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CATTIVO SANGUE E FOLLIA

di Pamela (05/10/2005 - 23:05)

 

 

Madri che ficcano i figli in lavatrice, impostando subito dopo un ciclo di lavaggio, madri che affogano i figli nel bagnetto, figli che uccidono i genitori, genitori che uccidono i figli. Persone insospettabili, tranquille fino a pochi minuti prima, compiono omicidi orribili, anche nell’ambito familiare. Franz Krauspehaar spiega molto bene in “Cattivo sangue” le vere motivazione della violenza omicida. Prende un uomo qualunque, un uomo normalissimo, con un lavoro, una casa, dei rapporti. Bruno Bruide conosce delle  persone, ha dei colleghi con cui intrattiene rapporti di lavoro, spingendosi anche a frequentarli, ma non sono amici. Non ha un amico al mondo, Bruno. E’ solo. Se pensa al suo tempo libero, preferisce guardare la partita in televisione,perché allo stadio si va in compagnia e lui la compagnia non l’ha, forse non la cerca nemmeno. Probabilmente da anni, forse  da sempre, rifugge la frequentazione dei suoi simili, se non per necessità. Probabilmente da molto tempo gli altri hanno smesso di esistere per lui come esseri umani. Allora, uccidere un altro umano diventa la cosa più semplice del mondo, è facile, l’importante è non farsi scoprire.

Solo quando le cose si mettono male, quando la sua parte sana lo induce a comportamenti impulsivi, non in linea con le sue follie, che lo perdono dal punto di vista giudiziario e legale, ma lo salvano e gli consentono di ritrovarsi, di ritrovare sentimenti ed affetti, in situazioni  estreme, solo allora Bruno diventa un essere umano.

Lo aiutano donne generose, donne che mettono l’amore al primo posto e vedono in lui non quello che è, ma quello che sarebbe potuto essere. Lo aiutano le situazioni estreme, il pericolo continuo e feroce, che gli consentono di vedersi, di vedere la follia  e distaccarsene per qualche momento o qualche giorno.

Per quattrocentotrenta pagine Bruno oscilla tra il desiderio di felicità e impulsi autodistruttivi, fino a sfiorare il suicidio.

Probabilmente uno psichiatra farebbe una diagnosi di psicosi grave, fin dalle prime pagine, fin da quando Bruno ci descrive come passa il tempo libero. E’ un uomo gravemente malato che riesce a fare una vita normale, sembra agli altri un normale uomo qualunque, perché la sua malattia è annidata in profondità, tanto che neanche lui ne è cosciente.

Nel nostro mondo sono tante le persone come Bruno, che aspettano solo un pretesto, un figlio che pianga un po’ troppo, una discussione durante una festa familiare, l’offerta di un pugno di dollari, per manifestare la loro malattia.

Può anche non avvenire mai, per tutta la vita, un episodio di  violenza tale da finire in cronaca nera. Si può trascorrere l’intera esistenza, dalla culla alla bara, in una piatta “normalità”. Di queste persone si dirà  soltanto:erano brave persone, un po’ timide, riservate. Al loro funerale non andrà nessuno, saranno passati in questo mondo senza lasciare traccia né ricordo.

In  fuga disperata dai suoi inseguitori e, ancora di più, dal vuoto che lo opprime, Bruno fugge alla ricerca della salvezza, alla ricerca di Paola, l’unica donna che ha amato, prima di diventare un killer, alla ricerca di sé stesso. Percorre quattro paesi  europei, rischiando di essere ucciso o catturato, ancora costretto  ad uccidere da un impulso mascherato di razionalità, ma sempre più convinto della necessità di consegnarsi  alle autorità.

Si alternano due voci, che il protagonista non distingue bene: la voce della follia e della salvezza fisica e legale e un’altra, quella della sanità mentale, una voce che mantiene il  contatto con valori e affetti. Questa voce avrà il sopravvento a varie riprese e lo perderà, la sua vita sarà devastata, il suo grande amore, Paola, che poteva essere il  suo motivo di vita, persa per sempre. Delle altre donne generose che incontrerà non potrà  accettare l’amore che offrono, perché le coinvolgerebbe nella sua perdizione, le metterebbe in pratica nei guai, guai grossi.

Ritrovandoci, nella nostra vita quotidiana, per la prima volta ad osservare situazioni di violenza agita e subita, nelle sue molteplici forme, ci domandiamo da dove nasca, quale sia la motivazione profonda di un comportamento insensato. Poi, con il tempo, forse ci facciamo l’abitudine, smettiamo di porci interrogativi. Classifichiamo le persone violente come “stronzi, imbecilli” e cerchiamo di tenerci  lontano dalla loro sfera d’azione, se è possibile.

Il libro di Franz Krauspenhaar ripropone gli interrogativi, ce li dispiega davanti, indaga questioni mai risolte e prova a riprenderle dall’interno, facendo vestire al protagonista  i panni  del violento, facendolo scontrare con altri “cattivi”, che lo superano  in malvagità. Ci mostra anche la grande fragilità  che è dietro la maschera della violenza.

Riscopre la religiosità, Bruno e quando la nostalgia per emozioni dimenticate, che provava da bambino, lo prende, il male si allontana da lui. Non lo ammette neanche con sé stesso, ma qualcuno dentro di lui ha già ucciso il killer, il pazzo assassino. Quando sembra che Bruno si stia perdendo, perdendo la libertà e ogni possibilità di una vita normale, in realtà si sta salvando, sta salvando il suo benessere psichico e la sua essenza, che molti chiamano anima. La voce sana, la voce umana, ha vinto.

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