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IL LIBRO

di Pamela (12/12/2004 - 20:08)

Non avevo bisogno di quel libro. Non avevo bisogno di ragioni. “Perché vegetariani” edizioni Red. Ero già vegetariana da molti anni, con qualche trasgressione nelle grandi occasioni, tipo spaghetti alle vongole a Natale e Ferragosto.. Non cucinati da me, piuttosto al ristorante. Non sarei riuscita a cucinarli. La prima e l’ultima volta che l’ho fatto, nella mia casa di Roma, dopo aver visto tutte le vongole aprirsi e vivere nell’acqua salata, le avrei subito rimesse nel mare, se avessi avuto un mare sottomano. Da forse trent’anni non mangiavo carne. Da piccola, il momento peggiore delle mie uscite, era l’ingresso in una macelleria, con quell’odore dolciastro e nauseante di sangue, con quei pezzi di animali esposti, appesi a ganci.

La mia malsana curiosità mi ha indotto a comprare il libro comunque. Qualche giorno dopo, ne ho comprato un’altra copia, da far girare: non mi piace prestare i miei libri, ma questo dovevo prestarlo, pubblicizzarlo, farlo conoscere a più persone possibile. Non l’ho mai letto interamente. Durante la lettura non facevo altro che saltare paragrafi e pagine.

Non lo sapevo, quasi nessuno lo sa, quello che accade agli animali negli allevamenti, le crudeltà, le torture. Il nostro cappuccino prima di arrivare in ufficio, i dolci, i soufflè costano sofferenze terribili agli animali. Solo ultimamente se ne comincia a parlare. L’uomo, per il profitto, per un profitto più grande possibile, diventa una belva (senza offesa per le belve, che hanno le loro buone ragioni).

L. mi diceva: “Non ce la farai, non ce la fai se stai tutto il giorno fuori casa.” Lui tendeva ad essere vegetariano per altre ragioni, per la salute, soprattutto. Ce l’ho fatta, si può fare. In ogni parte della città in cui mi trovi, cerco una pizzeria, chiedo pizza senza mozzarella, solo con verdure. Spesso nei bar mi faccio preparare panini ripieni di verdure. In un certo bar di piazza Mazzini, dovevo ordinarlo il giorno prima e avvertire o telefonare se per caso ero in ferie o in malattia, altrimenti il panino rimaneva invenduto. Non tocco brioche, ma solo dolci di pasta sfoglia, assicurandomi con opportune domande che sia preparata con margarina e non con burro.

Fare la spesa è per me un momento impegnativo: leggo tutte le etichette per assicurarmi di non acquistare qualcosa che contenga proteine animali.

A casa posso sbizzarrirmi. Di ricette ce ne sono tantissime, non basterà una vita per provarle tutte. A volte sento la mancanza di qualcosa, la maionese, ad esempio, che consumavo abbondantemente nella vita precedente,  la panna, che mi piaceva troppo e che fa malissimo. Però con il passare del tempo, ci penso sempre meno, mi sto abituando a nuovi sapori in nulla inferiori a quelli dei cibi a cui ero abituata fin dall’infanzia. Penso, anzi che non riuscirei più a mangiare cose che mi piacevano solo qualche anno fa: una frittata, il formaggio, dolci contenenti uova.

Elena esprimeva qualche timore, quando ha saputo della mia decisione: “Guarda che eliminare alcuni cibi è il primo passo verso l’anoressia.” Timore infondato, visto la quantità di cibo che ingerisco quotidianamente. Mi concedo alcune raffinatezze: spesso faccio il pane e la pizza da sola, partendo dalla pasta madre, e mi faccio da sola i miei germogli. Prima di uscire di casa devo ricordarmi di inumidire il canovaccio che copre la ciotola del pane e di cambiare l’acqua ai germogli. Però ho la soddisfazione di sentire il profumo del pane che invade le scale anche fuori di casa mia e di vedere un pugno di semi moltiplicare il suo volume: mi sembra di fare un piccolo miracolo, di poco inferiore alla moltiplicazione di pani e pesci.

Ho preso anche un’altra decisione: mai più abbigliamento e oggetti nella mia casa fabbricati in materiali provenienti da animali: niente lana, seta, pelle. Sembra che il problema più grande per i vegan siano le scarpe. Solo in alcune città si trovano negozi che vendano scarpe per vegan,  in materiali alternativi. Le scarpe andrebbero provate, comprarle su internet è un rischio. Io ne ho comprato un paio e non sono molto soddisfatta, le trovo un po’ pesanti. Poi, girando, ho trovato un negozio, una marca di scarpe comodissime ma non bellissime, che io porto con qualsiasi abbigliamento. Quando capiterò a Milano o a Verona, andrò nei negozi per vegan ad acquistarle.

Il sacrificio non è piccolo, per me. Un tempo ero maniaca delle scarpe. Ero capace di girare mezza città per trovare le scarpe che mi piacessero veramente, che naturalmente erano quasi introvabili, non andavano di moda quell’anno ma in genere il successivo o quello ancora dopo. Qualche volta ho meditato su questa mia capacità di anticipare le mode e mi sono chiesta se non fosse il caso di riconvertirmi in stilista.

Non compro più nulla che provenga da animali, ma non ho certo buttato via quello che possedevo: quindi se mi vedete con scarpe in pelle ai piedi  e golf di lana non vi scandalizzate, devo averli comprati in qualche momento lontano della mia vita.

Non ho contagiato nessuno della mia famiglia, con le mie idee. Mio padre, al ristorante, mi ascolta mentre si abbuffa di fritto di pesce e se al telefono gli chiedo cosa ha mangiato oggi, invariabilmente dice “non mi ricordo”, perché non vuole sentire prediche sulla carne che fa male.

Mia sorella mi ha ascoltato, mi ha anche dato ragione, poi ha detto: “Già faccio tanti sacrifici nella vita, fare anche questo sarebbe un po’ troppo.” Sono sicura, però, che ha ridotto le dosi di proteine animali.

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