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RISVEGLIO

di Pamela (25/11/2007 - 19:18)

Mi sveglio nel cuore della notte. Mi sembra che ci sia qualcosa di diverso. Mi domando se sono ancora viva. Forse credo di essere viva ma non è del tutto vero, forse ancora non mi sono accorta di un nuovo stato. Mi rimprovero e mi accuso. Ecco, se sono morta è colpa mia. Un paio di giorni fa ho fatto il pane e lo yogurt. Ieri li ho mangiati. Qualcosa non andava e una piccola parte di me lo sapeva.

Era parecchio che non facevo il pane. L’ultima pasta madre era ammuffita perché avevo lasciato passare troppo tempo e così, dopo anni, avevo ricominciato da zero. La farina, quel pacco, da quanto era aperto? Da quanto rimaneva inutilizzato? Un paio di settimane, non di più. Negli ultimi giorni avevo usato l’altra, la farina normale, ma la manitoba era rimasta sullo scaffale della libreria promossa dispensa. Perché non l’avevo guardata, soppesata, analizzata, annusata, assaggiata? E che fine avevano fatto le tonnellate di farina contaminata di cui avevo letto e di cui non avevo saputo più niente, in parte già distribuite ai produttori? Inutile astenersi dal mangiare biscotti vegan confezionati e pasta già fatta, se poi non si guarda con sguardo indagatore e attento la propria farina, presa nel solito supermercato. Il negozio bio è troppo lontano per caricarsi di scorte di farina. Non sarebbe meglio allora, farsi accompagnare da qualcuno, tipo mio fratello o qualche amico benefattore e approvvigionarsi di farina ogm-free coltivata con metodi sani, anzi passare al chicco di grano, così la farina non si ossida e la salute ci guadagna? Che fine hanno fatto i miei proponimenti di autoregalarmi un mulino per cereali, per premio natalizio o di compleanno (oltre naturalmente a svariati cosmetici cruelty-free, la cui ricerca mi impegnerebbe per settimane di astute e tendenziose domande ad erboriste sfornite), dato anche che la mia alimentazione garantisce un enorme risparmio rispetto ad ogni onnivoro di nostra conoscenza, tipo colleghe varie? Perché mi ostino a tenere la farina nel pacco originale, tanto ha vita breve, invece di trasferirla in appositi vasi di vetro con tappo ermetico? 

Una volta  fatta la pasta madre, appurato che aveva un odore non convincente, non quel buon odore leggermente acido, ma neanche cattivo, a dir la verità, perché insistere a farne pane? Perché non buttarla via, tanto era poca? Perché non ricordare l’insegnamento di mia madre “nel dubbio, buttare via” ?

Capitolo zucchero. In verità lo zucchero di canna l’ho assaggiato preventivamente, non ricordando da quanto tempo immemorabile giacesse inutilizzato sullo scaffale, nel suo pacco originale aperto. Lo zucchero non lo uso quasi mai, essendo praticamente “veleno” e droga da assuefazione garantita. Mi domando se lo zucchero abbia una scadenza, mi riprometto di controllare il pacco munita di lente di ingrandimento, ma prima ad occhio nudo, non si sa mai, la mia vista fosse migliorata, a causa di integratori vari e succo di mirtillo quotidiano, nonché esecuzione di facili esercizi trafugati su internet e contenuti in un libro che non ho comprato, anche perché non potrei leggerlo, con questa vista difettosa.

Il capitolo dolente è lo yogurt. Dopo aver trascurato per troppo tempo il mio yogurt rinnovabile e quasi eterno, a base di molti fermenti, ho dovuto privarmi della matrice e ricominciare da capo, con nuovi fermenti parenti stretti di quelli usati la prima volta. Però con il latte di soia che ho in casa, il tentativo sembrava fallito. Passato il tempo canonico, il latte non si era addensato. Allora ho riscaldato nuovamente il forno, ho rimesso dentro l’aspirante yogurt e sono andate a lavorare. Un dubbio mi ha sfiorato: “Non sarà troppo il tempo che sto facendo passare al latte, fuori dal frigo, anzi nel tepore? Al ritorno lo yogurt c’era, nonostante il latte di soia che ho usato non fosse proprio l’ideale, a mio giudizio, contenendo anche succo di mela e agar-agar. Non era meglio, allora, usare il latte del supermercato, non ogm-free, però senza additivi estranei? Non sarebbe meglio farselo da sole, il latte di soia? Trovare il tempo, e si che ce ne vuole parecchio, per fare il latte?

 

 

 

Mi guardo intorno, è proprio la mia stanza, pareti azzurre, il mio letto con le lenzuola preferite,  fiorate in varie tonalità di azzurro, coperta fiorata in varie tonalità di azzurro più chiaro, qualche indumento in giro, libri di vario genere ammucchiati disordinatamente sullo stretto cassone che fa da testata, rubrica con numeri di telefono sulla cassettiera similcomodino, cellulare abbandonato sul letto, foto di amici e parenti a confortare il mio sonno, luci basse ma una più forte per la lettura. Possibile che si abbia una replica così esatta in un’altra dimensione, che non ci sia niente di diverso, che non mi senta affatto diversa, lo stesso corpo, le stesse sensazioni di tessuto che scivola sulla pelle, pigiama, lenzuola, stessa gatta con un miagolio traducibile “visto che sei sveglia, che ne diresti di farmi un po’ di coccole e aprire una scatoletta di quelle buone?” No, la presenza della gatta mi convince, la gatta non ha mangiato yogurt e pane, lei ha il suo cibo preconfezionato. Se c’è la gatta, se mi riconosce e mi tratta come al solito, come una padrona di casa esigente tratta la governante, la dimensione deve essere quella giusta, cioè quella normale, a cui sono abituata fin dalla nascita. Se la gatta si è accorta che sono sveglia, allora sono viva. In effetti il pane non era buono come al solito, ma neanche cattivo, forse la pasta madre era immatura. Lo yogurt aveva un sapore strano, sicuramente dovuto al succo di mela. Annoto: cambiare marca di latte di soia e rifare la pasta madre. Risvolto tragico: anche stamattina bisogna andare al lavoro.

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