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"VARIAZIONI SU UNA STORIA" di gino tasca

di Pamela (05/09/2004 - 22:06)

Caro Peter,

Tu lo sai che da tre anni ormai non giro più nulla.

L’ultima cosa che ho fatto – “Il tuo cuore è un’ombra cinese” – ha avuto una manciata di spettatori qui, a New York, al Swanson Theatre, ma solo perché Auster ne ha parlato nella sua rubrica sulla “Blank Review” definendolo “curioso” (detto da lui!) …

Ma forse ancor di più perché Bellow, poche pagine più in là, ha scritto che si trattava di una cacata da vomitarci sopra tutta la notte dopo che l’avevi visto … magari le parole non erano proprio queste ma il concetto sì, te lo giuro!

Non so se nel tuo buen retiro a Stygmate ti arrivi l’eco di queste fatuità ma qui, nel Centro del Mondo, si vive quasi soltanto di questo … e mi pare di vederlo quel tuo sorriso lieve mentre leggi queste fottutissime righe …

Purtroppo i soldi di mia madre sono finiti da un bel po’ di tempo e il fondo fiduciario lasciatomi (lasciatomi?!) da mio padre è amministrato da quella iena constrictor che tu ben conosci: il superebreo, l’ebreonissimo Moishe Scholem.

Chi diavolo vuoi che mi finanzi il prossimo film? Le majors cui, di un autoruncolo piscianelletto come me, non fotte proprio niente? Qualche indipendente? E finire, poi, al Sundance? …

Ma io credo di scorgere nei tuoi occhi, oltre al solito brillio d’intelligenza, questa divertita domanda “ma perché mai il mio giovane amico Eugene Puckstein mi sta raccontando tutto questo?”

Ebbene, caro Peter, credo proprio di aver trovato un soggetto che mi ha messo di nuovo in caccia (sai, vero, quello stato pulsionale e metafisico fatto di odore di carta, sudore, bruciature, pellicola, luce astratta del set…)

E sai dove l’ho stanato?

In un densissimo articolo di Susan sul supplemento del Newe York Times di domenica scorsa. Tu conosci il suo stile, no? … Lei s’allarga da una cacatina di mosca alle galassie e a Borromini, ai calembours e a Baudelaire.

Io, invece, ho subito annusato l’odore, quell’odore particolare che fa scattare il grilletto della pulsione e sparare giusto dentro al cuore della cosa.

Anche tu scrivi (lo fai ancora, vero?) e sai perfettamente che questo non vuol dire ancora niente perché - subito dopo – tutto si cancella impietosamente e il tuo libro, il tuo film diventa la faticosa, noiosa ricerca di un corpo fatto a brandelli.

Che i Santi Iside & Osiride mi assistano!

(Fossi in vena di cazzate hegeliane – che furiosa litote – ti direi che il tempo, her majesty il tempo, è già tutto stato e noi si è solo il riavvolgimento fiammeggiante della sua pellicola.)

Tu la conosci quella storia, no?

Non fare finta – ti conosco abbastanza bene per sapere che quei tuoi occhi miopi e troppo azzurri (come quelli di Samuel Beckett), quasi vuoti, non si saranno persi neanche una riga di questo plot caccaiforme fatto di tinelli lebbrosi, coiti distratti, sesso senza glamour …

Per queste cose hai un ascolto – non ho detto sguardo! – da entomologo che non ti lascia scappar via il più piccolo battito d’elitra.

Dunque, cosa abbiamo?

Il décor è quello di sempre: immaginati una iperHarlem barocca e il quadro è perfetto.

L’ambiente morale è una sorta di De Sade come fosse un tic.

Lei, Madelyne, appena respira la picchiano e, non molto dopo, la fottono e poi la picchiano ancora e poi ancora se la fottono e questa diastole araldica è il suo stemma.

A tredici anni sente la vocazione e comincia a darla via in un grande isolato abbandonato di Kingdom Avenue usando un materasso che ha trovato lì e che sa di piscio di ratto. Con i primi soldini affitta una stanza da Suor Prudenthia, una coltissima Madame che sa tutto ma proprio tutto su come una fichetta così carina possa non far vedere i chili di troppo che la ingrossano troppo spesso.

Madelyne non si fa più vedere a casa perché il paparino sempreduro e puttaniere la picchierebbe e fotterebbe … ah, e di sicuro le vuoterebbe la borsetta.

Ma di una cosa è grata a quel suo padre: le ha fatto capire quanto merdosi siano i maschi, tutti i maschi e se ne tiene alla larga … oh dio, non proprio del tutto: il suo Sexy Phoebus se lo tiene caro perché lui è il suo pappone e la picchia solo un paio di volte al mese, quando ha bevuto troppo gin.

Ma nel ’62 – cazzo! – resta incinta chissà di che o di chi e non essendo la brufolosa vergine maria (che seppe sfruttare la cosa in ben altra maniera) deve metter in moto quella sua testolina afro per venirne fuori ma non al solito modo … questa volte niente ferri da calza e, soprattutto, niente gloria dei cassonetti.

E, allora, oplà. Scodella il marmocchio Gregory e mette in opera un raffinato sottosistema fatto di sussidio per ragazze madri + puttanaggio + vita grado zero.

(Sai, vero, che un qualsiasi Victor Hugo o uno Spielberg qui ci ficcherebbe una scena così larmoyante da far sciogliere la cosina a Lady Diana o a Madre Calcutta? … Madelyne che si fa fottere mentre con la mano culla il suo bimbo …)

Poi in questo suo tran tran stropicciato non cambia quasi più nulla (sì, c’è Sabrina nel ’70 e un numero quasi algebrico di traslochi) fino alla nascita dei gemelli nel ’76, Andre e Latanisha.

Ed è allora che nell’entropia di Madelyne scatta un’accellerazione furiosa verso il “suo” male .. tu lo sai che ognuno di noi ha il “suo” male che lo attende paziente senza stancarsi mai, appollaiato sulla spalla sinistra che fa cra cra e dice “non ti salverai” oh non ti salverai mai …

Qui tutto si fa un po’ confuso e sacralmente banale.

Lei, Madelyne, non sopporta il pianto di quei due, non lo sopporta proprio e non può far altro che picchiarli, picchiarli fino a sentirsene stanca – ma, soprattutto, picchia quella stronzetta di Latanisha che pare nata per romperle.

E il cuore striminzito le si riempie di odio per quella piccolina perché proprio lei sembra il sigillo definitivo – elegante come un colpo di pistola – su quella sua vita di merda che si ripeterà sempre e sempre ancora uguale, senza remissione.

Poi, una sera del ’79, la va a trovare sua cugina Betty Lamour che ha sposato un macellaio all’ingrosso di Washington e che si è messa tutta in ghingheri per farla schiattare di invidia e lei ha lasciato i gemelli in cucina con Gregory e Sabrina e ha preparato la cena per tutti e si è tanto raccomandata che non facessero vedere quel loro brutto muso da negri.

Non vuole – capisci – che sua cugina vada in giro a dire che la loro vita è quella vita di merda che è. La snob!

E, quando Latanisha comincia a strillare, lei si precipita in cucina come una furia e senza dire niente la colpisce alla testa con il pugno chiuso e poi, ansimando, chiede agli altri perché cazzo quella stronzetta stia frignando (intanto a Latanisha le è venuta una faccia di fiamma quasi volesse strozzarsi con le sue stesse lacrime).

Ma Sabrina non fa in tempo a dirle che Latanisha non vuole mangiare quella fottuta zuppa di cipolla che il braccio della madre compie un ampio arco e ripiomba violento – col dorso della mano stavolta – sul capino della bimba. Il colpo è così forte che il piccolo corpo vola via, giù dalla sedia.

Cos’è successo? Cosa?

Latanisha sta lì per terra, vicino alla credenza e sulla tempia sinistra ha una piccola ferita da cui sgorga pochissimo sangue – ma rantola ferocemente.

Madelyne resta inebetita mentre Sabrina scappa nell’angolo buio e si mette a frignare e Gregory si inginocchia vicino alla sorellina e comincia a sussurrarle parole dolcissime e dei “sst, sst” amorosi e nel farlo le sfiora la bocca con la mano e un po’ preme e l’accarezza e la soffoca.

Storno via lo sguardo perché spesso il tragico è ridicolo.

E un usignolo malizioso mi sta suggerendo che i gemelli avrebbero potuto essere figli di Gregory e di Madelyne.

Oh sì, certo.

Ma tu sai cos’è successo dopo?

Madelyne avvolse il corpicino in carta da giornale e lo mise dentro dei grandi sacchi di plastica e lo ficcò dentro una sorta di armadietto di metallo e cominciò a portarsi dietro quell’arca in tutti i suoi traslochi.

E agli assistenti sociali che l’andavano a trovare ogni tre mesi raccontava che i gemelli erano dagli zii, a Boston.

E Andre era sul serio andato lì, in adozione.

Ma poi, qualche settimana fa, Andre dice a Francis, sua zia, che lui si ricorda di aver avuto una sorellina, una gemella, e che vuole sapere dove diavolo sia finita.

E vanno a trovare sua madre, Madelyne, che li accoglie in cucina, e offre loro della limonata e poi dice “non la sentite?” … Chi, cosa … “lei, una bambina che piange lontano lontano e chiama …”

E li porta all’armadietto e lo apre e mostra con il dito la piccola mummia.

Oh sì, una bambina da qualche parte sta piangendo.

Ora ficco tutto in un file segreto di cui neanche io conosco la password.

Perché, tu lo senti vero?, mi sto avvicinando alla scena finale del film un po’ perché temo d’annoiarti e un po’ perché non si può andare oltre, anzi, tutto dopo si richiude in un crepuscolo di fuoco nero che cala su me, su te, su Madelyne e la sua storia e su questa stessa pagina e se la divora.

Cenere alla cenere – siamo tutti e sempre colpevoli di tutto.

Tuo Eugene Puckstein.

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