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INFLUENZA

di Pamela (19/02/2005 - 18:01)

L’influenza non è più quella di una volta. In un tempo ormai troppo lontano, ammalarsi era quasi una festa. Si era oltremodo viziati. Qualcuno sprimacciava i cuscini e rifaceva il letto, qualcuno si preoccupava del nostro benessere e ci esortava a riposare e sudare sotto le coltri. I pasti si preparavano per magia e c’era un’ampia scelta di vivande, non la solita minestrina con dado vegetale biologico e nient’altro perché ci siamo retti in piedi fin troppo, per prepararla. La stanza veniva messa in ordine, mentre noi giacevamo nel letto coperti fino agli occhi, godendoci con la punta dei capelli l’aria fresca proveniente dalle finestre aperte. Procurarci medicine non era un problema, ci pensava un genitore. Chiusa la finestra, ci sedevamo sul letto come su un trono, circondati dalle nostre riviste preferite e libri nuovi acquistati generosamente  sottocasa, nel negozio fornitissimo di ogni ben di dio, il cui gestore era invidiato da tutti noi per le sue possibilità di lettura: Picchiarello, Urania e Cosmo, gli ultimi bestseller e quotidiani di partiti opposti ed estremi, che avrebbero comunque trovato lettori idonei in famiglia, dove esistevano schieramenti contrapposti, coincidenti con schieramenti generazionali.

Potevamo esprimere desideri e capricci: le mamme hanno ben presente che è pericoloso contrariare un malato, non si sa mai, un aggravamento è sempre possibile, dalla faringite si passa come niente alla polmonite fulminante ed è meglio non avere nulla da rimproverarsi per tutta la vita, piangendo amare lacrime. Un Topolino, un Corriere dei Piccoli negato, è un fardello troppo pesante da portare. Non giova deporlo postumo, su una piccola tomba colma di fiori.

Io che mi credevo immune, sono stata colpita. Da quando lavoro ho il sacro terrore di ammalarmi: la malattia blocca tutta la vita ed è più faticosa del lavoro. Per tutto l’anno prendo antidoti naturali, evito occasioni di contagio, non solo a causa del lavoro, ma anche e soprattutto per la mia dura realtà di single.

Faccio scorte alimentari, in questo facilitata dal mio vegetarianesimo. Svariati pacchi di farina, succhi di frutta, minestroni pronti in scatola vuoi di cartone, vuoi di metallo, molti pacchi di pasta e riso (che finiscono subito), poi farro, avena, mais e relativi fiocchi, legumi secchi e in scatola (per il caso che non abbia voglia o dimentichi di metterli a bagno).naturalmente olio d’oliva, ma anche altri oli; margarina no, perché scade presto. Poi tante altre cose, dai corn flakes al latte di riso, biscotti e muesli, salsa di soia e harissa.Con questo approvvigionamento sono in grado di affrontare anche una guerra mondiale e qualsivoglia attacco terroristico. Però dimentico sempre l’acqua minerale, essenziale per lavarsi e potersi presentare in pubblico in caso di calamità catastrofica. Da bere rimangono sempre succhi di frutta e birra, nonché la bottiglia di spumante avanzata dal Capodanno o dal compleanno, con cui però è difficile preparare un caffè come si deve. Naturalmente caffè e sigarette sono ai primi posti nella lista delle scorte.

Periodicamente vado in escursione al supermercato, munita di carrello da vecchia signora e mi approvvigiono di quello che sta per finire, nel senso che ne ho ancora solo una decina di confezioni.

Quando è parecchio tempo che non faccio scorte, per svariati motivi, dalle crisi amorose alle tempeste condominiali,  quando le vettovaglie scarseggiano, allora mi ammalo. La gravità  e la durata della malattia sono inversamente proporzionali alla quantità di scorte alimentari. Medito sulla necessità di uscire anche con la febbre, presentarmi in un supermercato priva di voce per reclamare il meritato premio della raccolta punti, sciarpata fino agli occhi, il classico look da rapinatrice, con una faccia da fantasma che fa tanto losco e peccaminoso, occhiaie livide da vampira, in orario non di visita fiscale e quindi inconsueto: le dieci di sera, l’alba o l’ora di pranzo. Il cuore si solleva se nell’emporio riesco a scorgere altre figure dall’aspetto torvo, intabarrate e pallide, mi sento meno sola. . Non ci conosciamo ma ci scambiamo furtivi sguardi di fratellanza e comprensione.

 

Aspettare il medico fiscale, che non arriva. Presumere che il morbo abbia colpito anche lui. Chiamare il medico di famiglia, chiedendo invano un cambio della cura. Tenersi il mal di pancia e la sensazione di sconvolgimento da cannabis della molecola. Pensare a quelli che se ne vanno in montagna, guardando la collina del bucato da fare, che cresce e presto si trasformerà in montagna. Lavare un unico piatto e un’unica pentola prima di cucinare. Anche due posate, magari. Prepararsi con cura per andare a fare la spesa: calze più calzettoni, tre maglioni, sciarpa extralarga che copra le vie aeree. Massì, coraggio, indossarla all’araba, proteggendo anche la testa. Scoprire che i punti danno diritto ad una bella pentola, con tanto di coperchio,  non disponibile ma ordinabile. Ripromettersi di ripassare domani, tanto abbiamo dimenticato l’olio d’oliva extravergine, che sta per finire, causa preparazione pasta frolla vegan e conseguente surgelazione della stessa. Fare una torta di verdure con pastafrolla esentata da surgelamento. Complimentarsi con la cuoca. Decidere di provare anche pasta sfoglia vegan. Basta con la solita pizza metodo antico. Passare aspirapolvere, causa livello di guardia situazione pavimenti, nonché prodigio eseguito da operai, operanti da tempo immemorabile sul nostro suolo: sparizione di tutte le scope, varie volte rimpiazzate e varie volte risparite. Lasciare in giro mocio e secchio acqua addizionata di ammoniaca, per il caso che si abbia la forza di lavare i pavimenti. Ricevere numerose telefonate da sorella, interessata al progresso o regresso della malattia. Informarla di diritto a pensione in caso di decesso, ricordarle casa ospitale che accetterebbe gatte vita natural durante (delle gatte). Casuale domanda di sorella riguardante numero residui anni mutuo. Rilasciare commenti deliranti su vari blog, seguiti da immediato pentimento e gettare colpa su molecola. Decidere di smettere di fumare, elargire consigli ed astuzie per smettere a poetesse e scrittori. Fumare più del solito, poiché la malattia innervosisce. Fare bilancio propria vita. Decidere che rimangono troppe cose ancora da fare. Ammettere la necessità di guarire.

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CRONACHETTA

di Pamela (03/02/2005 - 22:33)

Oggi il grande evento. Mi è già costato un giorno di ferie. Non per il reading, cui sarei potuta arrivare tranquillamente distrutta, in piedi dalle cinque e mezza, in viaggio pendolare dalle sette, quando è ancora notte, ma per una prevista colluttazione con la stampante.

Ieri ho provveduto ad andare dal parrucchiere, cosa che avviene regolarmente ogni cinque, sei anni, in occasione di eventi eccezionali: riconquista di un uomo refrattario, crollo di un muro che divida in due una città, clamorosa mia vincita al lotto. Ho giudicato che un imprevisto reading meritasse il sacrificio di estenuanti discussioni con il parrucchiere sulla lunghezza delle chiome. Egli propone l’ultima moda di Parigi e io quella di Bombay.

C’era il problema della stampante. Le mie stampanti nuovissime si ostinano a non funzionare, se non in presenza di tecnici qualificati. L’ultimo studente di ingegneria informatica che l’aveva visionata, aveva diagnosticato che bisognava cambiare la cartuccia dell’inchiostro, cosa che lui non poteva fare, avendo egli formulato la sua diagnosi di sabato sera, a negozi chiusi. La cartuccia nuova mi attendeva tristemente da settimane, il libro di istruzioni aveva il segnalibro alla pagina giusta, ma io avevo sempre mal di testa, mal di pancia, energia bassa o qualcos’altro per la testa. Oggi dovevo farlo, assolutamente. Ho armeggiato per mezz’ora, molto lentamente e cercando la massima perizia operativa, neanche fosse un’operazione di chirurgia avanzata e sperimentale. Sembrava tutto a posto, ma la stampa veniva male. Pulire la testina, ecco cosa dovevo fare. L’ho pulita innumerevoli volte, finché ho ottenuto una stampa accettabile. Nel frattempo, avevo provveduto a stampare molte cose, non sapendo bene cosa avrei letto, ma nessuna tratta dal mio blogbook. Ormai era tempo di andare.

Arrivo all’appuntamento con Girolamo in anticipo. La piazza nei pressi del locale è ben frequentata: giovani vestiti disinvoltamente brandiscono bottiglie di birra e vino,  schiamazzano oppure bisbigliano misteriosamente, scambiandosi forse euro e misteriosi minuscoli involti. Escludo la maggior parte dei presenti: troppo informali. D’altronde, ho visto una foto di Girolamo su Lifejacket e nessuno gli assomiglia. Accendo una sigaretta. Diverse persone straniere mi si avvicinano a gruppi, chiedendomi una sigaretta. Mento e dico di averle finite. Non voglio un contatto troppo ravvicinato con le loro bottiglie di birra e l’abbigliamento estroso. Finita la mia sigaretta, mi rendo conto di non poterne accendere altre per ingannare l’attesa: ufficialmente non ho sigarette. Mi dedico ad una meditazione sulla nocività del fumo.

Diversi passanti mi lanciano uno sguardo indagatore. Forse non corrispondo al tipo di persone che frequentano il sito. Finalmente Girolamo arriva, ma io non lo riconosco. Lui si avvicina esitante. Ha visto una mia foto su Kinglear, con i capelli lunghi. Proprio ieri li ho tagliati e sono mezzo metro più corti. In compenso lui proprio stamattina ha tagliato la barba e i baffi che ho visto su Lifejacket. Entriamo in un bar, ci sediamo e facciamo conoscenza. Finora ci siamo sentiti solo per telefono, fortunosamente. Io chiamavo e dicevo “Ciao, sono Pamela” Mi arrivavano all’orecchio fruscii, disturbi, rumori molesti di sottofondo e una voce che urlava: “Maledizione, questo cazzo di telefono non funziona mai. Adesso lo butto via.” Solo dopo alcuni minuti di ingiurie da lui indirizzate all’apparecchio telefonico, riuscivamo a stabilire una normale conversazione. Lui è straordinariamente giovane, ha occhi straordinariamente chiari, un eloquio piacevolmente torrenziale e molto entusiasmo per questi reading che sta organizzando, senza risparmio di energie.

Girolamo mi parla della sua vita di studente fuorisede, del suo lavoro alla Caritas. Adesso c’è l’emergenza freddo e ha molto da fare. Naturalmente parliamo di blog. Lui non ha un blog a causa di un bicchiere di brandy versato sul suo portatile, tempo fa.

Il posto dove devo fare il reading è una galleria d’arte. I quadri sono tutti enormi. E’ anche una vineria, il locale. Presto vengono predisposti dei tavoli e relative sedie.  I gestori sono giovani e simpatici, si prodigano perché sia tutto perfetto.

Arriva La Talpa, che è venuto solo a salutarmi. Non potrà rimanere, perché la metropolitana cessa le corse alle nove. Arrivano persone avvertite da Girolamo. Mi rammarico di non aver chiamato qualcuno dei miei amici. Ho pensato che troppa gente che conosco mi avrebbe imbarazzato più del dovuto, almeno questa prima volta. Siamo pochi, forse una dozzina.

La luce è troppo bassa per i miei occhi. Mi ostino a non portare occhiali, anche perché il mio disturbo non è fisso, la mia vista si alza e si abbassa, anzi ultimamente sta migliorando. Dico che non vedo, non vedo bene i fogli. Disappunto generale, panico mio. La luce non si può alzare. Forse non potrò leggere. Finalmente spunta una lampada che viene puntata sui fogli. Metto il primo foglio proprio sotto il cerchio di luce.

 Bene, comincio. Leggo qualche post del mio blog e alcuni miei racconti ospitati su altri blog. Noto con orrore che nessuno ride quando leggo qualcosa di divertente. Non oso alzare gli occhi per vedere se almeno sorridono. Dovevo leggere per un’ora, ma stimo di averlo fatto per  molto più tempo. La voce si comporta bene, a parte un po’ di emozione, a tratti. So di stare leggendo male, non riesco a concentrarmi. Tra un racconto e l’altro, parliamo di blog. Comincio a sentirmi a mio agio. Comincia a piacermi questa cosa, un gruppo di persone che ascolta quello che ho scritto, che ascolta le mie storie. Mi chiedono di leggere qualcosa dal blogbook, ma non ho niente, se non il libro, stampato a caratteri molto piccoli. Confesso: l’ho scritto, ma ancora lo devo leggere, devo trovare una giornata di sole o una lampada giusta. Soluzione del problema: legge Girolamo.

Mi piacerebbe trattenermi. So che gli altri vanno a cena in un ristorante arabo nelle vicinanze, ma io non posso. Faccio appena in tempo a prendere l’ultima zucca in partenza dalla stazione Termini, che per fortuna è vicina. Girolamo, gentilmente, mi accompagna.

Ringrazio Girolamo e gli altri organizzatori, ringrazio i gestori del locale e tutti quelli che sono venuti al mio reading.

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