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L'AUTARCHICA

di Pamela (15/11/2004 - 23:01)

Per diventare autarchica sono necessarie tre linee di destino apparse fin da piccole sulle vostre mani: la prima e inevitabile è la linea della mamma autarchica, che si sviluppa nella piega tra pollice e indice e  si va a gettare nel palmo. La seconda linea e condizione è quella delle letture di estrema sinistra in età adolescenziale ed influenzabile. La linea corrispondente a volte si accavalla alla prima e a volte prosegue fino al monte di Minerva. La terza attraversa tutta la mano e prosegue ad oltranza fino all’incavo del gomito, è quella della furbizia, che a volte viene confusa con la linea della tirchieria, a volte con quella delle genialità e creatività.

Passiamo ora, con metodo scientifico e psicanalitico, a spiegare la prima linea.

Autarchiche, fin dalla primissima infanzia avete osservato vostra madre, di fronte alle vetrine contenenti le merci più complesse ed elaborate, allontanarsi sdegnata dicendo: “Diecimila lire! Ci saranno si e no mille lire di stoffa! Non ci vuole niente a farlo!” Naturalmente vostra madre sarà stata in possesso di una macchina da cucire che non ha mai funzionato, nonostante gli sforzi di tutti i tecnici della città ed era costretta a confezionare i capi più elaborati a mano. Sappiamo che vostra madre ha prodotto con le sue mani gli oggetti più disparati: centrini al tombolo, coperte di lana patchwork sufficienti per un reggimento, maglioni troppo stretti in caso di moda larga e viceversa, interi tappeti con avanzi di stoffa, tendine sbilenche, cuscini gibbosi, ma nulla, dico nulla, che soddisfacesse le vostre esigenze di bella ragazza squattrinata,  bisognosa di indumenti che valorizzassero la vostra avvenenza. Avrete altresì visto altre madri accorciare orli, cucire abitini deliziosi, creare monili con quattro pietruzze e perline. Avrete dunque assorbito dall’ambiente, con il metodo dell’imprinting, la necessità della manualità, nonché la necessità di non spendere inutilmente soldi in caso di facile e veloce realizzazione di qualunque cosa vi necessiti. Avrete inoltre scoperto l’esistenza di manuali che insegnano a fare da soli qualsiasi cosa, dalla conserva di pomodoro al mobilio dell’intera casa. Il fattore tempo in questi manuali è scarsamente considerato. Essi si rivolgono principalmente a donne che vivono di rendita in lussuose ville dotate di ogni comfort e di personale di servizio coordinato da un maggiordomo. E’ piacevole, facendo colazione alla Dallas, con stoviglie d’argento, tra un tuffo in piscina e una visita del personal trainer, senza dimenticare un’occhiata alle ultime novità di Wall Street, progettare una marmellata di visciole(dovrete avere anni prima opportunamente piantato un albero di visciole, altrimenti introvabili) o un tappeto ricavato da vecchie calze e calzini di lana colorata, che altrimenti andrebbero gettati via.

Ora andiamo a considerare le nefaste conseguenze della seconda linea, apparsa sulla vostra mano in età giovanile.

Nell’età ingrata, l’età in cui si formano le tendenze più importanti della vita (un certo tipo di uomo a cui fare riferimento, un certo tipo di destino a cui si va incontro mediante corsi di dattilografia piuttosto che di marketing o di alta finanza) avrete scoperto le vostre tendenze politiche alquanto estremiste.- avrete assistito ai congressi del famoso movimento extraparlamentare in cui tutte le donne appartenenti al servizio d’ordine, in altre occasioni impugnanti lo stalin, si dedicavano alacremente al lavoro a maglia, tra un incisivo intervento e l’altro, uno dei quali, ricordiamo, fatto da una deliziosa creatura femminile dai ricci biondi ed occhi azzurri, ha mandato in crisi l’intero movimento, che si è sciolto all’istante. Avrete anche collezionato il famoso quotidiano, ricco di notizie alternative, tra cui recensioni di libri femministi e consigli per la sopravvivenza di studenti e disoccupati. Poiché voi vestivate i panni di entrambi le figure, avrete fatto tesoro dei consigli, approdando infine ai manuali di Stampa Alternativa e similari stampe. Avrete appreso così a sopravvivere alla grande con pochi soldi, a confezionare camicie di modello nigeriano e pantaloni di modello tailandese, in epoca in cui solo gli stilisti andavano in Tailandia e in Nigeria. Avrete imparato a fare da sole i vostri cosmetici e creme di bellezza, partendo dalle materie prime. Avrete imparato ad acquistare il legno per costruire da sole tutto ciò che vi necessita in casa, dal letto agli armadi tuttaparete ed a creare ogni complemento d’arredo o decorazione della casa di cui sentiate il bisogno. A questo punto sarà di certo apparsa sulla vostra mano la terza linea, la cui spiegazione non è necessaria in quanto intuitiva, per chiunque abbia a cuore l’economia domestica e il fai-da-te. Sorge presto il problema di dove stivare i materiali e gli attrezzi necessari per i lavori che vorrete intraprendere nel corso della vostra vita. Poiché siete una perfezionista, non vi accontentate di esecuzioni approssimative, per ogni attività necessiterete di tutto l’occorrente ed anche qualcosina in più. Servono un paio di scaffali solo per tutte le essenze e gli oli necessari per creare al meglio creme di bellezza per ogni vostra esigenza. Sarete ben presto costrette a traslocare in case sempre più grandi, che possano ospitare i vostri materiali. Sarete costretta a lavorare sempre di più per pagare le suddette case sempre più grandi ed avrete sempre meno tempo per le vostre attività autarchiche.

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UN RACCONTO di gino tasca

di Pamela (09/11/2004 - 20:58)

MANICURE

 

Io sono solo una manicure e bado a fare bene il mio lavoro. Non c’è nessuna delle mie clienti che possa lamentarsi di come le strappo le pellicine  - sto bene attenta a tagliarle alla base con una sorta di bisturi affilatissimo e poi – con una pinzetta – le asporto e le gettò via. Alcune mie college, invece, ricorrono ad una sorta di rapido strappo e così finiscono per farle sanguinare e allora si profondono in scuse e mettono dei cerotti e fanno come non fosse possibile fare la cosa in altro modo. E non è vero. Sono soltanto delle persone che non hanno una morale. Che fanno il loro lavoro solo per soldi e in fretta, senza accuratezza. Usando l’acetone per porre rimedio ai loro errori quando sarebbe così semplice discuterne con la cliente, prima, senza spazientirsi se quella dice che un rosa pesco pallido le andrebbe bene e, subito dopo, trova che un bel rosso fiamma è tutto quello che la farà sentire piena di fascino, in quel preciso istante della giornata. Non si può mettere uno smalto e pensare che, poi, tanto, lo si potrà levar via con l’acetone. Bisogna prendere una tazza bianca – meglio se d’un bianco sporco o burro perché le unghie non sono certo di quel bianco ghiaccio che hanno certe tazzine da caffè – e stendere le varie tonalità su quella superficie e mostrarle alla cliente e chiederle se ne sia soddisfatta.

Senza fretta e cancellando anche una diecina di volte lo strato di smalto – fino a che la cliente non trova quello che la soddisfa.

E – nel frattempo – non bisogna pensare ai fatti propri.

La cliente se ne accorgerebbe e comincerebbe ad infastidirsi rispondendoti in modo irritato e finirebbe per non capirci più nulla.

E non tornerebbe più nel tuo negozio – e, aggiungo io, a ragione.

Perché mai dovrebbe andare a farsi le mani da una che non crede in quello che fa?

Bisogna dare l’impressione che non ci si stancherebbe mai di star lì a discutere di un certo colore o che, comunque, si crollerebbe sempre dopo di loro.

Per questo io dico che per fare la manicure bisogna avere buoni muscoli anche se tutte le mie colleghe si mettono a ridere.

Marika – la mia amica Marika che fa lo shampoo ai cani in una stanzetta in fondo al negozio – mi prende in giro e mi chiede – ridacchiando - se io non mi creda una sorta di prete o qualcos’altro del genere. E crede di esagerare e forse non sa neanche cosa sul serio voglia dire “essere un prete” ma io un po’ mi ci arrabbio perché sento che – senza volerlo – sta dicendo una cosa che mi riguarda sul serio.

Io, a volte mi sento come una missionaria.

Che ne sanno tutte queste signore delle loro mani?

Sono io che faccio notare loro come le loro unghie possano, al centro, avallarsi come se qualcuno le avesse leggermente martellate – o come possano, al contrario, gonfiarsi come se stessero per esplodere. Loro, quasi sempre, non ci fanno caso. Sembra, a loro, che le mani ci debbano stare perché servono a qualcosa – come se la bellezza non c’entrasse nulla.

Oggi ho detto ad una di loro – la signora Marisa (moglie di un grosso dirigente bancario, dell’IMI, se non ricordo male) – che aveva delle belle mani, lunghe e flessuose – come giunchi, ho aggiunto, solo perché l’avevo letto in un articolo su “Eva Express”, a proposito di Lady Diana.

E lei mi ha risposto.

“Sono mani e basta.”

Mi sono così arrabbiata che le ho consigliato, apposta, un tono di smalto sbagliatissimo. Per dire: aveva i capelli color cenere e molto corti, quasi maschili, e io l’ho convinta a scegliersi un color viola intenso, scurissimo.

E poi sono stata di cattivo umore per il resto del pomeriggio.

 

Tornata a casa mi sono seduta al tavolo della cucina dove Elisa aveva lasciato la sua tazza del tè sul piattino. La bustina tutta spremuta al centro, stava sulla destra, vicino al cucchiaino e aveva formato una piccola pozzanghera di liquido scuro, quasi bruno. E il vaso dello zucchero se ne stava scoperchiato e tutto intorno ce n’era di sparso. L’ho notato anche altre volte: non c’è verso che riesca a versarsi lo zucchero senza farne cadere un po’ durante il tragitto dal vaso alla tazza.

Ma quello che mi fa imbestialire è che non si cura neanche lontanamente di raccoglierlo e buttarlo nel lavello o nella pattumiera. Sa che provvederò io a farlo e lei se ne va in stanza sua ad ascoltare musica con le cuffiette, leggendo dei romanzi rosa. 

Non avevo nessuna voglia di mangiare anche se la giornata era stata faticosissima. Avevo limato unghie e strappato pellicine e steso smalti dalle otto di mattina fino alle sette e mezza di sera con solo una mezz’ora per mangiare, a metà giornata, eppure non avevo fame. Avevo solo voglia di stendermi a letto e di dormire. Mi sarebbe anche piaciuto che qualcuno mi massaggiasse le spalle per rilassarmi ma Elisa se n’era uscita per il suo corso di shiatzu e sarebbe tornata solo dopo le undici se non deciderà di andare a mangiare una pizza con i suoi amici.

Mi sa che flirta con un nord-coreano.

E, quindi, bisognerà che gliene parli – sono tutti così brutti!

 

Alle nove e mezza – stavo lavando i piatti di Elisa (non sopporto che niente in casa sia fuori luogo) – ho sentito squillare il telefono e sono corsa in salotto, con le mani piene di schiuma e ho pensato, oh cristo santo, e sono tornata di là asciugandomele velocemente con lo strofinaccio e correndo poi nell’altra stanza, convinta che il telefono avrebbe smesso di suonare prima che io riuscissi ad aprire la comunicazione. Era già al sesto squillo.

E, mentre premevo il tasto, ho pensato a chi mai poteva essere così cocciutamente deciso a parlarmi.

“Pronto …” ho detto.

“Buonasera, sono la signora Trionfi …”

Per un po’ non ho capito. Una voce fredda quasi da militare, secca come stesse dando degli ordini.

“Chi, scusi? …”

“Ci siamo viste oggi … mi ha fatto lo smalto … Marisa, Marisa Trionfi …”

“Oh, mi scusi, sì, ho capito …”

Non ho capito chi fosse perché lei mi si era presentata con il suo cognome e tra noi manicure e le nostre clienti, vige una strana forma di confidenza, per cui noi siamo dei nomi e loro dei nomi con un “signora” davanti ma mai dei cognomi per cui una signora Trionfi per me non voleva dire niente, ma la signora Marisa, sì.

Era la signora “sono mani e basta”, no?

“Dovrei rifarmi lo smalto.”

Ho guardato l’orologio: le nove e tre quarti.

“Non capisco, signora. Ha visto che ore sono? …”

Mi sono sentita: chiunque avrebbe capito che non provavo nessuna simpatia per quella donna.

Ho anche capito di aver risposto in una maniera non servile – quasi come fossimo della signore alla pari: io in casa mia lei in casa sua (diversissime: ne sono più che convinta) ma entrambe collocate nel proprio regno.

“La pago quanto vuole … non so, mi dica lei …come fossero degli straordinari ...”

“No, signora. Non si tratta di questo. Io sono a casa e mi stavo preparando per dormire …”

“A quest’ora?! …”

Ora si fa anche i fatti miei, ho pensato.

“Mi scusi, non volevo essere indiscreta … pensavo che avrei potuto venire io a casa sua … o ritrovarci al negozio … fra mezz’ora … Ho visto che lei abita in Largo Marino e, quindi, dovrebbe farcela … e poi, a quest’ora, c’è poco traffico …”

Non ho detto niente perché quasi non la ascoltavo.

Pensavo solo a questo: ma non ha dello smalto a casa e non sa darselo da sola?

“Mi sente? … Pronto, pronto …”

“Sì, signora. Si calmi. L’ ascolto ma mi sto anche domandando perché tutta questa fretta. Non possiamo vederci domani? Avrà pure dell’acetone in casa, no? … Si tolga lo smalto e domani ne metteremo un altro. Quello che vuole …”

“No. La prego. Io devo vederla adesso. Non sopporto l’idea di passare la notte con questo orribile smalto sulle unghie … La prego. La pago quanto vuole. Il doppio, il triplo … quello che vuole. La prego.”

Ho avuto la netta impressione che il suo “la prego” fosse poco meno che un commando e le ho risposto che andava bene e che ci saremmo viste in negozio tra una mezz’ora.

 

E questo ho fatto.

Sono scesa in garage e ho preso la Panda di Elisa - la mia era parcheggiata un centinaio di metri più in là, lungo il viale ed ero così stanca che non avevo nessuna intenzione di usarla. Per la strada c’era sul serio poca gente – e pioveva a dirotto tanto che il tergicristallo faceva fatica a finire la sua corsa prima che la pioggia mi oscurasse di nuovo la visuale e io ho provato una grande antipatia per quella donna che era riuscita chissà con qual mezzo (il tono della voce? Il suo evidente disprezzo?) a farmi dimenare la coda ed uscire sotto quella pioggia battente che penetrava da per tutto.

Ma ormai la cosa era fatta e non valeva la pena di star lì a rimuginarla.

Mi sarei fatta pagare proprio per bene – ho deciso – così che alla signora “sono mani e basta” sarebbe passata la voglia.

Quando sono arrivata, ho notato una macchina parcheggiata davanti al negozio (La casa della Bellezza), con le luci dell’abitacolo accese. Non poteva essere che lei e, infatti, appena ha sentito che frenavo, proprio dietro la sua macchina, ha aperto la porta della sua Yaris ed è scesa, senza un impermeabile addosso e senza un ombrello per cui – nel breve lasso di tempo che ci ho messo a raggiungerla e a prenderla sotto il mio – aveva i capelli tutti appiccicati al viso e le spalle del tailleur inzuppate.

Ma come diavolo si era sognata di uscire a quel modo?

La ho presa per la vita stringendola a me per evitare che si bagnasse ancora e la ho trascinata sotto la pensilina del negozio e la ho lasciata andare rendendomi conto, solo allora, di quel mio gesto così inopportunamente compassionevole.

E, da parte sua, era avvenuto qualcosa di molto simile. Prima si era abbandonata e poi, appena sotto la pensilina, si era ritratta rabbrividendo. Per la pioggia, credo.

Scoprendomi a darle del “tu”, ho pensato, ma mica te l’avevo chiesto io di stringerti così forte. Perché lei mi si era aggrappata come se avesse degli artigli.

 

Siamo entrate nel negozio ed ho acceso le luci ma solo quelle del mio stanzino così che sembrava una sorta di grotta di Betlemme.

Lei si è seduta sulla solita poltroncina ma aveva dei brividi che la scuotevano tutta e così io le ho fatto togliere la giacca dal tailleur e anche la camicetta, aiutandola a sfilarsele e poi le ho passato un bel asciugamano grande con cui ha cominciato ad asciugarsi.

Le ho detto

“Lasci fare a me.”

E ho cominciato a frizionarle le spalle con calma, con piccoli movimenti circolari cercando di ricordarmi cosa mi raccontava Elisa dopo le sue lezioni.

Poi ho preso il phon e le ho asciugato i capelli. Erano molto rovinati, quasi stopposi, di un color platino alla Jean Harlow come ormai non li portava nessuno eppure sulla sua testa stavano proprio bene. Non ci avevo mai fatto caso. Io, per mestiere, sto quasi sempre con gli occhi rivolti verso il basso o verso il centro delle cose e, quindi, non avevo mai fatto caso alla sua testa. Aveva testa e collo regali. Ma non credo di riuscire a farmi capire bene. Non c’era nulla di particolare nel disegno della sua testa o del suo collo che mi facessero pensare ad una regina. Anzi. Il collo sembrava troppo lungo e sempre sul punto di spezzarsi sotto il peso di una testa piuttosto oblunga.

No. Era il particolare disegno che facevano questi due elementi a conferirle regalità. Era come se il suo “muso” – il naso, gli occhi, la bocca (ma la bocca meno) – si precipitasse sulle cose, avido e curioso e, forse, indiscreto mentre il suo collo, si tirava indietro con uno scatto. Dentro e subito fuori dalle cose. Ecco. La bocca – non a caso la bocca non entra in questo quadro.

Una bocca molto grande un po’ da pagliaccio ma con una piega così amara che – quando l’ho vista nel grande specchio davanti a noi – ne ho avuto quasi paura.

 

“E allora? …” le ho detto, sedendomi sul mio sgabello e tornando, quindi, all’altezza da cui ero solita esaminare le cose che mi stanno attorno.

“Non avrebbe qualcosa di caldo da bere? Sto morendo di freddo …”

“Sì – se vuole posso prepararle un tè. Abbiamo un fornello a gas nel ripostiglio e credo che ci siano ancora un paio di bustine di earl-grey …”

“Non ha del lampsang-souchong? …”

Ho alzato gli occhi su di lei mentre avevo già preso la sua mano destra nella mia e mi stavo preparando a risponderle in modo piccato quando ho visto il suo sguardo ed ho subito abbassato il mio, vergognandomi e borbottando che non mi pareva ne avessimo mai avuto di quel tipo. Non mi pareva proprio, ho insistito.

“E, allora, va bene quello che ha – mi andrebbe bene persino un po’ di acqua calda e zucchero …” e ha sorriso.

Era la prima volta che lo faceva da stamattina quando era venuta in negozio la prima volta.

Ho pensato che avrebbe dovuto ridere più spesso. Anche se aveva dei denti molto irregolari (un canino sovrapposto all’altro e un grande spazio tra i due denti davanti, in alto, da cui sibilava nel dire le “esse”), aveva un sorriso molto bello e umile. Ho anche pensato che mi stesse imbrogliando ma poi una lieve stretta della sua mano sulla mia mi ha convinto che non era così.

E sono andata nello sgabuzzino a preparare il tè.

Quando sono tornata lei teneva gli occhi chiusi come se stesse dormendo e io ho pensato che si fosse sul serio addormentata e ho cominciato a camminare in punta di piedi, rischiando di far cadere la tazza di tè che le stavo portando.

Ma lei deve avermi sentita e li ha aperti e mi ha guardato in modo così intenso che mi sono sentita imbarazzata.

Lo so. Avremmo dovuto parlare di tutta questa curiosa faccenda.

Di lei che mi chiama a quest’ora della sera e che vuole un altro smalto e che quasi mi prega di fare quello che mi chiede.

Ma, invece, nessuna di noi due è più tornata sull’argomento e abbiamo passato il resto della serata – fino alla dieci e mezza – in un quasi assoluto silenzio.

Mentre io mi limitavo a provare diversi tipi di smalto sulla mia tazza da caffè che usavo come cavia e lei mi osservava attenta e mi chiedeva qualche spiegazione come se non ci fosse proprio niente di più importante di quello che stavamo facendo.

Fuori, ogni tanto, passava qualche macchina e da qualche parte – negli appartamenti sopra di noi – qualcuno stava guardando la televisione ma, per il resto, c’era solo lo sfrigolio del neon.

Alla fine io le ho proposto un tono di marron chiaro, una sorta di marron bruciato diluito, quasi un bronzo pallido, che si accordava alla perfezione con il color cenere dei suoi capelli che ora le stavano tutti dritti lungo il cranio.

Lei ha osservato l’effetto sulla tazza e poi l’ha avvicinata alla sua faccia e si è guardata allo specchio e mi ha sorriso.

“Sì, credo che questo vada proprio bene” mi ha detto.

E così io ho provveduto a stendergli quella tinta su tutte le sue unghie aspettando con lei che lo smalto si raffreddasse.

E – come mi capita molto spesso – in tutta quest’ultima fase dell’operazione, mi sono quasi dimenticata della sua presenza e per questo non ho visto la sua faccia quando io ho contemplato arci-contenta la mia opera.

Le si era come incrinata ed ingrigita.

E la stessa linea del collo che prima le conferiva regalità, ora si era trasformata in disprezzo.

Poi si è alzata quasi di scatto e ha preteso di pagarmi anche più di quanto io avessi chiesto, cercando a tentoni nella sua borsetta e imprecando, e se n’è uscita fuori, rifiutando di farsi accompagnare nonostante continuasse a piovere anche più di prima e non mi ha salutato.

E io sono rimasta lì, ferma, a guardare la sua Yaris che si allontanava con un po’ di soldi tra le mani.

 

Poi sono rientrare in casa ed ho trovato Elisa.

“Come mai a casa così presto?” – le ho chiesto.

“Stasera andavano tutti a mangiare la pizza e io non ne avevo voglia.”

“Litigato con il tuo coreano? …”

“Mi ha chiesto di sposarlo e di andare con lui in Corea.”

“Cosaaaaaaaa?????!!!!!”

“Sì. Mi ci vedi io e lui a Seul, in kimono, che beviamo una tazza di tè mentre i nostri bambini guardano fuori i peschi in fiore e le rondini? Mi ci vedi? …”

Le ho risposto che non ce la vedevo proprio e mi sono levata l’impermeabile e così ho ficcato le mani nelle tasche trovandovi, sparse, le banconote che mi aveva lasciato quella donna.

“E tu cosa hai fatto? Sei andata a vedere qualche film?”

E – come fa di solito  - non ha atteso che le rispondessi e mi ha raccontato la trama del film che lei aveva visto la sera prima (una cosa algerina di cui non ricordava niente: né il nome del regista né il titolo) dicendomi che le era sembrato una stronzata.

“Cosa hai visto? Dai, raccontami? …” ha continuato.

Le ho raccontato di questa strana donna e di quello che avevamo fatto e lei mi ha guardata sgranando gli occhi.

“Ha ragione Marika. Tu sei un prete.”

“Perché?”

“Ne conosci tante di manicure che vadano in negozio alle dieci di sera a rifare il smalto ad una squilibrata solo perché questa le ha chiamate a casa? Eh, su, dimmi, quante ne conosci?”.

Non ho saputo risponderle.

Ma che importa – io so che quel marrone pallido, chiaro, luminoso e fermo che avevo steso sulle unghie della donna era la cosa giusta da farsi e così me ne sono andata a dormire senza darle una risposta.

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ANTONIO

di Pamela (03/11/2004 - 21:36)

Cara ranocchietta sovrana, regina di tutte le ranocchiette, mia gallinella faraona,

Se vuoi sapere qual è il mio stato d’animo, è presto detto: mi annoio, Roma è un mortorio. Abituato alle mollezze e ai lussi orientali, qui tutto mi sembra rozzo e burino. Toghe mal confezionate e mal rifinite, tagli di capelli che gridano vendetta, matrone irsute e trascurate, che si limitano a recarsi alle terme di tanto in tanto, senza mai, dico mai, cospargersi di oli profumati.

La fedeltà che ti ho giurato nel nostro matrimonio nullo, (scusa se l’ho scritto, mi è scappato, purtroppo è nullo, almeno agli occhi di Roma), non corre alcun pericolo. Mi libero facilmente di sciami di danzatrici sudate, di nobili figlie di senatori che vogliono solo rimorchiare e divertirsi, senza grazia e romanticismo. Qui si va al sodo senza tante cerimonie.

Al Senato mi annoio. Sempre i soliti discorsi, le allusioni, le frecciatine, mai un parlare franco e sincero. Se qualcuno mi dice: “Bella questa toga, dove l’hai presa?” stai sicura che vuole qualcosa: un viaggio gratuito sulle mie triremi, un appezzamento di terra in Libia, fronte mare, su cui costruire una villa magari molto grande, per le vacanze sue e dei suoi amici, a cui venderà delle porzioni. La proprietà non è più quella di una volta, ormai è diventata una multiproprietà. Se dico Tunisi, loro chiedono: “Perché non Hammamet?” Insomma, anche quando decido di comportarmi in modo munifico, non sono contenti.

La mia casa è assediata da postulanti, tanto che Ottavia non si è fatta vedere, neanche per una visita di cortesia in presenza di testimoni, né per la spartizione di orci e tegami, che sono rimasti da lei. So che mia moglie (scusa, l’altra moglie) non mi vorrebbe sprovvisto di argenteria e vasellame, l’onta ricadrebbe sull’intera famiglia. Inoltre, sono sempre il padre dei suoi figli, almeno credo. Sai come si dice: “Mater certa est.” E d’altra parte ero sempre in giro con qualche incarico, per qualche campagna… Ottavia sicuramente non riesce a superare lo sbarramento dei postulanti.

Come da tua espressa richiesta, non ho ancelle con me. Ah, non so se è il caso di considerare ancella quella bruttina, dalle anche e dal seno un po’ deformi, in quanto troppo incurvati, che conosco fin da piccola. Io ero già un giovane soldato e lei era una bambina. Ma l’averla vista in fasce mi distoglie da ogni tentazione. Non te l’avrei neanche detto, perché non è importante, se non sapessi che i tuoi informatori arrivano ovunque. Quindi ti confesso in anticipo che a volte per prendere sonno lascio che lei, insieme a qualche amica di nessun conto, danzi per me. Mi autodenuncio. Le altre ancelle hanno vinto dei piccoli concorsi, miss Universo Conosciuto, miss Colonne d’Ercole, miss Britannia, ma erano concorsi truccati, organizzati dalla soldataglia ubriaca, all’insaputa delle vere bellezze locali.

Spero che tu approfitti della mia assenza per prepararmi una bella sorpresa. Si, te lo chiedo: due amanti e sposi non devono avere segreti. Mi piacerebbe trovare una cantina arricchita, nel tuo palazzo, quando torno. Io personalmente sto provvedendo a caricare sulle nostre triremi un gran numero di giare di quel vinello gallico frizzante, quello che fa il botto quando stappi la giara. Mi piacerebbe che ti procurassi altri esotici elisir, che non ci facessimo mancare niente. In fondo si vive una volta sola.

Sono ansioso di tornare a riabbracciare i bambini. E’ bello che i piccoli vengano a me (questa frase non mi sembra nuova, chissà come m’è venuta), perché i figli miei e di Augusta sono stati addestrati da mio cognato a sputarmi in faccia al minimo pretesto, a gridare: “Cleopatra è una meretrice e i nostri fratellastri sono figli di meretrice.” e a fare mille monellerie in mia presenza, per farmi fare brutta figura con gli amici. Ormai non sono più figli miei, sono creature di Ottaviano.

Ogni tanto mi tocca uccidere qualche sicario che Ottaviano manda sul mio cammino, ma non gli posso dire niente, neanche un accenno, un rimprovero scherzoso, perché altrimenti si offende e dice che malinterpreto i suoi gesti amichevoli. Abbiamo un serio problema di occultamento e smaltimento di cadaveri, perché quella che ho adesso è una casa da singolo, senza troppi fronzoli e tocchi femminili e ovviamente gli spazi sono un po’ ridotti. Non ci sono gli appartamenti dei bambini, dove puoi mettere nella culla e nelle ceste dei giochi qualsiasi cosa e a nessuno verrebbe in mente di andare a controllare.

Fai la brava e non ti stancare troppo, delega più che puoi. Detesto le sovrane con le occhiaie. Se non hai abbastanza ancelle per le pulizie, assumine altre. Non voglio sapere che spolveri personalmente i gioielli e le coppe preziose.

A Cesarione ho scritto che lo manderò come ambasciatore tra i popoli più crudeli e sanguinari (ambasciator non porta pena ma difficilmente riporta indietro la testa), se non la smette di fare il debosciato, altro che venderlo schiavo. So che non l’avrei spaventato minimamente, un figlio tuo e di Cesare. Qualcuno mi ha detto che stava già progettando una piccola rivolta di schiavi, just in case (sto imparando la lingua britanna dalla miss). Qui a Roma circolano le copie di un suo papiro di scuola, con tutti i dettagli. E’ difficile spiegare ai romani che si tratta di un suo progetto difensivo, da usare solo se noi lo punissimo per le sue marachelle, vendendolo come schiavo, come tu hai minacciato di fare. Mi dispiace dirtelo, cara ranocchietta, ma dovrai mettere delle spie ovunque, anche nella stanza dei piccoli. Qualsiasi innocente gioco guerresco di bambini potrebbe essere usato contro di noi da Ottaviano. Ai grandi devi far controllare anche i compiti.

Non vedo l’ora di tornare e mettere un po’ d’ordine in famiglia. Dì ai ragazzi che la triremi reale è già pronta a salpare. Adesso vado a cercare il messaggero, dev’essere nel postribolo qui all’angolo, tutte ragazze educate e perbene.

Dimenticavo: ti dispiace se mi porto qualche miss? Le sistemerei in un appartamentino in un quartiere elegante e discreto. Non darei nell’occhio, sarebbe un nostro piccolo segreto. In fondo sono parecchi anni che siamo sposati e sai, un uomo, un guerriero…beh, vedi tu. In Egitto io sono un tuo suddito, anche se marito. Io le porto, poi casomai le rimandiamo indietro.

Adesso mi involtolo nella mia copertina con le paperelle e ti sogno.

Buonanotte, regina delle ranocchiette

Il tuo generale orsetto

Tony (traduzione in lingua britanna)

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