L'IDRAULICO
“Signora Anna?”
“Ha sbagliato numero” dico con la mia inconfondibile voce da bionda, un po’ strascicata e annoiata.”
“No, ma come si chiama lei? Io sono l’idraulico.”
“Ah, finalmente la sento. Io mi chiamo Pamela.”
“Signora Anna, Augusto mi aveva chiesto se lei mi aveva chiamato, ovvero la signora Anna”
“Si vede che anche lui ha le idee confuse.”
“Senta, signora, Anna o Pamela, per me è lo stesso, per andare a vedere i cosi, io potrei liberarmi alle quattro e mezzo, ho pensato che andiamo insieme, così non fa casini. La vengo a prendere all’uscita dal lavoro, andiamo in un paio di negozietti e le do anche un consiglio utile.”
Mi viene a prendere. Ha una massa di capelli parruccosa, di parrucca di carnevale biondiccia, occhi di un celeste pallidissimo che dà sul bianco. Indossa un completino maglietta e pantaloni di un colore che ferisce gli occhi e un berretto di colore altrettanto forte ma estremamente discordante.
Naturalmente mi porta dalla parte opposta della città, nel profondo sud, vicino a casa sua. Mi chiedo quante ore di metropolitana e altri mezzi di fortuna saranno necessari per tornare nella direzione in cui devo andare io.
La macchina si inoltre in un sentiero di campagna. Mi pento moderatamente di trovarmi qui, con un uomo in età fertile (tra i quattordici e i centodieci), che ogni tanto mi sfiora il ginocchio e mi tocca il braccio. Per fortuna, all’improvviso, un enorme edificio sorge dal nulla. Dentro è tutto normale, ma enorme.
Piccoli bagni da sogno, idee di bagni, nuvole di bagni, ci circondano. Osservo attentamente un mosaico di sassi che contorna uno specchio e già la mia voce interiore, quella più vera, si fa sentire: “Ti rendi conto? Sassolini, ghiaia e chissà quanto costa! Ma guarda quanto è carino, starebbe benissimo anche in una caverna.”
Lui, il mio uomo idraulico, si muove velocemente, sa già dove andare.
“Ecco, questo va bene.” Accenna ad un bagno con elementi dalla forma squadrata e massiccia.
“Veramente io li volevo piccoli e tondi, voglio il tipo small, lei l’ha già visto, il bagno, è lungo e stretto e così io avrei una sensazione di spazio.”
“Signora Anna, sono solo cinque centimetri in meno, che se ne fa di cinque centimetri?”
Io con cinque centimetri ci faccio tante cose, ma non oso dirlo. E’ incredibile la quantità di oggetti sottili che riuscirei a stipare in cinque centimetri per cinque metri.
“E poi con quelle piastrelle che fanno schifo, è inutile spendere soldi. Ci metta dei cosi standard, che costano poco. Un domani, quando deciderà di ristrutturare, magari li compra costosi e questi li butta.” L’idea di gettare via qualcosa che non ho ancora acquistato, mi fa orrore. Penso, ma non lo dico, che le brutte piastrelle le ha tutto il condominio da trent’anni e nessuno si sogna di cambiarle, perché sono indistruttibili, al limite del diamante.
Dieci minuti più tardi:
“Insomma, si decida, io mica posso perdere tutto il pomeriggio appresso a lei. Che ci vuole a scegliere? Il primo che vede che le piace, lo sceglie e amen.”
“Ma scusi, lei mi porta in un palazzo di tre piani enormi, pieno di sale da bagno in mostra, e pretende che io scelga dopo averne viste tre o quattro?”
“Ma che deve scegliere e scegliere, tanto poi, quando ristruttura, butta tutto.”
“Va bene, allora prendo qualche depliant e andiamo via.” Rimpiango di non aver studiato le linee di trasporti della zona, sempre che esistano.
“Non si preoccupi, poi io passo qui e anticipo i soldi, se lei decide quello che vuole.”
Parlando con una commessa, che parteggiava per l’idraulico, ho carpito il nome di un paio di marche non troppo costose, ma carine. Ho ancora un giorno di tempo per scegliere.
Il giorno dopo, sono bloccata fino a tardi in ufficio. Sul tardi, ho un impegno improrogabile. Il mio accompagnatore ufficiale, automunito, non è disponibile, perché è anche l’accompagnatore ufficiale di altri. Con lui non insisto, tanto non farei in tempo a raggiungere una di queste città di rubinetterie, piastrelle, saune. Unica soluzione: decidere con un giro su Internet.
Passo la notte ad esaminare manufatti di porcellana, aspettare che appaiano i siti, capire come funzionano (naturalmente i due siti funzionano in modo completamente diverso l’uno dall’altro e ogni tanto mi confondo). Verso l’alba ho deciso. Lo scoglio era il lavabo: difficile trovare dei lavabi uguali a quelli che fabbrico nella mia mente. Sono stata molto diligente, paziente, ho avuto un approccio scientifico alla materia. Ho tirato giù la lista una serie di oggetti in ordine decrescente di mio gradimento, ho dovuto farlo per il caso che non siano tutti disponibili nell’emporio.
La mattina dopo è sabato. Chiamo il negozio e l’odiata commessa. Naturalmente quello che preferisco non è disponibile, bisognerebbe aspettare qualche giorno, ma io non intendo rimanere un giorno di più con un bagno non alla mia altezza. Lei enuncia le disponibilità del negozio, tra le cose che ho scelto. Ripiego per una seconda scelta. Dichiaro marca, modello, misure, colore, di ogni pezzo che voglio acquistare. Lei scrive sotto dettatura e ripete sillabando. Le chiedo di ripetere ancora. Lei ripete.
A questo punto chiamo l’idraulico. Detto anche a lui il tutto, nei minimi dettagli. Detto molto più lentamente, perché lui a scrivere non è che è tanto portato: possiedo ancora un suo biglietto autografo che reca in stampatello “ponte mamolo vicino mek donal”. Lo faccio ripetere due volte, lui ripete. A questo punto mi sento ragionevolmente tranquilla.
“Signora Anna, poi ci sarebbe il discorso dei rubinetti. Io monto solo rubinetti buoni. Se vuole rubinetti che si rompono subito, si rivolga ad un altro.”
“Ah, e quanto costano questi rubinetti buoni?”
“Cento euro l’uno. Non si preoccupi, li compro io e glieli porto insieme al resto. C’è la garanzia. Se si rompono io vengo e glieli riparo. Garantisco io. La garanzia sono io.” Ricordo che questo tizio non so nemmeno come si chiami. Di lui ho solo un cellulare e comunque, di questi tempi…
“Veramente, io vorrei sceglierli.” Rimpiango che non ci sia più tempo, rimpiango di non essermi mai interessata di rubinetti. Perché durante tutto l’arco della mia vita, ho sempre trascurato i rubinetti? Eppure esistono anche loro. Ci vorrebbe almeno il tempo di consultare le riviste di arredamento che ho accumulato a chili, proprio per questi frangenti, ma il tempo non c’è.
“Non si preoccupi, signora Annapamela, i rubinetti sono tutti uguali. Ci sono solo differenze di prezzo e di materiale.” C’è qualcosa che non mi quadra, ma sono in ufficio e mi stanno chiamando.
“Va bene, però mi porta la fattura, dei rubinetti.”
Sabato sera, una telefonata, quella fatidica.
“Allora signora, ho comprato tutto, anche i rubinetti. Sono ottocento euro, più la manodopera. Ci vediamo domani mattina.”
Impallidisco, ma al telefono non se ne può accorgere.
“Va bene, si ricordi le fatture.”
“Le fatture non ce l’ho.”
“Allora gli scontrini.”
“Non c’ho neanche gli scontrini, lei me lo poteva dire.”
“Ma gliel’ho detto!”
“Allora vuol dire che non ho capito.”
Sono tentata di imporgli di riportare tutto al negozio, di congedarlo, ma non so se il negozio riprenderebbe indietro la merce. Mi dispiacerebbe gettare qualcuno nel panico, fosse anche un idraulico.
“Allora mi dica almeno la marca, così me li cerco su Internet e verifico.”
“Non me la ricordo, i depliant stanno in macchina, dopo scendo e vado a vedere.” Sento un sottofondo di rumori da esterno, anche qualche clacson. Mi domando se abita al piano terra con affaccio su un’autostrada.
“Faccia come crede, io entro stasera voglio sapere almeno la marca.”
Mi addormento senza aver udito l’idraulico. La mattina dopo, di buon’ora, una lunga citofonata.
“Signora Anna, sono io.”
Arriva, preceduto da un gran trambusto per le scale e nell’ascensore. Appena apro la porta, lui, a mo’ di parola d’ordine e di lasciapassare, entrando con decisione, mi dichiara una marca di rubinetti. C’è un’ombra di incertezza, nei suoi occhi, ma ci sono anche parecchie ombre di spavalderia. Dietro di lui, in fila, i sanitari, con i rubinetti già montati. Lascio che entri liberamente, gli faccio depositare in casa il tutto e dico: “Ieri aspettavo la sua telefonata. Mi dispiace, adesso è troppo tardi per controllare i prezzi. Lei lasci pure qui, io le pago tutto il resto, ma si riprenda i rubinetti e se ne vada.” Ho vaghe immagini di rubinetti di origine losca, contrabbandati da paesi esteri non del tutto pacifici, rubinetti contraffatti, rubinetti che celano orribili segreti. Adesso è importante che il malfattore se ne vada subito da casa mia, portando con sé i suoi segreti e soprattutto i suoi rubinetti.
L’idraulico è un tipo attivo. Senza perdere tempo, si trasferisce in terrazzo e comincia a smontare i rubinetti. Io cerco di ricordare che la calma è la virtù dei forti. Ma sarò forte, io? Intanto l’uomo sta urlando, per la gioia dei vicini, soprattutto di quelli che non vanno alla messa delle otto, di quelli che stanno cercando di dormire, visto che è domenica.
Mi sembra di notare qualcosa di strano nel lavabo, ma sono troppo presa e me ne dimentico subito.
“Lei mi deve pagare almeno il disturbo. Mi deve pagare il trasporto e il disturbo e la benzina. Lo sa dove abito io? A Torpignattara, sono ottanta chilometri. Ho fatto due volte ottanta chilometri.”
“Non mi interessa dove abita lei, se era troppo lontano poteva rifiutare il lavoro! Lo sa dove abita il mio, di idraulico? Ad Acilia, ancora più lontano e non mi ha mai parlato di benzina!” Adesso grido anch’io. “Lei, la prima volta è venuto senza che io glielo chiedessi. Anzi, mi ha messo anche in agitazione, perché si è presentato a casa mia all’improvviso, senza avvertire. Mi ha detto che stava andando al mare e passava per caso di qui, perdippiù con sua moglie.”
“Era una scusa. Dovevo vedere il lavoro, perché se poi sceglieva roba sbagliata era un casino.”
“Comunque io non gliel’ho chiesto, è stata una sua iniziativa.”
Adesso urla come un ossesso. La voce è baritonale e rauca. “Lei mi deve dare centocinquanta euro.”
“Ma che è matto? Per fare il lavoro voleva trecento euro, che tra l’altro erano troppi, e io gliene do la metà solo per il disturbo e il trasporto? Mi sembra un po’ esagerato.”
Continua ad urlare. Di una cosa sono certa, voglio che quest’uomo esca per sempre da casa mia. Cerco di stare calma. Dico, con calma:: “Adesso chiamo i carabinieri”
“Chiami chi le pare, chiami, anzi i carabinieri li chiamo io.”
Faccio il numero, naturalmente è quello della polizia. Nella cittadina dove abito non c’è la polizia. Ricordo che è proprio per questo che dico sempre, quelle rare volte che mi capita di dirlo, che chiamo i carabinieri. Questa è la prima volta che li chiamo sul serio, in tutta la mia vita.
Parlo con i carabinieri di due o tre città, prima di riuscire a parlare con quelli che mi interessano. Perché non tengo mai sottomano i numeri utili? Me ne infischio del fatto che possono accadere in continuazione fatti meritevoli di chiamate ad enti preposti. Sono pigra e disorganizzata. Intanto l’idraulico continua ad urlare. Temo un’ondata di vicini altrettanto urlanti.
“Tutta la benzina che ho consumato, chi me la paga?” urla l’idraulico, mentre cerco di parlare con un carabiniere, spiego che ho un problema economico-idraulico. Vorrei sapere quanto costa la benzina di ottanta chilometri andata e ritorno. Non lo so perché non ho la macchina. Quando viene annunciato un aumento del prezzo della benzina, io non faccio una piega, neanche mi interesso, volto pagina, tanto io la macchina non ce l’ho.
Il carabiniere, gentilmente, mi spiega che non è un caso di sua competenza, a meno che il tizio non diventi violento. Mi assicura che se diventasse violento, potrei richiamare e ottenere un veloce intervento. Si fa passare l’idraulico al telefono e l’idraulico comincia ad infilare un rosario di bugie: gli ho chiesto di operare di domenica (lui opera solo il sabato e la domenica, per motivi suoi), l’ho fatto venire due volte, andata e ritorno, mi sono fatta accompagnare a vedere la merce, perché da sola non sapevo scegliere, per tre giorni di lavoro la cifra è adeguata.
Il carabiniere dice qualcosa che ignorerò per sempre e l’idraulico sembra più calmo. Trattiamo. Gli do troppi soldi comunque, confondendomi come al solito con euro e lire. Lui se ne va felicissimo. Sulla porta si gira e mi dice:
“Se ha bisogno, per altri lavori, il mio numero ce l’ha. Se decide di ristrutturare, non solo di sabato, anche di domenica.”
Ho passato i giorni precedenti in preda a continue crisi d’ansia. Penso che sia finita. E’ finita, però quando chiudo gli occhi, ad esempio per dormire, ho un’immagine che mi visita, occhi azzurro pallido virante al bianco, capelli gialli da bambola, completino arancione.
Per alcuni giorni ho goduto la compagnia di graziosi oggetti di porcellana, una paio adatti a fungere da sedute di fortuna, disposti in un angolo del soggiorno. Quando mi sono decisa a guardarli, mi sono accorta che il lavabo era un clandestino, assente dalla mia lista di preferenze. Potrei telefonare al negozio per chiedere cosa è accaduto, ma ho paura di scoprire qualcosa di terribile e perverso sulla vera natura dell’homo idraulicus.





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