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Archivio Gennaio 2006

TURCHIA

di Pamela (22/01/2006 - 09:42)

Istambul, notte. Sono sola. Il bar dell'albergo è chiuso e ho urgente bisogno della mia dose di caffè serale, non ho ancora imparato a portarmi in valigia bustine di nescafé e zollette di zucchero per ovviare ad inevitabili impossibilità, almeno in certi paesi, almeno viaggiando al risparmio. Nel bar chiedo un'espresso. Arriva un altro italiano, uno di quelli del mio gruppo, che poco prima hanno rifiutato di accompagnarmi. Si è accorto che non ha acqua minerale. Prende anche lui un caffè, mentre chiacchieriamo. Non ricordo più chi voleva pagare i caffè, forse lui, che doveva comunque pagare l'acqua minerale. Il barista dice: "No, voi siete italiani, offro tutto io."

 
Sulla strada per la Cappadocia, tra immense distese deserte, con scarsa vegetazione, una versione semplificata e rudimentale di autogrill. Scendiamo dal pullman in massa e ci precipitiamo al bar. Dentro, tra gli altri avventori c'è un uomo in abiti da lavoro macchiati di vernice. Penso che deve essere un imbianchino. Mi domando quanto guadagni un imbianchino in Turchia. Dopo aver fatto colazione con milk and coffe e dolci locali al miele, ci avviamo alla cassa. Il cassiere dice: "Non dovete pagare. Ha pagato lui per tutti voi italiani." Ci giriamo come un sol uomo, sorpresi. E' l'imbianchino, che ci guarda con un grande sorriso e ripete: "Italia".

 

Una settimana dopo, una decina di noi siede ad un bar di Antalya, un bar che nei seguenti viaggi ho cercato di ritrovare, senza essere mai sicura che fosse proprio quello. Un ragazzo giovane prende ordini da un tizio corpulento, che deve essere il padrone. Prendiamo alcolici, gelati, dolci, senza badare a spese. Stiamo per ripartire e possiamo dar fondo alle riserve. Il ragazzo va a portare il conto ad un tavolo vicino, occupato da altri turisti, di altra nazionalità. Passando vicino a noi dice: "Questo tavolo non paga. Offro io. Voi italiani."

 

Siamo sulla strada, da qualche parte lungo la costa sud, decisi a fare l'autostop. Passa invece un taxi collettivo, una via di mezzo tra l'autobus e il taxi, pieno di turchi della zona, per la maggior parte operai e contadini. C'è una donna anziana, tra gli altri, vestita poveramente ma dignitosamente, che cerca di dirci qualcosa, indicando il cesto che porta con sé, pieno di frutta. Proviamo varie lingue europee, ma naturalmente non capisce. Pensiamo che voglia venderci dei frutti. Alla fine comprendiamo quello che per noi è incomprensibile: vuole regalarci tutta la frutta, completa di cesto. A sorrisi e cenni, le facciamo capire che accettiamo solo un frutto per ognuno di noi. Tutti frughiamo nelle tasche e nelle borse per cercare qualche oggetto da darle in nostro ricordo. A tutti noi viene spontaneo metterci una mano sul cuore nel salutarla.

 

L'ultima notte non siamo andati a dormire, per paura di non svegliarci in tempo: l'aereo era alle cinque di mattina. "Quando partite?" ci ha chiesto il proprietario del bar in cui abbiamo passato parte della notte. "Fra tre ore abbiamo l'aereo" qualcuno ha risposto. Lui ha fatto comparire delle rose per tutte le donne del nostro gruppo "Perché portiate un buon ricordo della Turchia in Italia" ha detto. Dati i tempi stretti e la compattezza del gruppo, decisamente non aveva secondi fini.

Mi sono domandata, partendo, io che non sono particolarmente affezionata alla mia nazionalità, chi mi avesse preceduta dal mio paese in questa terra, per lasciare questo sentiero tracciato di simpatia e affetto.

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LA MIA AMICA

di Pamela (08/01/2006 - 05:55)

Lei si riposa. La vedo in posizione comoda sul prato, in mezzo ai fiori, con le zampe anteriori distese davanti a sé e quelle posteriori ripiegate sotto il corpo. E’ sotto un pino secolare. Nei pressi c’è un vecchio muro di cinta, postazione preferita di numerosi altri gatti, gatti curati e ben nutriti. Quando siamo arrivati, alcuni di loro hanno preso a miagolare, forse sapevano cosa stava succedendo. Lei è in uno scatolone di plastica, di quelli a disegni fiorati in tinta tenue, da guardaroba, che spesso prendeva di mira, svuotava parzialmente del contenuto ed eleggeva a riposatoio. Nello scatolone c’è una mia vecchia sciarpona che le avevo donato quando era piccola; lo mettevo nelle cucce e nelle ceste, per un surplus di calore. C’è anche un pupazzetto di stoffa, che rappresenta probabilmente un piccolo cane. Spesso la trovavo con una zampina appoggiata sul cagnolino, come aveva fatto con i suoi cuccioli, forse per trattenerli vicino a sé. Lei è sotto la terra che abbiamo scavato.

Quel fazzoletto di terra, accanto al pino e ad un vecchio casale, è di proprietà incerta, forse indivisa, stiamo cercando di provarne l’appartenenza alla nostra famiglia. Un paio di notai hanno dimenticato di citarlo. Adesso ho un buon motivo per assicurarmene la proprietà. Lì, sotto quel pino, riposa la mia amica.

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