GLI UOMINI
Con gli uomini sono un disastro, lo confesso. Pur essendo in possesso di un’aspetto umano e femminile sotto ogni profilo, ho sempre avuto problemi con gli umani di sesso maschile.
Dopo ripetute meditazioni e spietati autoesami e autointerrogazioni, sono arrivata a questa conclusione: non è del tutto vero che io abbia problemi con gli uomini, è invece verissimo che gli uomini con cui decido di intraprendere lunghe e profonde relazioni hanno problemi con me.
Se volgo lo sguardo al passato, lo vedo popolato di uomini in fuga, uomini che non telefonano, che spariscono prima delle vacanze, delle feste comandate e dei ponti, salvo riapparizioni in extremis, verso il quindici agosto, oppure il trentuno dicembre alle ore diciannove e quindici, inducendomi, nell’arco della mia vita, a dire numerose bugie o sgradevoli verità ad amici caritatevoli, che si stavano prodigando per alleviare il mio sconforto di mollata in momenti critici dell’anno.
Caratteristica comune degli uomini della mia vita è di essere ed essere stati indisponibili. Se le circostanze fossero state diverse, avrebbero preso in considerazione la mia candidatura a fidanzata e probabile moglie ufficiale, ma così come stavano le cose, con il futuro ancora tutto da costruire e/o decidere, alla luce di terribili esperienze passate con altre, non era possibile, in quel preciso momento storico, affrontare alcuna decisione di cotanta importanza. In parole povere: non-rientri-nei-miei-progetti-sto-partendo-per-gli-States-e-non-so-quando-torno-non-vorrei-legarti-tipo-penelope-che-aspetta, oppure non-voglio-legarmi-se-prima-di-te-non-ci-fosse-stata-quella-stronza(variante: quelle-stronze)-allora-forse-chissà.
I comportamenti tipici che, con il mio fascino, riesco a suscitare negli uomini che ho tentato di conquistare, sono:
Lasciarmi, dopo ogni incontro, vuoi per uscita serale, vuoi per lungo e rovente week-end, senza alcun indicazione di tempo e luogo in cui sia possibile rivedersi, rispondere evasivamente ad accorte domande, salvo presentarsi a casa mia tutti i pomeriggi intorno alle cinque, sorprendendomi, naturalmente, intenta a lavori ancillari e/o cosparsa di argille e unguenti, dire: “Passavo di qui per caso.”, costringendomi dunque quotidianamente a rimandare ogni velleità restaurativa e puliziesca ad orari notturni, ma solo nel caso l’amato bene non si presenti, altrimenti avrei di meglio da fare.
Chiedermi di ridurre al minimo l’invasione di campo in casa loro, portando via la maggior parte dei miei effetti personali, salvo poi cercare quel certo libro, che naturalmente è tornato a casa mia o la bottiglina di erbe per un’incipiente influenza e gli strani bulbi (scalogno) di cui non possoggono il know-how, ma visto che mi trovo lì, avrei ben saputo come utilizzare per quel certo piatto che stanno cucinando, in cui forse non sarebbero malvagi.
Lasciarmi partire per le vacanze da sola, accampando improrogabili impegni, però prodigarsi in consigli e avvertenze manco fossi in procinto di recarmi tra i tagliatori e miniaturizzatori di teste in remota jungla, accompagnarmi all’aeroporto dopo avermi imposto una vestizione tipo soldato mercenario che si accinge avventurarsi in campo nemico per missione impossibile, telefonarmi in continuazione durante la mia assenza, sperperando l’equivalente del costo di una vacanza in telefonate intercontinentali.
Supervisionare telefonicamente i lavori in corso nell’appartamento da me appena acquistato, rifiutandosi di vederlo prima che sia finito, perché non disposti a visitare un cantiere, nonostante siano in possesso di un diploma di geometra, preso in gioventù, che nella particolare occasione potrebbe risultare utile. Prodigarsi in consigli tecnici, dopo essersi fatti spiegare minuziosamente i problemi, cosa alquanto difficoltosa per una povera donna non completamente padrona dell’idonea terminologia. Indicare l’efficace modo di trattare con operai e maestranze: “Se portano quelle piastrelle, digli che se le posano gliele sfasci. Se le posano, sfasciale. Prendi un piccone e gliele sfasci, è semplice.”
Se sono fumatori, fumo libero per tutta la casa, con posacenere vagante nel letto o appoggiato su pancia loro o altrui. Appena smettono di fumare, divieto assoluto di fumo in casa, costrizione a fumare la prima sigaretta del mattino dopo caffè in giardino, prima dell’alba, in pigiama troppo grande e troppo maschile, sormontato da vestaglia troppo grande e troppo maschile, sormontata a sua volta da cappotto femminile di giusta misura, contemplando la neve, che è sempre uno spettacolo notevole.
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Dopo aver finito di leggere un mio racconto, una storia d’amore che non parla di loro ma di un altro, prendono un libro a caso dalla libreria e mi leggono una pagina a caso. Per caso il libro è di Borges. “Questa è scrittura.” Dicono.
Accusati di mandare messaggi contrastanti, tipo avvinghiarsi alla mia modesta persona durante il sonno ma anche durante la veglia; occuparsi, soprattutto se non richiesti, di risolvere ogni mio problema e dire freddamente: “Siamo solo buoni amici.”; lasciarsi sfuggire attestati d’affetto, controbilanciandoli immediatamente con feroci critiche; preparazione di pasto faraonico con molte portate e torta con panna e champagne o suo surrogato per ogni mia visita, facendolo passare per una parca cena da scapolo, che decidono generosamente di dividere con me, riducendosi quasi alla fame e dirmi che sarei impresentabile ai loro amici materialisti ed atei, in quanto esoterica, all’accusa rispondono con aria innocente: “Tu scambi per messaggi contrastanti la buona educazione.”
CATTIVO SANGUE E FOLLIA
Madri che ficcano i figli in lavatrice, impostando subito dopo un ciclo di lavaggio, madri che affogano i figli nel bagnetto, figli che uccidono i genitori, genitori che uccidono i figli. Persone insospettabili, tranquille fino a pochi minuti prima, compiono omicidi orribili, anche nell’ambito familiare. Franz Krauspehaar spiega molto bene in “Cattivo sangue” le vere motivazione della violenza omicida. Prende un uomo qualunque, un uomo normalissimo, con un lavoro, una casa, dei rapporti. Bruno Bruide conosce delle persone, ha dei colleghi con cui intrattiene rapporti di lavoro, spingendosi anche a frequentarli, ma non sono amici. Non ha un amico al mondo, Bruno. E’ solo. Se pensa al suo tempo libero, preferisce guardare la partita in televisione,perché allo stadio si va in compagnia e lui la compagnia non l’ha, forse non la cerca nemmeno. Probabilmente da anni, forse da sempre, rifugge la frequentazione dei suoi simili, se non per necessità. Probabilmente da molto tempo gli altri hanno smesso di esistere per lui come esseri umani. Allora, uccidere un altro umano diventa la cosa più semplice del mondo, è facile, l’importante è non farsi scoprire.
Solo quando le cose si mettono male, quando la sua parte sana lo induce a comportamenti impulsivi, non in linea con le sue follie, che lo perdono dal punto di vista giudiziario e legale, ma lo salvano e gli consentono di ritrovarsi, di ritrovare sentimenti ed affetti, in situazioni estreme, solo allora Bruno diventa un essere umano.
Lo aiutano donne generose, donne che mettono l’amore al primo posto e vedono in lui non quello che è, ma quello che sarebbe potuto essere. Lo aiutano le situazioni estreme, il pericolo continuo e feroce, che gli consentono di vedersi, di vedere la follia e distaccarsene per qualche momento o qualche giorno.
Per quattrocentotrenta pagine Bruno oscilla tra il desiderio di felicità e impulsi autodistruttivi, fino a sfiorare il suicidio.
Probabilmente uno psichiatra farebbe una diagnosi di psicosi grave, fin dalle prime pagine, fin da quando Bruno ci descrive come passa il tempo libero. E’ un uomo gravemente malato che riesce a fare una vita normale, sembra agli altri un normale uomo qualunque, perché la sua malattia è annidata in profondità, tanto che neanche lui ne è cosciente.
Nel nostro mondo sono tante le persone come Bruno, che aspettano solo un pretesto, un figlio che pianga un po’ troppo, una discussione durante una festa familiare, l’offerta di un pugno di dollari, per manifestare la loro malattia.
Può anche non avvenire mai, per tutta la vita, un episodio di violenza tale da finire in cronaca nera. Si può trascorrere l’intera esistenza, dalla culla alla bara, in una piatta “normalità”. Di queste persone si dirà soltanto:erano brave persone, un po’ timide, riservate. Al loro funerale non andrà nessuno, saranno passati in questo mondo senza lasciare traccia né ricordo.
In fuga disperata dai suoi inseguitori e, ancora di più, dal vuoto che lo opprime, Bruno fugge alla ricerca della salvezza, alla ricerca di Paola, l’unica donna che ha amato, prima di diventare un killer, alla ricerca di sé stesso. Percorre quattro paesi europei, rischiando di essere ucciso o catturato, ancora costretto ad uccidere da un impulso mascherato di razionalità, ma sempre più convinto della necessità di consegnarsi alle autorità.
Si alternano due voci, che il protagonista non distingue bene: la voce della follia e della salvezza fisica e legale e un’altra, quella della sanità mentale, una voce che mantiene il contatto con valori e affetti. Questa voce avrà il sopravvento a varie riprese e lo perderà, la sua vita sarà devastata, il suo grande amore, Paola, che poteva essere il suo motivo di vita, persa per sempre. Delle altre donne generose che incontrerà non potrà accettare l’amore che offrono, perché le coinvolgerebbe nella sua perdizione, le metterebbe in pratica nei guai, guai grossi.
Ritrovandoci, nella nostra vita quotidiana, per la prima volta ad osservare situazioni di violenza agita e subita, nelle sue molteplici forme, ci domandiamo da dove nasca, quale sia la motivazione profonda di un comportamento insensato. Poi, con il tempo, forse ci facciamo l’abitudine, smettiamo di porci interrogativi. Classifichiamo le persone violente come “stronzi, imbecilli” e cerchiamo di tenerci lontano dalla loro sfera d’azione, se è possibile.
Il libro di Franz Krauspenhaar ripropone gli interrogativi, ce li dispiega davanti, indaga questioni mai risolte e prova a riprenderle dall’interno, facendo vestire al protagonista i panni del violento, facendolo scontrare con altri “cattivi”, che lo superano in malvagità. Ci mostra anche la grande fragilità che è dietro la maschera della violenza.
Riscopre la religiosità, Bruno e quando la nostalgia per emozioni dimenticate, che provava da bambino, lo prende, il male si allontana da lui. Non lo ammette neanche con sé stesso, ma qualcuno dentro di lui ha già ucciso il killer, il pazzo assassino. Quando sembra che Bruno si stia perdendo, perdendo la libertà e ogni possibilità di una vita normale, in realtà si sta salvando, sta salvando il suo benessere psichico e la sua essenza, che molti chiamano anima. La voce sana, la voce umana, ha vinto.





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