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IL RITORNO

di Pamela (17/07/2005 - 00:00)

 

 

 

 

“Adesso che la Scientifica è passata, possiamo provare a completare le indagini.”

Gli investigatori si aggiravano per l’appartamento che, dopo i rilievi e le perquisizioni, aveva assunto un nuovo aspetto, un aspetto ordinato. L’ispettore si chiese se non fosse il caso di chiamare la Scientifica anche a casa sua, invece di Assuntina, per mettere un po’ d’ordine. Assuntina aveva la testa tra le nuvole e non sapeva leggere. Lui rischiava in continuazione di lavarsi i denti con il lucido da scarpe e di usare il vinavil come bagnoschiuma, perché lei assemblava gli oggetti in base alla forma e al colore, non al contenuto, che ignorava. Inoltre era faticoso cercare di evitare i pericoli domestici, acquistando confezioni con le illustrazioni dell’uso a cui erano destinate: un sorriso per il dentifricio, le piastrelle per il detersivo per pavimenti, un frutto per il succo di frutta, un ubriaco con i baffi per la birra.

“Capo, perché non proviamo a tenderle una trappola per farla tornare?”

“Se ti viene in mente un sistema efficace, dillo subito e hai la promozione in tasca.”

Palazzi arrossì, vergognoso. Ormai non ci faceva più caso, ai suoi rossori, tante erano le lodi che riceveva dall’Ispettore. Era stato merito suo se avevano preso la cleptomane dei poscenere in versi, una scrittrice famosa che rubava solo posacenere azzurri con una poesiola scritta sopra, ma a volte si accontentava di un proverbio. L’avevano beccata con finti posacenere decorati da poesie, sparsi nei suoi locali abituali e agenti  travestiti da inservienti e avventori. Avevano preso anche una truffatrice, una finta testimone di Geova che spacciava depliant falsi, inneggianti al libero sesso per tutti, belli e brutti e droga a volontà alla portata del sottoproletariato disoccupato. La delinquente alternava questa attività allo spaccio di santini falsi davanti alle chiese, con i santi orribilmente somiglianti a Bradi Pitt e Sharon Stone, somiglianza di cui gli incauti acquirenti si accorgevano troppo tardi. Inoltre i santi erano ritratti a torso nudo, se uomini, con bicipiti e pettorali da culturista e in succinto bikini, se donne. Uno prende distrattamente il santino e, senza sospettare il sotteso crimine, senza neanche guardarlo, lo intasca e rilascia l’obolo dovuto alla postulante. Solo quando vuole dire una preghiera, chessò, per arrivare in tempo in ufficio o per far colpo su qualcuno, ecco che allora, estraendo il santino dal portafoglio, si accorge del fatto delittuoso. Il poliziotto aveva studiato l’itinerario della spacciatrice, fino a prevedere la prossima chiesa in cui avrebbe agito. Una squadra di agenti speciali, esperti di guerriglia urbana, travestiti da religiosi e religiose e da vecchie bigotte, aveva sorvegliato i possibili obiettivi. Il resto era stato un gioco da ragazzi.

“La trappola, capo, potrebbe essere una trappola letteraria: Bruno Bruide. Sappiamo che la fuggiasca ha acquistato una copia di “Cattivo sangue” di Krauspenhaar all’aeroporto di Fiumicino. Gliel’avevo detto che è troppo curiosa, doveva finire il libro, anche in capo al mondo. Inoltre il romanzo è avvincente e non si può lasciare a metà, neanche per cambiar vita. Le confesso, Ispettore, che per un paio di giorni ho smesso di farmi la barba e ho mangiato solo sofficini, facili da cucinare, perché non riuscivo a staccarmene. Ho perfino risposto male alla mia ex suocera, che attaccava bottone al telefono con me, visto che sua figlia, la mia ex moglie, non le dà retta. Mi sono portato il libro a tavola e davanti alla tele e ho giocato con il criceto mentre seguivo gli spostamenti di Bruno.”

“Lo chiamiamo Bruno, adesso.” Disse l’Ispettore, con una vena di gelosia nella voce. Aveva pensato che fosse necessaria una particolare sensibilità, che non è da tutti, per affezionarsi al personaggio, che anche lui, nel suo intimo, chiamava ormai per nome.

“Capo, ho un’idea, ma bisogna tenere la faccenda riservata.”

 Il poliziotto per un minuto sparì nel cucinotto adiacente e ne uscì sgranocchiando, con una busta in mano.

“Che cosa stai mangiando?”

 “Assaggi, capo, veramente buoni questi stuzzichini. Sanno di salmone e caviale. Oggi inizia lo sciopero dei buoni pasto e ci voleva proprio qualcosa da mettere sotto i denti.”

“Strano, mi avevano detto che è vegetariana.” Osservò l’ispettore, cominciando a masticare di gusto il cibo prelibato. Smise per un attimo, quando il suo sguardo si posò sull’immagine di un gatto bianco e aristocratico, sulla busta di delicatessen, ma riprese subito di gran lena. “Al giorno d’oggi i gatti sono trattati meglio dei cristiani.” Sentenziò pensieroso.

“Croccantini al salmone e caviale, non ci si crede.”

 

L’Ispettore rimirava la copia del “Messaggero”. In prima pagina un breve trafiletto: “Bruno Bruide è evaso ancora una volta. Le forze dell’ordine sono sulle sue tracce. E’ stato visto per l’ultima volta nei pressi di Roma, in nota località balneare per sfigati, gente senza costumi nuovi da sfoggiare, di quelli che quando hanno qualcosa da confidare, lo devono raccontare al portiere, di quelli né belli né brutti, ma più vicini al brutto. Questa volta è solo, senza ragazze al seguito.”

“Zitto, parla piano, appostiamoci e acquattiamoci. Ormai è una settimana che siamo in loco, abbiamo quasi esaurito le scorte di croccantini. Tanto i gatti sono scappati insieme alla fuggiasca e quando torneranno non si ricorderanno di aver lasciato del cibo in casa.”

“Capo, dove ci acquattiamo?”

“Come al solito sotto il tavolo. Possiamo farci una partita a carte. Cerchiamo di adattare questi “Tarot de Marseille” ai giochi che conosciamo.”

“Ma se esce la Torre, porta male, capo.”

“Ti sei tradito. Avevo sempre sospettato che bazzicassi maghi e cartomanti. Faccio rapporto e ti faccio mandare in un centro di rieducazione per poliziotti maleducati e creduloni, di quelli con istruttori cinesi.”

“Ecco, svelto, sta rientrando!”

Una chiave girava nella toppa. I due si appostarono dietro la porta, abbandonando i Tarocchi sotto il tavolo. L’appuntato, con un brivido, non potè fare a meno di notare che la Torre era uscita capovolta.

“Io la prendo per i polsi e tu per le caviglie o viceversa.”

“Capo, così facciamo confusione. Un ordine deve essere dettagliato ed esatto.”

L’ordine esatto non fece in tempo ad arrivare. Qualcuno entrò e i due poliziotti gli saltarono addosso. Per qualche minuto non si capì  niente, solo una serie di esclamazioni contemporanee: “…azz…” “Mannaggia” “Ci  sei?” “Ma che è?” “E’ il mio orecchio, scemo!”. Qualcuno accese la luce. L’Ispettore e l’agente erano avvinghiati in posizione da kamasutra, di quelle difficili e si erano ammanettati reciprocamente. Il loro sembrava un abbraccio mortale oppure passionale. Quando la luce fu, i due smisero di dimenarsi. Si guardarono drammaticamente per un istante, poi distolsero lo sguardo, evitando anche di posarlo sulla terza persona. Udirono una voce femminile, allarmata.

“Ma chi siete? Che volete? Non ho soldi né gioielli.”

“Chi glielo dice dei croccantini?” Chiese piano l’agente.

“Dopo, dopo, adesso dobbiamo interrogarla.”

“Signora, venga qui, ci tolga le manette. Siamo della polizia. Nelle nostre tasche troverà i tesserini di identificazione, come nei film. Le chiavi delle manette le trova in giro sul tappeto, a meno che non siano finite in mezzo ai tarocchi, sotto il tavolo.” La voce era convincente, proprio da forza dell’ordine e, guardandoli, le fuggiasca si convinse. Si avvicinò cautamente e, per prima cosa, frugò nelle tasche per cercare i tesserini. Li guardò e velocemente liberò i due dall’abbraccio reciproco.

Appena riacquistò una postura dignitosa, l’agente si preoccupò: “Capo, non abbiamo la lampada giusta. Queste luci sono troppo basse.”

L’Ispettore aveva pensato a tutto.”So io dove trovarla,  la lampada giusta. “ Sparì nella stanza adiacente e tornò con uno specchio ingranditore con luce incorporata.

Intanto  la fuggiasca portò dentro casa la valigia e due trasportine che erano rimaste sul pianerottolo e chiuse la porta. Liberò due pantere in miniatura, che, per prima cosa, si avvicinarono all’agente e annusarono attentamente le sue scarpe e i pantaloni.

“Sembra che tu le interessi.” Disse l’ispettore. “Hai mica qualche animale in casa?”

“Si, un criceto e un canarino.”

“Allora facciamo questo interrogatorio alla svelta e vediamo di svignarcela, prima che le gatte decidano se sei un criceto o un canarino.”

“Le dispiace se le facciamo qualche domanda? Sa, per il rapporto. Non possiamo tornare a mani vuote, dopo una settimana di assenza per servizio. Abbiamo preso anche gli straordinari e i buoni pasto. E’ solo una formalità, se non vuole ce ne andiamo buoni buoni.”

“No, non c’è problema, però sbrighiamoci perché ho da fare, una persona da rintracciare.”

I due poliziotti arrossirono all’unisono, si schiarirono la voce, tossicchiarono e si scambiarono uno sguardo fuggevole e colpevole.

“Guardi ho già risposto a tutte le domande. Ho rilasciato un’intervista al noto settimanale di sinistra “Il Caffè Corretto”, che, mi hanno assicurato, avrebbe fatto scalpore. Infatti mi stupivo di non essere riconosciuta all’aeroporto, insieme alla mie gatte. E’ vero che le gatte sono cambiate dalle foto, non hanno più il pelo lucido e setoso che conferisce l’alimentazione a base di rettili e scorpioni.”

“Noi di questa intervista non sappiamo niente, altrimenti non saremmo ricorsi al nostro trucco.”

“Che trucco?” Si allarmò lei.

“Niente, niente, il trucco è che ci siamo nascosti qui, sperando che lei tornasse. A proposito, i croccantini li abbiamo finiti noi, durante lo sciopero dei buoni pasto, ma siamo pronti a rifondere i danni.”

“Ma quelli li avevo lasciati qui perché erano scaduti. Comunque non preoccupatevi, le gatte hanno già mangiato all’aeroporto.”

“Ah si, che cosa hanno mangiato?”

Si impicciò l’ispettore, proponendosi di imitarle nella scelta, la prossima volta che capitava all’aeroporto.

“Non lo so, hanno fatto da sole. Sa, era un self- service. Sa cosa significa?”

“Qui le domande le facciamo noi. Ognuno al suo posto.” Si inalberò l’Ispettore.

“E’ in lingua estera, io non lo so.” Disse l’agente

“Servizio autistico.” Sentenziò l’Ispettore, orgoglioso.

 

“Allora, benedetta signora, le sembra questo il modo di sparire, senza avvertire neanche il portiere?” Si erano sistemati, la fuggiasca, seduta davanti allo specchio con lampada, si rifaceva il trucco e, se la cosa fosse andata per le lunghe, aveva già in mente una certa acconciatura, che non trovava mai il tempo di sperimentare, una combinazione di trecce e treccioline disposte in quel certo modo, uno chignon rialzato ma pendente.

I due investigatori rimanevano in piedi, non per scelta, ma per carenza di altro sediame valido.

“Guardi, io sono libera come l’aria, devo rendere conto solo alle gatte e forse ad una certa persona che sto cercando, che non sa ancora che esisto. Le gatte viaggiano con me e sono state molto felici nel luogo dove siamo approdate. Nel bagagliaio dell’aereo hanno anche avuto modo di minacciare e spaventare molti cagnolini, senza considerare un certo numero di pappagalli.”

“E la banca? E il suo ufficio? Lei aveva delle responsabilità, degli impegni e li ha ignorati.”

“Le banche e gli uffici se la cavano anche senza di me, stia tranquillo.”

Gli investigatori si guardarono sgomenti. Gli argomenti erano esauriti.

“Ci dica almeno perché è tornata, sa, per il verbale.”

“Il vero motivo non posso dirvelo, sono scaramantica. Vi invito, per darvi un indizio, a leggervi un certo libro di Franz Krauspenhaar, l’ultimo per l’esattezza. Solo leggendolo capirete.”

“No, non posso crederlo!” L’Ispettore recitava malissimo. Era per questo che aveva sempre preso la parte della guardia, quando da piccolo giocava a guardie e ladri: temeva l’interrogatorio. “Lei è tornata per Bruno!”

“Allora l’ha letto anche lei, il libro. Però adesso fatemi il favore, smettetela di farmi domande, che devo fare un giro di telefonate agli alberghi della zona, ma non posso dirvi il perché.”

“Conta di trattenersi molto nella sua cittadina? O pensa di ripartire?”

“Dipende, dipende da alcune cose che avverranno o non avverranno. Ha visto mica in giro un mazzo di Tarocchi?”

“Signora, le devo confessare una cosa. Bruno Bruide non è qui, nella nostra cittadina. Non sappiamo dov’è, nessuno lo sa. Le abbiamo teso una trappola. Però possiamo coalizzare le nostre forze e cercarlo, nel nostro tempo libero, ovviamente. Anche noi abbiamo tante cose da chiedergli e da dirgli. Anche noi vogliamo aiutarlo. E’ probabile che torni in Italia, prima o poi. Le conviene rimanere qui, non per la banca, non per il suo ufficio, ma per lui.”

“Caro ispettore, rimmarrò solo finchè non l’avrò trovato. Poi io e lui partiremo insieme e insieme cercheremo di sfuggire al nostro destino. Se vuole, può venire anche lei. E’ libera la parte dell’ergastolano evaso, un vero duro, un carissimo amico di Bruno. Mi pare che le si addica.”

 

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