, senza motivo alcuno. Piangeva e la guardava. E nient’altro.

Horst, naturalmente, le aveva chiesto perché, mammima, quella signora sta piangendo ma lei si era limitata a strattonarlo via brutalmente e non gli aveva risposto niente.

Cosa avrebbe potuto dirgli. Cosa mai, del resto?

Poi lui aveva compiuto diciotto anni e sua madre – era una stupenda sera di maggio ed un petulante profumo di rose veniva fin dentro casa entrando dalla porta finestra che dava sul giardino – gli aveva detto che doveva parlargli.

Lui gli aveva detto che sì, va bene, mamma e l’aveva seguita in salotto.

Stava per accendere l’abat jour che stava sul tavolino (quello ricoperto di mussola color malva) ma lei gli aveva fatto segno, irritata, che no, non lo facesse.

Poi aveva cominciato una frase con “il” padre e senza tante storie, con la sua voce più grigia, quasi fosse un registratore, gli aveva comunicato che “il” padre era stato comandante a M*.

Sapeva, vero, cos’era M*? Gli aveva chiesto.

Horst – che quasi non respirava – le aveva detto che sì, certo, lo sapeva.

Era sceso il crepuscolo, e la sera, e le rose facinorose s’erano addormentate, e poi si era fatto buio fitto ma nessuno dei due osava interrompere il racconto.

Gutrun perché era certa che non lo avrebbe saputo riprendere e Horst perché era certo che non lo avrebbe più voluto sentire.

Alle dieci sua madre aveva smesso di parlare con un piccolo sospiro e un “non so”, “non so cosa ci sia successo Horst, io non lo capisco … allora era tutto così giusto … sembrava tutto così corretto …”.

Aveva detto proprio così: “corretto” che, nel suo piccolo cuore grigio, voleva dire tutto: innocenza, pudore, famiglia, sangue, fuhrer.

Horst non le aveva detto nulla e si era alzato dalla poltrona con molta cautela – supponeva che tante ore di immobilità quasi perfetta gli avrebbe fatto sentire tutta una serie di sgradevoli sensazioni corporee. E, invece, niente.

Troppo dolore concentrato funziona, a volte, da anestetico.

 

La mattina dopo si era alzato alle quattro di mattino – sua madre si alzava alle cinque e mezzo – e, per non farsi sentire, aveva camminato scalzo fino al piccolo edificio che c’era in giardino dove sua madre teneva gli attrezzi da giardinaggio, dei sacchi di terra, dei sacchetti di sementi e del concime.

Si era lavato al lavello che c’era alla parete di fronte alla porta ed aveva calzato le scarpe che si era portato dietro, in mano.

Poi aveva preso la grossa valigia di cuoio nero che la madre gli aveva regalato l’anno prima, quando aveva compiuto diciassette anni e se ne era uscito dalla porticina che dal giardino dava sul retro della casa. Però, prima di uscire in giardino, era passato dalla sala ed aveva lasciato una lettera per la madre sul tavolino dove lei teneva il suo cestino con i ricami e i fili e gli aghi.

La lettera diceva questo “Cara mamma, non dovrai mai cercarmi, mai e poi mai dovrai cercarmi – fa conto di non avere mai avuto un figlio. Fa conto che il tuo ventre si sia rinchiuso sui propri atti – fa conto che l’amore con cui mi hai dato la vita sia lo stesso con cui me l’hai tolta. Io, cara mamma - le aveva scritto - dovrò rinchiudermi da qualche parte, nel buio, per vedere se mi sia dato il modo di guarire. Ora, te ne prego, lasciami andare, lasciami andare per una via che mi spogli di questa cosa. Questa cosa, questo dono crudele che mi hai fatto, cara madre mia, un dono che le tenebre mi hanno fatto. Sapere è sempre una cosa così dolorosa … avrei preferito crescere – le aveva aggiunto – senza che tu mi dicessi nulla … sposarmi, fare dei figli, credere fervidamente nella ripetizione, nel sangue ridicolo, nel seme che ci supera. Tu, tu – madre diletta – mi hai fatto unico, sterile, ma non te ne potrò mai ringraziare.

Addio, cara mamma” questo le aveva detto.

 

Si era ritirato nel convento dei benedettini di Grosz e solo dopo dieci anni in cui si era limitato a pulire i cessi, le stanze, i refettori, le soffitte, le cappelle, le cantine, aveva pronunciato i voti ed ora dopo che per altri cinque anni si era limitato a ricopiare un grande manoscritto di Isidoro di Siviglia, trovando in quella pratica un po’ di pace, solo ora, confessa nella grande basilica del convento.

Confessa quasi tutto il giorno, in due sezioni, alla mattina dalle nove a mezzogiorno e, al pomeriggio, dalle tre alle sette.

Come fa sempre quando sente un tossicchiare, un stropicciarsi di vestiti oltre la grata, apre lo sportello e dice “sì” e aspetta che l’altro, quello che sta dall’altra parte, cominci a parlargli dei suoi peccati.

Ma, stavolta, non sente nulla se non un respiro un po’ affannato.

Allora ridice “sì” con un tono più deciso e solo in quel momento si accorge che oltre la grata gli occhi di un uomo lo stanno osservando intensamente ma, quell’uomo, continua a starsene zitto. E’ abituato a molte stravaganze e quindi si mette calmo, in attesa, in attesa che quell’uomo – è decisamente un maschio e vecchio – si decida a parlare.

E lo fa, finalmente con una voce flebile, minuta, quasi poco più che un sospiro, di sicuro affetta da un’asma cronica che ad ogni respiro gli raschia il fondo della gola.

E dice che lui è suo padre Franz e che non ne può più di starsene lontano da sua moglie, mentendo su tutto, sul suo nome, su quel che ha fatto, senza poter voler bene a nessuno.

Horst non dice nulla perché – curiosamente – è come se tutto questo fosse già avvenuto molto tempo prima. Troppo sapere, decisamente troppo sapere. Ma troppo sapere non può ferire due volte. Lui non ha più padre, lui non ha mai avuto un padre.

Sente a malapena quello che l’altro gli dice …

… che lui non si sente colpevole di niente …  che chiede perdono a dio anche se non sa bene di cosa … che vuole il suo perdono … che lui lo deve – hai capito, devi! – perdonarlo … che lui è un prete e i preti perdonano … che lui è suo figlio …

 

E Horst lo fa, lo fa anche se le parole dell’assoluzione le sente quasi solo lui.

Poi lascia che quell’uomo si allontani anche se l’altro ha tentato, dopo, di chiedergli come stia la madre e dove sia e se – per caso – non ne sappia il numero di telefono.

Horst ha sorriso e gli ha detto di andarsene via e di ripassare domani.

Dopo un quarto d’ora o forse più se ne esce dal confessionale e si avvia verso l’altare maggiore, si inginocchia, sale i gradini ed apre la porticina del tabernacolo, tira fuori la pisside e con l’indice e il pollice tira fuori una particola, se la porta alle labbra e con la lingua la deglutisce senza sfiorarla con i denti.

Poi se ne va nel grande orto che sta alle spalle del convento e – scelto il più bel ciliegio fiorito di bianco – vi si impicca con la sua stola.

 

E’ aprile ma, all’improvviso,  si mette a nevicare furiosamente e quella furia dondola il corpo di Horst mentre i fiori del ciliegio cadono a terra scossi da tutto quel vento.

Nella chiesa, le ostie che sono rimaste dentro alla pisside, cominciano a sanguinare.

Oggi è la ricorrenza del miracolo di Bolsena.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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APOCALYPSE NOW (2) secondo GINO TASCA

di Pamela (21/08/2004 - 09:02)

Forse voi tutti l'avevate già visto al cinema o in cassetta o in dvd, ma io, lunedì sera, sedici agosto, mi sono guardato in religioso silenzio "Apocalypse now redux" (à propos: che vuole dire "redux"? Sì, intuisco, rimontato e poi? Posso andar giù di brutto con le pseudo-etimologie? Re-dux, regale, o: riproposto al suo vero e unico signore ...).
Mi sono lavato i denti alle 8,30, ho dato un po' di galletta a Olly e a Popo, i carlini - prima avevo già dato l'acqua alle piante (ero a casa da solo) - e poi ho mentalmente proibito al telefono di squillare - mi sa che non avrebbe squillato lo stesso ma fa piacere pensare che mezzo mondo avrebbe voluto parlarti e - invece - tu non ne volevi sapere di lui.
 E già un'amica mi aveva chiamato durante il finale del fioretto maschile e – credo bene – mi avrà trovato piuttosto spiccio: lo ero.
Sia chiaro: io non capisco pressoché niente di nessuno sport ma mi piace l'agonismo e l'adrenalina. Sfido chiunque a capirci qualcosa in quel saettare di fioretti e spade. Anche al rallentatore si colgono, a mala pena, dei bagliori.
Poi il commentatore dice: ha parato di quarta, gli ha trovato il ferro. Bien, dico, anch'io sto trovando il ferro.

In realtà, temevo di non farcela a stare lì inchiodato a vedere il film per tutte le sue tre ore e mezzo (meno quattro o cinque interruzioni pubblicitarie, quindi, un tre ore scarse ... Notato? Tu stai vedendo una cosa intensissima e la scena viene decapitata da una buffa signorina che ti preme l'ombelico/occhio e si sente un dling e scatta la pubblicità: osceno. Avessero almeno il rispetto di mandare cinque secondi a nero con una severissima scritta ((bianco su nero o nero su bianco)), "pubblicità" ...)).)
Se devo dirla tutta, ne temevo l'intensità. A volte, quando scrivo o leggo cose che mi prendono troppo (la Weil su tutte), mi eccito e comincio ad alzarmi dalla sedia e smanio e giro per la casa sovreccitato finendo con il dire qualche stupidata tipo: cosa mangiamo stasera?

Devo dire che - come per i libri - ho trovato interessanti cose che non mi erano sembrate tali la prima volta e altre - che avevo trovato fenomenali - meno interessanti, ora.

(Faccio l'elenco di quelle che mi sembrano i lunghi brani recuperati che non c'erano nella prima versione? ((Vado a memoria e, quindi, pardonné mua mon imbranature)). Il furto della tavola da surf dello yankee che si tocca le palle e ama l'odore del napalm - la scena nel fangoso-dimenticatodaDio-ipermelanconico campo in cui quelli della motovedetta fanno - o non fanno? - all'amore con le playgirls - la lunghissima scena sui coloni residuali francesi - la scena in cui Martin Sheen sta in una prigione/tomba e i bimbi lo sbirciano dall'alto, dalle fessure dell'impiantito, luce/grida come gli uccelli di Eliot nel primo quartetto e poi arriva Kurz e gli legge alcuni brani di giornale e gli dice che è libero di andare dove vuole ma non di fuggire. Che altro è la libertà se non questo, fra l'altro ...)

Alcune note sparse anzi sparsissime (per dirle tutte ci vorrebbe quasi un blog a parte).

- perfezione narrativa strepitosa che riesce a non farsi intaccare neppure dalla presenza musicale di Coppola Senior (se non proprio nella musica mielosa che stende come un tappeto ((provato mai a camminare su un tappeto di miele?)) nella parte finale della scena "francese" quando Sheen sta a letto con la splendida donna francese e fuma oppio ... avranno visto "C'era una volta l'America"?). A voler proprio essere pignolissimi, c'è solo un eccessivo uso delle dissolvenze incrociate che sono l’esatto parallelo – nei film – di quello che io chiamo iperlirismo nella scrittura. Posso dire anche qualcosa in più sulla faccenda della musica nei film? E’ una cosa su cui mi rompo la testa da sempre. Allora: o si stabilisce che un film è un medium multimediale (scusatemi il pasticcio) che veicola ogni altro tipo di fare artistico (non fosse altro perché lo fotografa): vedi le didascalie o ogni altro tipo di scrittura (tipo: New York, 18 maggio 1999, Waldford Astoria) e, quindi, anche la musica, accettando di essere un melodramma in cui la parte cantata è sostituita dalla pittura in movimento e – in questo caso – ogni musica è lecita. O si stabilisce – calvinisticamente (e io ballo con questi orsi) – che la musica di un film sta nel montaggio.

Salvo alcuni casi (Hitchcock – su cui tornerò fra poco -, Kubrick, Malle …) la musica serve solo a riempire scene in cui il ritmo del montaggio si affloscia come un soufflé sgonfiato. Casi tipici? Corse in macchina e sesso: quando ci si annoia o quando ci si vergogna. Vorrei sottoporre molti film a questa prova: proiettarli privi del sonoro che non siano rumori e dialogo e vedere quanti reggerebbero a se stessi.

Torno un attimo su Hitchcock: è l’esempio massimo di ambedue le correnti: ha fatto due film strepitosi (“Gli uccelli” e “La finestra sul cortile”) senza un grammo di musica (se non quella d’ambiente) e sono di una musicalità perfetta. Ha fatto tutto il resto – ma cito due casi su tutti – con la bellissima musica che sappiamo: i due casi sono “Psyco” e “La donna che visse due volte”. Lì la musica è invasiva ma si tratta di un di più, di un eccesso, di un dire una cosa in due linguaggi diversi, detta, però, da un maestro che ha dimostrato di poter dire tutto anche nel puro e semplice linguaggio filmico. Pensate alla scena della doccia in Psyco. Impossibile – vero? – pensarla senza quella musica ossessionante. E, invece, si sovrappone ad uno dei più perfetti montaggi che mai siano stato messi insieme e sono sicuro che nel silenzio assoluto con solo i rumori dell’acqua e della tenda strappata e di lei che scivola lungo la vasca, ne avrebbe guadagnato. Avrebbe perso in puro e popolare horror ma avrebbe guadagnato in purezza visiva che – come chiunque sa – é molto più spaventosa del resto. Non basta guardare per essere terrorizzati?     

- e torno ad Apocalypse now. Lla scena iniziale resta per me un feticcio. Adoro te devote latens deitas (ti adoro devotamente divinità latitante? Perché ci ha rubato l’essenziale?). Irraggiungibile. Sheen (che dicono fosse proprio strafatto e furioso) ha la stessa intensità della Falconetti in Santa Giovanna d'Arco di T. Dreyer - e quando - dopo aver spaccato lo specchio con un pugno - crolla ai piedi del letto, sanguinante, nudo e poi prende un lenzuolo e si copre la pancia, e piange, credo che il Cristo Morto di Mantegna abbia riconosciuto in lui un fratello e anche quello di Grunenwald.
- Come negare (e lo dicono quasi tutti nel film) che lo spettacolo di una foresta in fiamme è bellissimo?
La guerra - fino a che non ci sei dentro - ti fotte con questa "sua" bellezza. Perché la bellezza è intensità di forza.
E del bene o del male se ne fotte.
Sta in chi scrive o fa la guerra, incanalarla, imbrigliarla, addomesticarla.
Wo es war soll ich werden.
(Chi non si ricorda lo "spettacolo" dei razzi verdi su Baghdad?
Il fatto è che se lo ricordano anche gli iracheni. Ma da un altro "punto di vista" - posso bestemmiare? Sono una madre irachena. Ho visto la traiettoria di un razzo che sta arrivando - e capisco che potrebbe cadere, qui, vicino a noi - eppure mio figlio sta lì e la osserva incantato.)
- Kurz, Kurz, Kurz. E' la parte (splendida) che meno - a questa rilettura - mi ha convinto ma non ne posso parlare qui, sarebbe decisamente troppo lungo. Diciamo che l'innesto ubermensch/politica mi ha convinto molto poco. C'è un errore(o un orrore?) nel manico: il Kurz conradiano non si lascia impunemente sciogliere in nessuno dei Vietnam possibili.
Restano fantastici almeno un paio di punti: lui che racconta dei viet che amputano le braccia ai bambini vaccinati.
Ho provato disgusto alla sua ammirazione anche se il mio lato oscuro/regale/ batailleano ha capito tutto alla perfezione.
E il buio caravaggesco da cui emerge il cranio ducesco di Marlon Brando.
Ho trovato, invece, un po' ridicolo che leggesse Eliot, gli hollow men. Quando avrà trovato il tempo per dedicarvisi?
Ha passato la vita fra addestramenti e caserme e campi e guerre -
sìììììììì signore - quando parli con me devi dire seeeeeempre,
signore, prima e dopo e urlarlo ... Cooooome? Signore! Sì, signore.
Ecco - te lo immagini che lui, calmo come un Buddha, elegante come uno snob, ironico come Oscar Wilde, tira fuori da uno dei tanti tasconi (mica parenti miei, eh) il suo Eliot o - perché no? - il Vangelo secondo Giovanni, e si mette a leggerlo mentre lì fuori, piove e piove ancora e non sai deciderti se quella sia la pioggia del diluvio o quella che cade in Manzoni, dopo la peste?

Per oggi può bastare.

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POESIE DI FRANZ KRAUSPENHAAR

di Pamela (16/08/2004 - 23:51)

AMORE UNIVERSALE

 

io amo dio

tu ami dio

noi amiamo dio

 

dio ama noi?

dio ama te?

dio ama me?

 

io amo te

tu ami me

dio ama dio.

 

 

ALTA LETTERATURA (dedicato al poeta Ernst Jandl)

 

un libro

e sotto

c’è un tavolo

e sotto

c’è un pavimento

e sotto

c’è terra

e sotto

c’è il centro della terra

 

un libro

e sopra

c’è un soffitto

e sopra

c’è un tetto

e sopra

c’è un cielo

e sopra

c’è lo spazio

e sopra

c’è dio che legge

tutto

in edizione economica

col 100% di sconto.

 

(2004)

 

URTIMO DESIDERIO DA PARIGGI

Come antipasto, cari carcerieri

vorrei magnà un patè de quelli seri

e per er primo, invece che li boni e bei spaghetti

co l’ajo l’ojo e er cacio pecorino

e er pepe offeso se poi nun lo metti

ce vorrei quella zuppa de la Francia

la bullabassa, che nun fa de fino

come pajarde ed anatre all’arancia

però cor vino e co’ la dama giusta

(che te vo’ bene ed il tuo bene gusta)

te spigne a fine pasto a fa l’inchino

ar coco all’oste e perché no ar facchino.

 

Si, pizzardone carissimo e facondo,

lo so che in questa brutta situazione

nun ce so dame, e l’urtima stazione

(er capolinea mio de la priggione)

è er posto meno adatto in tutto er monno

pè l’esperienza de la libagione.

Ma so fatto così, cò la disperazione

me se spalanca un buco d’appetito

e scottato dar monno e dar destino

pago l’urtimo scotto a scottadito.

 

Intanto che cor primo ho fatto er pieno

ce vorrei pe’ secondo niente meno

che quarcosa de tipo raffinato

come er maiale arosto cò le prugne;

cor dorce che spandendo delicato

ne la carne salata in mantecato

de gusto dorceamaro ve s’impregna;

un po’ come la vita der gaudente

che gode de lo zucchero serale

ma che ar risveglio, ar postumo fetente

che fuma da ‘na testa d’orinale

l’amaro de chi eccede in grugno sente.

E poi per dorce, se nun ve dispiace

vorrei da lor signori quella torta

che le Tatin Sorelle senza pace

fecero entrare da la giusta porta:

quella de Chez Maxime che de Pariggi

è er posto che più mejo nun lo provi

valalla de’ magnoni li più ligi

che mai de bocca asciutta tu li trovi.

 

Caro mio pizzardone erremosciato

se qua te chiedo er desco raffinato

nun è pè fa la solita manfrina;

ma gli è che al suol de Francia so impiantato

e er collo è pronto a questa ghigliottina:

a fa li conti a l’oste so espertato

e lo sa Dio se nun vorrei trovare

ar tavolo de la mia Roma bella

‘na bella e gran porzione de castrato

e i bei piattoni d’una  Sora Lella.

Ma qua sò estero e qua me sò finito

m’hanno imbrogliato e rifinito e fatto

hanno creduto fossi l’assassino

e dopo er gran processo so incastrato.

Quindi nun me restava che de chiede

l’urtimo desiderio de imbandire

mica li piatti cui so abituato

che qua nun sanno manco che vor dire;

cor collo pronto p’essere tajato

me tocca anche in francese diggerire.

 (2001)

 

 

BERLINO, SOTTO I TIGLI

Un bel soggiorno cittadino

di anni trentacinque

io sono le ombre

io sono le notti

tu sei i punti oscuri che io amo

tu eri nessuno

quando noi un niente

eravamo

io per te

tu per me.

Ora, oggi

l’un con l’altro

mangiamo

cotoletta di vitello con insalata di patate

a Unter den Linden, Berlino

sotto i tigli.

Di notte

le strade sono vuote

ora, oggi

mi addormento e un sogno

senza suono vola:

tu sei nessuno

un niente

siamo noi

sotto i tigli

quando orribile

il mio sogno

per me e per te

in me

sotto i tigli vuoti

in uno scrigno di niente

urla.

 (2001)

 

 

 

CHAMPAGNE

(In ordine alfabetico)

 

Baby Piper

Besserat de Bellefon

Billecart-Salmon

Bollinger

Charles Heidsieck

Charles Lafitte

Comtes de Champagne

Cordon Rouge

Cristal / Cristal Roederer

Deutz

Dom Pérignon

Dom Ruinart

Duval Leroy

Gosset

Heidsieck Monopole

Krug

La Grande Dame / La Grande Dame de Veuve Clicquot

Lanson

Laurent Perrier

Louis Roederer / Roederer

Mercier

Moèt & Chandon / Moèt

Mumm/ Mumm Cordon Rouge

Nicolas Feuillatte/ Feuillatte

Perrier Jouèt

Piper Heidsieck / Piper

Pol Roger

Pommery

POP/ POP de Pommery

Ruinart

Salon

Taittinger

Veuve Clicquot

Vranken

(2003)

 

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LE MAESTRE

di Pamela (05/08/2004 - 23:34)

In principio furono le suore.  La mamma non voleva che la bambina giocasse con gli altri, nella strada e nei cortili. Solo raramente le era permesso. Aveva imparato che nei cortili, allora non asfaltati e non piastrellati e spesso contenenti pollai ed orti, si possono sotterrare carte colorate e brillanti, quelle dei cioccolatini, ad esempio, proteggerle con pezzi di vetro e ogni tanto, ricordando esattamente il punto di sottorramento, si potevano delicatamente scoprire ed ammirare i colori e i bagliori che mandavano sotto il sole. Aveva imparato a giocare a campana, a saltare con una corda e soprattutto aveva imparato molte filastrocche, ad esempio “Sotto il ponte di Berlacca” che continuava in modo alquanto sconveniente, perché lei già sapeva che non si parla di cacca, possibilmente neanche in famiglia e già si atteneva alla consegna; per questa filastrocca, comunque, pareva ci fosse una deroga. Poi c’era “Mela, arancio, susina, zucchero e caffè, coca cola e tè”. Non che le piacesse, si chiedeva se ci fosse e quale potesse essere il significato occulto dell’enumerazione di alimenti e bevande, ma se si gioca con gli altri bisogna parlare il loro stesso linguaggio, concludeva. Quella che le piaceva di più e spesso ripeteva anche quando giocava da sola in terrazza era: “Se fossi una regina/ sarei incoronata/ ma so’ ‘na contadina/ me tocca lavorà.” Lei si sentiva dalla parte delle regine, perché sapeva che la sua casa era più grande di quelle di molti altri, suo nonno aveva le vigne e suo padre lavorava a Roma, ma le dispiaceva per le contadine, anzi secondo lei tutte dovevano essere regine ed anche ricevere, come lei, pacchi pieni di giocattoli e vestiti eleganti, con pizzi e gale, che le arrivavano dai ricchi clienti americani di suo padre. Qualche volta aveva dei dubbi. Se suo padre lavorava, forse lei era assimilabile ad una contadina. Poi pensava a sua madre che non lavorava e si rasserenava. “Meno male, sono una regina, senza corona e senza regno, però”.

Le suore stavano molto vicino, dalla sua casa poteva vedere l’edificio imponente circondato da un giardino con alberi altissimi. Non erano buone: facce impenetrabili e bugie. Lei non era abituata a dire bugie, forse non ne aveva mai dette, e rimase sgradevolmente colpita quando una suora fece cadere una tazza e incolpò suo fratello, parlando con la madre del bambino proprietario della ex tazza. La mamma del bambino danneggiato sgridò suo fratello e lo fece piangere, mentre lei non osò dire nulla, non osò dire che la suora era bugiarda. La loro mamma lo venne a sapere, la suora mentì anche con lei. La bambina disse che non era vero, che non era stato suo fratello a rompere la tazza, solo quando furono a casa e il fratello intanto si era preso un’altra sgridata immeritata. Quella suora le faceva paura. Da grande capì il motivo della menzogna sulla tazza: la suora non voleva che si dicesse che lei era sbadata e forse temeva che la madre del danneggiato avrebbe preteso un risarcimento. Le tazze servivano per mangiare la minestra, facevano parte del corredo obbligatorio di tutti, insieme alle posate, ad un tovagliolo e ad un panino a piacere, ad esempio con formaggino Mio, contenuti nei cestini che si dovevano portare all’asilo.

Le suore avevano l’altalena e un grande giardino. L’altalena stava dentro il giardino. Lei e suo fratello si mettevano in fila con gli altri bambini per andare sull’altalena, che era spinta da una suora, ma la fila non era giusta, il loro turno non arrivava mai. Però la minestra delle suore era buona.

 

La maestra delle elementari aveva la faccia arcigna e picchiava i bambini. La bambina non sapeva che si potesse picchiare qualcuno, nessuno l’aveva mai picchiata, né aveva assistito a simili scene. La maestra dava forti colpi con una bacchetta sulle mani, a volte anche sulle braccia e le spalle dei bambini, ma solo di quelli mal vestiti e magri magri. Lei no, lei e gli altri bambini ben vestiti e pettinati non li picchiava. La bambina non lo disse alla madre, non sapeva come dirlo che quella maestra era cattiva. Era anche brutta, la maestra, occhiali e corpaccione sgraziato, nasone e bocca all’ingiù.

Fu allora che la bambina decise che, invece che la maestra, da grande avrebbe fatto la ballerina o, ancora meglio, la trapezista in un circo. L’avevano infatti portata al circo ed era rimasta indecisa se andarsene subito di casa per aggregarsi ai clown e ai trapezisti o aspettare un po’ di tempo. La sua natura prudente le consigliò di aspettare qualche giorno, pensarci bene, finché si dimenticò del suo proposito. Se ne ricordò troppo tardi, quando il circo aveva già lasciato il paese. Si consolò imparando a fumare, insieme a sua cugina. Acquistarono un sigaro e dei fiammiferi dal tabaccaio in piazza e lo accesero nel viale circondato allora da prati, dove tutti i bambini andavano a giocare. Dopo aver tossito e fatto facce disgustate, gettarono via il sigaro, rimpiangendo i soldi che avrebbero potuto essere più utilmente spesi in lacci di liquirizia ed altre squisitezze . Erano sicure di non essere state viste da nessuno, ma le madri già sapevano tutto, quando arrivarono a casa. Cercarono di sgridarle facendo la faccia seria, ma si vedeva che sotto sotto avevano voglia di ridere.

 

Quando la famiglia si trasferì a Roma l’anno successivo, la bambina incontrò finalmente una maestra come si deve, grassoccia e simpatica, con una pelliccia di visone invece che un impermeabile tipo Gestapo, come l’altra, ed abiti dai colori pastello invece che grigi. Non picchiava nessuno, la nuova maestra,  e non sgridava quasi mai, se lo faceva era con occhi ridenti e luminosi, quasi per scherzare, con la sua bella voce allegra ed acuta. Alla bambina piaceva la sua pettinatura ariosa, come ogni tanto si passasse una mano tra i capelli  di un bel marrone un po’ rosso e come si drappeggiasse intorno alle spalle ed al corpo in molti modi la pelliccia o uno scialle. Di scialli, ne aveva una collezione. Era una maestra che si entusiasmava per la storia. Quando insegnava altre cose si divertiva, ma quando spiegava la storia si esaltava, raccontava tante fatti che non stavano nel libro, fatti interessanti, come fidanzamenti segreti;  faceva gesti ampi; una volta arrivò a salire in piedi prima sulla sedia e poi sulla cattedra. Si trattava di Napoleone La bambina capì che la maestra provava per Napoleone le stesse emozioni che a lei suscitava il bambino dai capelli rossi, un bambino grande che faceva la quinta.

Dopo un po’ che stava con questa maestra, la bambina cominciò a considerare che forse anche fare la maestra non era male anche se la ballerina, però, ha il tutù e delle belle scarpette.

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TO POST OR NOT TO POST

di Pamela (05/08/2004 - 17:08)

Non postava più, non sapeva bene perché. Ormai erano settimane. Di post ne aveva scritti diversi e non erano peggiori di quelli già visibili nel blog. Ogni volta succedeva qualcosa che lo impediva e lei decideva che allora non era il caso, l’ostacolo era un segno divino o meglio del suo inconscio (tendeva a far coincidere le due entità) che la avvertiva. Se avesse postato adesso, proprio quel raccontino, sarebbe successo qualcosa di terribile. Forse conteneva qualcosa di sbagliato, errori di ortografia che erano sfuggiti persino al controllo ortografico di Word, forse era sciocco e questa non era una novità: quelli che ottenevano più successo e lodi dai suoi amici, lei li riteneva sommamente scemi, almeno finché non venivano lodati. Per consolarsi, si ripeteva sentenze bibliche: “c’è un tempo per ogni cosa”, “gli ultimi saranno i primi” (non era chiaro se i sacri testi parlassero di ultimi blogger o ultimi post). Forse per postare, doveva aspettare di tornare al lavoro, stare fuori casa dodici ore al giorno e, appena tornata, prima di cucinare, mangiare, innaffiare le piante, coccolare le gatte, sedersi davanti al PC e scrivere un post, come viene viene.

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