IL CANE
Lei ha più anni di quanti ne ammetterebbe volentieri. Indossa una gonna zingaresca ma dal colore sobrio, una blusa fiorata risalente al suo primo viaggio in Turchia e alla prima fregatura turistica: made in india ma carinissima, una borsa in tessuto troppo grande e troppo carica, scarpe comode di tela (importantissime in questo post)
Il cane è un bel cane. E’ un meticcio dagli occhi dolcissimi, di taglia media, che assomiglia a certi cani di una razza che lei conosce, ma non ne ricorda il nome. Il cane ha un collare a cui è legato un cordino che è ripiegato e infilato nel collare. Si aggira, passa e ripassa, sembra incerto, spaventato.
Lei si guarda intorno, cerca il padrone del cane, ma nessuno tra la folla sembra esserlo.
Il ragazzo è alto e ben piazzato. Ha degli occhi azzurri straordinariamente belli. Sta fermo, in piedi, forse aspetta qualcuno.
Lei indica il cane al ragazzo, chiede se sappia a chi appartiene. Il ragazzo aveva notato il cane ma credeva fosse di un mendicante.
Lei e il ragazzo vanno insieme dal mendicante, ma lui cade dalle nuvole, anche un po’ seccato. Il cane non è suo.
Il ragazzo è arrivato in anticipo al lavoro. Chiama il cane e si fa seguire in un luogo appartato, fuori dal flusso continuo di passanti. Lei e il ragazzo notano che il cane si allarma quando fanno certi gesti, si muovono in certe direzioni, per poi tranquillizzarsi se gli parlano o tornano indietro.
Il ragazzo dice che è meglio aspettare la sua collega Elvira che dovrebbe arrivare presto. La collega ha molti animali, si occupa di cani e gatti abbandonati o in difficoltà.
Il cane si accuccia in un angolo e si mette a dormire.
Il ragazzo parla di sé: è uno studente lavoratore, fa fatica a fare gli esami, a laurearsi forse ci metterà dieci anni, ma non importa, l’importante è arrivare alla meta. Ogni tanto si allontana per vedere se Elvira è arrivata.
Mentre il ragazzo è lontano, la donna parla al cane, con la stessa voce che usa per i gatti, più dolce di quella che riserva anche agli umani più amati. Gli dice che è un bellissimo cane, che lei gli vuole bene e che gli troverà una bella casa.
Elvira è coetanea della donna. Ha i capelli biondi raccolti in una coda. Gli occhi sono chiarissimi e sereni. Si arrabbia perché la donna dice che non può prendere il cane, non ha un’automobile e inoltre ha anche il cellulare scarico. Chiede come pensa di aiutare quel povero cane, con tutte queste mancanze.
Le due donne provano a telefonare dai cellulari di tutti loro a persone ed enti che potrebbero aiutare il cane. Gli enti non rispondono, essendo pomeriggio inoltrato e le persone si defilano.
Elvira osserva che il cane si fa avvicinare solo dalla donna. Solo lei può accarezzarlo. Segretamente la donna si inorgoglisce, scoppia di orgoglio. Elvira ingiunge alla donna di disattorcigliare il cordino che è legato al collare del cane. Il cordino si trova sotto il muso del cane. La donna ha paura. Non ha dimestichezza con i cani, una volta è stata morsa. Si fa coraggio e, a varie riprese, con cautela, riesce a girare il collare fino a raggiungere il cordino. Elvira fa notare che quando la donna lo accarezza, il cane alza una zampa, vuol dire che l’accetta.
Il ragazzo non può seguirle, deve andare a lavorare. Elvira e la donna si allontanano con il cane, cercando di capire dove vuole andare, presumendo che sia la direzione della casa da cui proviene. La donna lo tiene al guinzaglio. Il cane tira e ogni tanto si gira a guardarla, forse a controllare che sia proprio lei a tenere il guinzaglio.
A passo troppo svelto per la donna, fanno parecchia strada. Il cane le conduce tra palazzi signorili, nel quartiere sconosciuto alla donna. Ogni tanto si fermano e chiedono ai passanti, ad un benzinaio, in un negozio di alimenti per animali, se conoscono quel cane. Già che ci sono, chiedono anche se qualcuno lo può tenere per un giorno o due.
Le signore hanno tutte una certa età e gli occhi ridenti. Sono prima due, poi tre, poi quattro. Man mano che la spedizione avanza, Elvira e la donna le incontrano e le arruolano. Sono amiche, forse si sono conosciute a causa dei loro cani. Indossano pantaloni, scarpe da ginnastica e magliette stampate in varie fantasie e colori allegri, gioielli finti e veri a profusione, sono molto truccate.
Sono tutte proprietarie di cani ex randagi, forse presi tra quelli di cui Elvira si occupa.
Elvira e la donna incontrano le prime due signore. Elvira le chiama per nome e le bacia. Nessuna delle signore può tenere il cane, però si dichiarano disponibili alla ricerca del padrone. Meta: giardinetti e veterinario. Elvira si allontana e va al lavoro, dovrà recuperare il ritardo. Ai giardinetti chiedono a tutti i presenti nel giardino se conoscono quel cane. Il cane ha una spiccata tendenza ad inoltrarsi tra siepi impenetrabili alla donna. Nessuno lo conosce. Il veterinario dice che quel cane gli sembra di averlo già visto, ma non essendo di un cliente abituale, non può dire di più. Anche lui osserva che il cane è curato, dice anche che è molto giovane. Non può vedere se ha microchip, perché non ha il lettore. Per questo bisogna andare alla Asl, ma ormai è tardi, casomai domani mattina. Tutte le signore sono sicure che il cane conosca quel veterinario, perché si è impaurito e non è stato facile farlo entrare nello studio.
Mezzo quartiere è allertato alla ricerca del padrone. La donna comincia ad essere stanca, ha camminato troppo, ha mal di schiena. Solo ogni tanto, mentre le signore parlavano con il veterinario o con qualche amante dei cani, è riuscita a sedersi.
La donna si chiede se non potrebbe tenerlo lei, il cane, per qualche giorno. Ma no, la gatta è fifona e lei il giorno seguente deve lavorare, non può neanche telefonare e implorare un giorno di ferie, nel suo ufficio c’è solo lei. Impossibile assentarsi, se non per ricovero a seguito di grave patologia, forse mortale. Impossibile prendere il cane, se non può osservare l’evoluzione della reciproca conoscenza fra esemplari di specie ostili. Se i due nemici non vanno d’accordo, potrebbe separarli, ma questo significherebbe condannare ad umiliante e gravoso esilio uno dei due, chiuso in una camera, mentre all’altro rimarrebbe tutto l’appartamento nonché terrazza. La gatta è anziana e asmatica, potrebbe morire della presenza terrorizzante di un nemico storico.
Continuano a procedere in fila indiana, la donna ultima della fila, il cane in testa. Ormai il cordino che funge da guinzaglio è stato rilevato da un’esperta, dopo che il cane si è messo a girare intorno alla donna e lei ha rischiato di cadere.
E’ chiaro che il cane conosce il quartiere, le conduce chissà dove, forse in direzione di casa sua, forse di una cagnetta attraente.
Altri interminabili giri per la zona, altri incontri, vuoi con cani, vuoi con umani proprietari di cani presenti o assenti.
Si torna da Elvira, che ha fatto capire, vista l’impossibilità dichiarata dalle altre, che forse potrebbe lei occuparsi del cane, finché il padrone non salta fuori.
L’uomo potrebbe avere sessant’anni, ha gli occhi inizialmente sospettosi, poi felici e grati. E’ vestito di nero, ha un cappello di paglia tipo borsalino ridotto nelle falde, un sacchetto di farmacia in mano.
Prima che la carovana, cane in testa e donna arrancante in coda, arrivi sullo stradone, l’uomo tende la mano per prendere il cordino. Dice “Questo cane è mio”.
Telefona immediatamente a casa per farsi portare il guinzaglio. Dice che il cancello era aperto e il cane forse è fuggito. Chiede se il cordino l’ha messo qualcuna del gruppetto sul collare. Al diniego delle signore, afferma che il cane gli è stato rubato. Pensava che fosse scappato, ma ora che vede il cordino, capisce che qualcuno l’ha preso. La donna chiede chi mai può rubare un cane non di razza, anche se giovane e prestante. Elemosina, vivisezione, alimentazione? Tutti rabbrividiscono.
Dopo un’ultima carezza al cane, dopo aver raccolto cinque sorrisi e un ultimo sguardo dolcissimo del cane, la donna se ne va. Per una volta, si sente utile.





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